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Le straordinarie scoperte dei valutatori anonimi

Il triste episodio della valutazione di un progetto di linguistica da parte di un istituto di ricerca educativa

Il progetto “Plurilinguismo e internazionalizzazione nelle università europee”

Le Università di Perugia, Evora, Santiago de Compostela, Osijek e cattolica di Lione hanno partecipato a un bando del programma Erasmus+ con un progetto dal titolo “Plurilinguismo e internazionalizzazione nelle università europee”. L’idea è che l’internazionalizzazione delle università non sia attuabile solo offrendo agli studenti corsi in una lingua franca internazionale (oggi l’inglese), ma anche offrendo corsi nelle diverse lingue nazionali, in forma pianificata. È un modo per concretizzare uno dei principi dell’Unione europea, il principio del multilinguismo, che è anche uno degli obiettivi specifici proprio del programma Erasmus.

Ma l’INDIRE, l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa, a cui spetta di valutare i progetti presentati da istituzioni italiane, ha deciso che il progetto non andava finanziato. Può succedere. Anzi, deve succedere. Se ci sono bandi competitivi, alcuni progetti vengono finanziati e altri no.

Il multilinguismo è diventato un peso?

Quel che offende sono i motivi in base ai quali il progetto è stato bocciato. I valutatori, che pure hanno riconosciuto i meriti del progetto (accanto a limiti della stesura) hanno opposto una terribile considerazione di merito: “Il Progetto propone un approccio totalmente contrario a quello che si è cercato di fare fino ad oggi per internazionalizzare l’università e gli studenti, ovvero quello di utilizzare una lingua che sia conosciuta da tutti. Questo supportando lo sviluppo delle lingue nazionali va contro questo concetto e pertanto i suoi obiettivi, risultano non reali e l’eventuale impatto su studenti e docenti potrebbe addirittura essere negativo con un aggravio di ore di lavoro e una potenziale incomprensione tra le parti” (attenzione: il dettato del testo, compresa la virgola tra soggetto e verbo, è dei valutatori).

E l’obiettivo del multilinguismo europeo? Non va più perseguito? Bisogna inchinarsi supini al monolinguismo inglese? Perché in buona sostanza il giudizio è questo: ormai l’internazionalizzazione universitaria significa esclusivamente inglese, questa scelta deve essere accettata senza immaginare alternative, proporre forme diverse di collaborazione tra università europee è puro spreco.

Non c’è dubbio che il multilinguismo sia costoso e faticoso. Ma è produce ricchezza (culturale). Tutte le cose preziose sono costose. Però l’essere umano aspira alle cose preziose, anche se costose. E la varietà dei modi di esprimersi degli esseri umani è una ricchezza, come è una ricchezza, in generale, la natura della nostra Terra, con la sua molteplicità di ambienti, di specie vegetali e animali, di tipi umani. Se aspiriamo ad avere cose preziose e una varietà di opzioni, questo non dovrebbe valere anche per le lingue? Inoltre, la conservazione della biodiversità è avvolta in un alone di consenso. Questo alone svapora quando si tratta della diversità delle lingue?

Cos’è la lingua domestica?

Ma il senso di offesa che, come esperto di lingua e linguaggio, mi ha colpito leggendo queste motivazioni, si è acuito quando ho avuto modo di leggere le motivazioni con cui è stata respinta la richiesta di riesame del progetto. Nel punto in cui sono state illustrate le valutazioni sul merito della proposta, ho letto due perle straordinarie. Scrivono i valutatori: “Il progetto prevede, inoltre, lingue non semplici da imparare, come l’italiano, il croato, il francese, che necessitano di un tempo di apprendimento molto lungo. Questo rischierebbe di aggravare la comprensione delle materie insegnate, rendendo necessario organizzare l’insegnamento in classi distinte, una per gli studenti nazionali, fluenti nella lingua domestica, e un’altra per gli studenti in mobilità”.

Il concetto di “lingua domestica” non l’ho mai trovato nei miei studi sulla lingua italiana, ma neppure negli studi di altre discipline con le quali mi è capitato di confrontarmi, come la linguistica e la glottodidattica. Per la linguistica italiana è una denominazione inusuale, come documenta la scarsezza di riscontri che si trovano nell’intero web: non si va molto oltre le 1000 pagine. I valutatori anglofili hanno forse preso di peso l’espressione dalla letteratura linguistica in inglese, senza neppure porsi il problema se questa espressione sia in uso in italiano. Ma neppure l’espressione inglese è molto diffusa (compare in 27.900 pagine, che per un’espressione inglese valgono ancora meno delle 1000 che contengono il corrispondente italiano). Ma soprattutto, l’uso che se ne fa nei testi i cui ho trovato l’espressione è del tutto difforme da quello incontrato nel documento, dove pare un sinonimo ideologicamente eufemistico di “lingua nazionale” (eufemistico perché evita di tirare in ballo il concetto problematico di nazione): “lingua domestica” viene usata per descrivere, in contesti di bilinguismo, la lingua che viene usata nelle interazioni quotidiane, prevalentemente in casa, cioè in contesti tipicamente informali.

