Nella foto di copertina
Ginetta Varisco, Antelme e la Duras
In occasione dell’uscita della nuova edizione del libro di Robert Antelme, L’Espèce humaine, (Torino, Einaudi, 2025) pubblicato per la prima volta in Francia a maggio del 1947 (Paris, Éditions de la Cité Universelle) e in Italia, per volontà di Vittorini, nel 1954 (Torino, Einaudi, n. 32 della collana «I gettoni») abbiamo posto alcune domande al curatore Domenico Scarpa il quale è tornato in questi giorni a Bocca di Magra (in provincia della Spezia) nel luogo in cui Antelme, nell’estate del 1946, aveva iniziato la stesura del suo primo e unico libro, una delle più alte testimonianze (insieme con Se questo è un uomo di Primo Levi) della letteratura concentrazionaria.
Antelme era approdato a Bocca di Magra (il Posto di vacanza di Vittorio Sereni, 1973) in compagnia di Marguerite Duras, Dyonis Mascolo e Anne-Marie Henrat su invito di Elio Vittorini e della sua compagna Ginetta Varisco. Il gruppo aveva stretto amicizia ad aprile di quello stesso anno a Parigi, dove Vittorini era stato invitato dal Comité National des Écrivains presieduto da Louis Aragon. Durante la guerra Antelme, che aveva aderito con gli altri tre alla Resistenza, era stato arrestato e deportato a Buchenwald, poi a Gandershein e infine a Dachau.
L’estate trascorsa a Bocca di Magra è dunque la sua prima vacanza dopo quella tragica esperienza e dopo la detenzione come prigioniero politico nei campi tedeschi. La composizione di L’Espèce humaine inizia all’ombra del pergolato del “Sans Façons”, la locanda-ristorante che fin dagli anni ’20 del Novecento era diventata il ritrovo estivo di artisti, poeti, editori. Era stato il padre di Ginetta, l’industriale Federico Varisco (nato a Concorezzo nel 1864) uno dei primissimi promotori di Bocca di Magra come luogo di vacanza. Con lui anche il commediografo di Carrara, Cesare Lodovici (primo marito di Ginetta), che aveva iniziato ad invitare qui i suoi amici: Eugenio Montale, Bobi Bazlen, Sergio Solmi, Enrico Somaré. Con la sua generosità, Lodovici aveva provato a invitarvi anche il suo editore torinese, Piero Gobetti. L’invito era stato declinato. Poi, nel 1926, la tragica morte di Gobetti aveva posto fine a una stagione, il matrimonio tra Lodo e Ginetta era finito, altre estati avevano visto arrivare Giansiro Ferrata (già direttore della rivista “Solaria”) Carlo Emilio Gadda, Giulio Einaudi, Elio Vittorini e Franco Fortini che abitava però sull’altra riva del Magra, a Fiumaretta.
Qual è stata in Italia la ricezione del libro di Antelme?
Il pubblico non era ancora pronto a recepire la forza di quel libro e ad affrontare il tema del lager e della deportazione: il libro di Antelme in Francia ebbe una sorte simile a quello di Primo Levi in Italia, rifiutato più volte da Einaudi. Due anni dopo la guerra, nessuno voleva più parlare dei campi nazisti; è stato Vittorini a volere fortemente la pubblicazione del libro di Antelme sia per il suo valore letterario, sia per il valore storico ed etico: ci prova nel ’47 e poi nel ’50. Respinto di nuovo al mittente, anche nel ’54 gli volevano dire di no, o meglio, Giulio Einaudi era d’accordo, Calvino era invece fortemente contrario alla pubblicazione. Alla fine gli impongono dei tagli e il libro esce mutilo. Antelme, essendo amico di Vittorini, accetta e finalmente il libro è pubblicato nella collana “I gettoni” di cui era direttore. Poi Ginetta Varisco, l’ultima compagna di Vittorini, ritraduce integralmente il libro di Antelme che uscirà, sempre per Einaudi, esattamente tre anni dopo la morte di Vittorini, cioè nel febbraio del 1969.
Perché era necessaria una nuova edizione e una nuova traduzione, portata peraltro a termine brillantemente da Stefania Ricciardi?
Le ragioni principali per fare una nuova edizione sono essenzialmente tre: ricostruire la storia e la fortuna di questo classico europeo, che copre tre decenni di storia e tre paesi, Francia, Germania e Italia; rifare una traduzione perché in entrambe le precedenti occasioni (Lorenza e Ugo Bosco, 1954; Ginetta Varisco – Vittorini, 1969) era difettosa e oggi appariva comunque invecchiata (la prima, con tagli per 75 pagine, era comunque improponibile); offrire per la prima volta al pubblico italiano, come parte essenziale del progetto, gli scritti di Antelme mai apparsi in italiano (otto pagine della Specie umana tagliate nell’edizione del 1957 più due brevi saggi coevi al libro e legati ai suoi temi) e il bellissimo articolo del 1963 di Perec su Antelme, che apre il volume sotto forma di prefazione.
Nella Postfazione racconti in maniera ampia e dettagliata sia la storia di Antelme, sia la storia del suo libro. A cosa non sei riuscito a dedicare spazio?
Mi sarebbe piaciuto inserire qualcosa tratto da Nelle città del mondo di Giancarlo De Carlo, una raccolta dei suoi scritti di architettura uscita nel 1995 e ripubblicata quest’anno da Quodlibet. Lì ci sono delle pagine su Bocca di Magra, ma soprattutto su Sereni e su Fortini. Da quel libro non ho preso spunto, purtroppo, e ne raccomando la lettura.
