Per ottant’anni testimone della Shoah, sobriamente partecipe a un certo milieu intellettuale romano, con la sua postura forte e garbata, Edith Bruck si è affermata e continua sempre più a emergere nel panorama culturale italiano come come figura di riferimento e scrittrice di talento. Negli ultimi tempi ha ricevuto numerosi riconoscimenti: l’Ordine al Merito in Germania nel 2023 preceduto nel 2021 da quello voluto da Sergio Mattarella di Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Da non dimenticare l’amicizia con Papa Francesco e la visita da lei immortalata in una pubblicazione. Più d’una, le lauree honoris causa (Macerata, Sassari, Roma Tre). Svariati anche i premi letterari: nel 1989 il Rapallo; poi ben tre tra il 2009 e 2010 (tra cui il Viareggio); altri tre a distanza di un decennio, nel 2021, tra cui il premio Strega giovani (assegnato da una giuria composta da giovani lettori) e di nuovo il Viareggio; infine, nel 2023, il Campiello alla Carriera. L’autrice si è cimentata dal 1959 al 2025 in una varietà di forme espressive che vanno dalla narrativa alla poesia (la sua preferita), dal teatro al cinema (esprimendo la sua vena artistica oltre la dimensione del ricordo). Ha al suo attivo una quarantina di opere: la prima pubblicata quando aveva 28 anni, in forma narrativa (che è quella in cui quantitativamente si è espressa di più, con 20 pubblicazioni); in poesia ha esordito nel 1975 e pubblicato fino al 2021 sette raccolte; per il teatro ha pubblicato tre scritti dal 1970 al 1975; infine, quattro sono le sceneggiature per il cinema, ben dilazionate tra anni Sessanta, Ottanta, Novanta e poi Dieci del Duemila. È stata anche regista in un periodo compatto, nel 1979, nel 1983 e nel 1986. E, prima di tutto questo, nel 1958, aveva recitato in un film di Monicelli.
Il 16 Maggio ai Piani Culturali DOMORI in Piazza San Carlo a Torino si è svolta la presentazione del libro a cura di Michela Meschini e Gabriella Romani, Vivere la memoria. Edith Bruck tra letteratura, cinema, teatro, Peter Lang, 2025, con Ilaria de Seta, Camilla Valletti, Michela Meschini e Edith Bruck. Qui di seguito il mio discorso.
Sono felice di partecipare a questa conversazione del Salone Off sul primo volume di studi dedicato all’opera di Edith Bruck, edito da Peter Lang. Tengo a ringraziare Camilla Valletti e l’Indice dei Libri del Mese per l’ospitalità e l’organizzazione di questo evento con cui si inaugura la partnership con la casa editrice che oggi rappresento in qualità di Editor.
Tutto è nato due mesi fa qui in Piemonte, ad Ivrea per la precisione, in occasione di un bel convegno olivettiano dove ho conosciuto Claudio Panella con cui abbiamo confrontato le nostre esperienze professionali, tra mondo accademico e editoria. Claudio mi ha messo in contatto con Antonio Maconi di Italy Post grazie al quale la trattativa Peter Lang – L’Indice dei Libri del Mese è stata agile ed efficace. Abbiamo siglato la partnership in accordo con la direttrice del nostro ufficio marketing di New York, Patty Mulrane, in tempo per il Salone torinese dove Peter Lang espone per la prima volta. Editore internazionale, quanto a sedi, autori e distribuzione, nonché multilingue (spesso i volumi collettanei sono redatti in più di una lingua), e accademico (i nostri autori sono strettamente universitari, affermati docenti o ricercatori emergenti). Il pubblico, che comprende le platee studentesche, è prevalentemente accademico; tuttavia, stiamo cercando di allargare il nostro bacino di lettori, con nuovi format come i Vectors, che mirano a una divulgazione colta, e operazioni di marketing come la partnership con l’Indice dei Libri del Mese con cui intendiamo affacciarci sul mercato librario italiano intercettando un pubblico di lettori colti e “forti”. Al Salone abbiamo portato una piccola selezione di titoli in rappresentanza di alcune delle collane di italianistica. Per scegliere a quale pubblicazione dedicare la presentazione al Salone Off ho inviato alla redazione dell’Indice la dozzina di titoli Peter Lang selezionati per il Salone. La loro preferenza è andata immediatamente al volume a cura di Michela Meschini e Gabriella Romani dedicato alle opere di Edith Bruck. L’occasione di poter dialogare con un’intellettuale della levatura di Bruck è parsa anche a noi di Peter Lang imperdibile e il libro ci rappresenta bene: contributori internazionali, accademicamente sottoposto a peer-review, ben scritto, dedicato a temi di grande attualità, capace di creare un dibattito. Merito delle curatrici e del collega Adrian Stähli della sede Peter Lang di Berlino, che ne è stato l’editor. Vivere la memoria è fuori collana, sarebbe stato difficile e riduttivo incasellarlo; stand alone, adatto alla fisionomia intellettuale dell’autrice a cui è dedicato. Parleremo infatti stasera della versatilità di