Lingue difficili da apprendere

Circa la maggiore o minore difficoltà di apprendimento delle lingue, si tratta di un parametro che non mi pare abbia mai avuto una definizione scientificamente rigorosa. Ma è facile anche capirne il motivo: la difficoltà di apprendimento di una lingua è un concetto relativo, che dipende da vari fattori, uno dei quali può essere la maggiore o minore similarità della lingua da apprendere rispetto alla lingua materna dell’apprendente, o rispetto alle altre lingue da lui conosciute.

La riprova della mancanza di criteri rigorosi è l’esistenza di diverse classifiche delle lingue difficili da studiare. Una, attribuita all’Unesco (ma non ne ho trovato una versione ufficiale), comprende cinese, greco, arabo, islandese, giapponese, finlandese, tedesco, norvegese, danese e francese; un’altra cinese, arabo, russo, thailandese, ungherese, giapponese, coreano, vietnamita, islandese ed ebraico; una terza, basco, giapponese, ungherese, islandese, polacco, arabo, cinese, finlandese, coreano, turco.

Come si vede, alcune lingue ricorrono in tutte le liste (cinese, giapponese, islandese e arabo), altre sono specifiche di ciascuna lista, al punto che le tre liste di 10 lingue ciascuna comprendono, complessivamente, ben 19 lingue diverse.

Più fondata è la lista prodotta da vari enti statunitensi per misurare la difficoltà di apprendimento delle diverse lingue da parte di apprendenti anglofoni (la classificazione si basa sul tempo medio per raggiungere un determinato livello di competenza, un criterio adombrato nella risposta dei valutatori). Ho visto la lista pubblicata dal Foreign Service Institute del Dipartimento di Stato. Il risultato è del tutto incoerente con quanto affermato nel documento dell’INDIRE: se, in effetti, il croato risulta a un livello di difficoltà 3 su 4, italiano, francese (oltre a spagnolo e portoghese, che stranamente i valutatori non prendono in considerazione, anche se sono lingue comprese nel progetto valutato) appartengono alla categoria delle lingue più facili da apprendere. Una plateale smentita di quanto affermato nel brano citato sopra, che non si presenta neppure come una (per quanto indebita) assolutizzazione di graduatorie riferite a gruppi specifici di apprendenti, ma sembra riflettere esclusivamente le idiosincrasie degli estensori.

Il declino della competenza

Ormai è noto che il valore della competenza e dell’autorevolezza sono in netto calo. Nei social siamo abituati a commentare qualsiasi tema, con uno spirito da tuttologi, cui non corrisponde nemmeno una sufficiente capacità di valutare l’attendibilità delle fonti cui si fa riferimento.

Non avrei mai immaginato che questo spirito si estendesse anche al campo della valutazione di progetti scientifici. Chiarisco una cosa: qui non si tratta di competenza della lingua che, da quel che ci ha insegnato Chomsky è patrimonio di ogni parlante, ma di competenza della linguistica, cioè della capacità di analizzare i principi che stanno alla base del funzionamento del linguaggio, della classificazione delle lingue, della descrizione delle loro proprietà. Un segnale dell’incompetenza è il mancato dominio di un settore di conoscenze, che si manifesta anche con l’uso improprio della terminologia scientifica o l’uso di una terminologia marginale, non condivisa dalla comunità degli studiosi. Basta questo per capire quando un parere o un giudizio sono dati da persone o gruppi magari competentissimi nel loro ambito, ma non nell’ambito specifico dell’oggetto da valutare.

Pubblicato nella newsletter “Aperitivi linguistici” (https://lalinguisticapertutti.substack.com )

L'autore

Michele Cortelazzo
Michele Cortelazzo
Michele Cortelazzo (Padova, 1952), si è formato alla scuola di Gianfranco Folena. È professore emerito di Linguistica italiana all’Università di Padova e Accademico ordinario dell’Accademia della Crusca. Insegna anche all’Università di Rijeka (Fiume). I suoi interessi di ricerca si rivolgono in particolare alla lingua italiana contemporanea, alle lingue speciali e all’utilizzo di metodi quantitativi nell’analisi dei testi. Autore di oltre 200 contributi scientifici, negli ultimi anni ha pubblicato i volumi Il linguaggio amministrativo. Principi e pratiche di modernizzazione (Roma, Carocci, 2021) e La lingua della neopolitica. Come parlano i leader (Roma, Treccani, 2024), con il quale ha vinto il premio Pavese per la saggistica. Svolge anche un’intensa attività di divulgazione, soprattutto attraverso il profilo Instagram lalinguisticapertutti.