Il libro include un bel saggio di Georges Perec, pubblicato per la prima volta in Italia: Robert Antelme o la verità della letteratura. Quali sono le circostanze in cui nasce?
Perec pubblica il saggio sul libro di Antelme nel 1963, sulla rivista “Partisans”, quando è ancora giovane e non è il romanziere che conosciamo. Il suo incontro con Antelme avviene tramite Queneau poiché Perec è stato, con Marcel Bénabou, uno dei primi scrittori cooptati nell’Oulipo quando il circolo si è allargato per la prima volta a includere nuovi soci. A ciò bisogna aggiungere che Antelme ha lavorato per oltre venticinque anni, quasi trenta, alla Gallimard, a fianco di Queneau. Insieme hanno fatto parte della redazione che si è occupata della collana della “Pléiade”. Frequentando Queneau, Antelme ha dunque incontrato Perec ma tra i due non è mai nata una vera e propria amicizia. Perec aveva un carattere riservato, non parlava delle sue origini. Molti suoi amici non sapevano neppure che avesse origini ebraiche. Nel momento in cui legge L’Espèce humaine, trova quel tipo di voce narrante di cui sentiva la mancanza nella letteratura francese a lui coeva. Secondo Perec, Antelme crea un nuovo linguaggio, uno stile che “parla” con una caratura morale unica, che tenta di dire cose al limite dell’indicibile ma si sforza di farlo, dando vita a un linguaggio letterario nuovo. Perec assimila in profondità la lezione di Antelme e si vedrà nei suoi libri (già nel primo, Les choses, del 1965) che questa lezione è appresa, anche nei romanzi successivi come in W ou le Souvenir d’enfance (1975) che l’autore voleva dedicare proprio ad Antelme (pur non avendolo fatto) e in cui c’è una descrizione dei campi, ma travestita nella fiction. Perec ha perso la madre ad Auschwitz, dunque come Antelme, ha vissuto la tragedia dei campi ma per interposta persona. Dunque questa nuova edizione conteneva fin dall’inizio la volontà di ristampare insieme Antelme e Perec.
***
Un’edizione necessaria, dunque, come necessario è stato per Antelme iniziare quel libro a Bocca di Magra, nell’estate del 1946. Oggi di quel luogo che devono aver visto Vittorini, Varisco, Duras, Mascolo e altri prima e dopo di loro, non rimane che la linea del paesaggio. La spiaggia è annullata dai muretti in cemento costruiti dopo l’alluvione del 2014, la locanda “Sans Façons” non esiste più, resta solo il suo edificio e nessun ricordo, il centro abitato si è espanso e occupa in lunghezza tutto il viale che si deve percorrere per raggiungere il borgo più antico. Del resto, il fiume Magra scorre sempre voluminoso fino al mare e la sua foce è ancora lì a testimoniare un incontro. Le Apuane restano, seppure più basse, lontane, sullo sfondo. Quasi più nessuno, come invece era solito fare Cesare Lodovici, tenta la traversata a nuoto da una riva all’altra, le imbarcazioni sono stipate in file ordinate nel nuovo porticciolo. Eppure qualcosa di necessario resta in questo posto di vacanza ed è probabilmente la sua storia «a più livelli, d’alta marea» che, fissata nei versi memorabili di Vittorio Sereni, ancora oggi ci parla attraverso la voce degli scrittori che qui si sono incontrati e hanno dimorato.
L'autore

- Monica Schettino è laureata in Lettere moderne all’Università di Torino con una tesi in Letteratura greca, ha ottenuto il titolo di Dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università di Urbino “Carlo Bo” con una ricerca sulla Scapigliatura piemontese, in seguito pubblicata nel volume Achille Giovanni Cagna - Giovanni Faldella, Un incontro scapigliato: carteggio 1876-1927 (Interlinea, 2008). Ha collaborato come docente a contratto con l’Università del Piemonte orientale e poi con l’Università di Torino. Per l’Istituto storico per la storia della Resistenza di Varallo Sesia ha curato l’edizione dell’autobiografia di Anna Marengo, Una storia non ancora finita, (2014) mentre nel 2023 ha pubblicato sulla rivista «l’impegno» uno studio sul giovane poeta e resistente Ferdinando Giolli e la sua collaborazione con l'editore milanese Rosa e Ballo. Nel 2021 e nel 2023 ha partecipato alla Biennale "Piemonte e Letteratura" organizzata dalla Fondazione Palmisano di S. Salvatore M.to occupandosi di Achille Giovanni Cagna e dell'editoria vercellese nel Novecento. Dal 2022, presso l'Università di Friburgo (CH) e con la direzione del prof. Genetelli, si dedica allo studio dello scrittore e drammaturgo Cesare Lodovici sul quale ha pubblicato due saggi e un capitolo introduttivo nel volume: Cesare Vico Lodovici: un anglista del Novecento (2023). Nel 2025 ha pubblicato un piccolo inedito di Giovanni Faldella nella collana diretta e illustrata da Lino di Lallo, "Quaderni di stretta brevità", intitolato Clelia o il Governo del Monaco (Roma nel secolo XIX). Romanzo storico politico di Giuseppe Garibaldi. Per l'editore Metilene di Pistoia ha curato il volume di Gino Patroni, Ed è subito pera e altri epigrammi, che nel 2024 ha inaugurato la collana di scritture anomale "Aritmie" diretta da Paolo Albani, facendo poi parte del comitato di lettura. Dal 2021 è docente di materie letterarie presso il Liceo "Parentucelli" di Sarzana, collabora con la casa editrice Loescher di Torino e con le pagine culturali della «Gazzetta di Parma».
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