Bruck nelle forme espressive (scritti narrativi, sillogi poetiche, testi drammaturgici e sceneggiature per il cinema) ma anche della sua unicità. La pubblicazione non si sofferma sulla biografia né sull’identità testimoniale dell’autrice, se non, come suggerisce il titolo, dal punto di vista tematico. Le opere di Bruck hanno quasi sempre a che fare con l’esperienza indicibile eppure da lei raccontata con tenacia. I vari capitoli che compongono il collettaneo, distribuiti in tre sezioni tematiche, sono stilati da studiosi afferenti a università di diversi paesi (Macerata, Padova, Firenze, Illinois, Seton Hall, Bath, Bruxelles Saint-Louis) e a diversi settori disciplinari (letterature comparate, letteratura italiana contemporanea, cinema, filosofia politica etc.) che mostrano la poliedricità della scrittrice. Tra i tanti aspetti affrontati ha ricevuto attenzione anche l’uso della lingua, uno dei tratti distintivi della fisionomia letteraria di Bruck. Innanzitutto una lingua di adozione, scelta e non imposta, caratterizzata da momenti di incertezza, titubanza. Una consapevole lingua imprecisa? Un vezzo da straniera? L’uso della lingua italiana ha aiutato l’autrice a mantenere una necessaria distanza dai fatti biografici; come lei stessa ha ribadito più volte, ha avuto la funzione di filtro emotivo. È un ammortizzatore per le sofferenze provocate dal riemergere di esperienze indicibili, eppure con tenacia, anche a discapito del proprio equilibrio, sempre raccontate a voce alta nel corso di una vita che ha portato avanti come una missione. Ma le imperfezioni linguistiche, che nell’oralità impreziosiscono il bell’eloquio di Bruck, si ritrovano anche nello scritto, e hanno l’effetto, come piccole e quasi impercettibili pietre d’inciampo, di ricordare a noi lettori il suo percorso: nata in Ungheria, deportata tredicenne, apolide peregrina fino all’approdo poco più che ventenne in Italia, tra Napoli e Roma, dove un certo tepore umano le ha suggerito di mettere dimora, e poi anche di adottare proprio la lingua italiana per esprimersi nella scrittura. Mi domandavo se negli anni i suoi numerosi editori (tra gli altri Lerici, Longanesi, Bontempelli, Guanda, Garzanti, Mondadori, La Nave di Teseo), i rispettivi editor o i suoi eventuali lettori di fiducia, avessero mai tentato di correggere queste piccole imperfezioni, di standardizzare il suo italiano. Ha risposto sorridente e orgogliosa: “no, mai”.
L’inciampo linguistico è consapevolmente accentuato nel romanzo, La donna dal cappotto verde, 2012, ristampato nel 2025, e portato a un’andatura claudicante da un’afasia, disturbo del linguaggio conseguenza di un’ischemia, a sua volta contraccolpo sul corpo e sulla mente della protagonista di un incontro nel presente che ha fatto riemergere il passato. La pietra d’inciampo è diventata una botola aperta sulla voragine dei lager. Il filtro emotivo, “lingua non mia”, ispessito da un evento psicologicamente traumatico (un ritorno del rimosso), con un’accentuazione incontrollata della difficoltà espressiva, risulta iperbolicamente accresciuto e mostra la necessità incontrollata di una distanza maggiore tra la testimone e i fatti narrati. Allegoria di una vita vissuta attraverso una lente distorta da un’esperienza insopportabile.
In questo scritto narrativo la sensibilità di testimone della giovanissima deportata nei campi torna nell’esperienza dell’anziana paziente ricoverata in ospedale. Il trattamento di cui parla è una denuncia e sollecita la nostra attenzione sulle modalità di approccio del sistema della cura sanitaria odierna in Italia, in particolare per la terza età. D’altro canto, nel 2020, in piena pandemia, Edith Bruck è stata invitata, dall’allora ministro della salute Roberto Speranza, a partecipare alla Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana.
Contiamo di pubblicare in una nuova collana di italianistica che stiamo per lanciare, Estremo contemporaneo, direttore principale Tiziano Toracca, dedicata a opere esemplari di autori attivi negli anni Duemila con appendice di bibliografia completa delle opere e della critica, una monografia di Michela Meschini su Edith Bruck.
L'autore

- Ilaria de Seta si è formata all’Università di Napoli Federico II, ha perfezionato gli studi all’University College Cork e insegnato all’Université de Liège. Attualmente vive a Bruxelles, è Research Associate alla Katholieke Universteit Leuven e Freelance Editor presso la casa editrice Peter Lang. Ha dedicato numerosi studi alla rappresentazione dello spazio nella narrativa otto-novecenetesca e alla parabola intellettuale di Giuseppe Antonio Borgese. Ultimamente si sta concentrando sull'opera di Federigo Tozzi e sulla rappresentazione di medici e pazienti nella letteratura europea moderna e contemporanea.
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