Nel vasto universo dei lettori di Dante, la storiografia ha a lungo privilegiato gli umanisti, i dotti, gli interpreti raffinati del Sacrato poema. Eppure, già Carlo Dionisotti aveva richiamato l’attenzione sull’esistenza, fra Tre e Quattrocento, di un autentico culto “popolare” per la Commedia nella Toscana comunale e signorile, rivelato da copie dell’opera in scrittura mercantesca e da indizi sparsi di letture non specialistiche. Ciò che mancava, tuttavia, era una testimonianza piena e diretta di un uso devozionale, morale e perfino teologico del poema da parte dei ceti artigiani e mercantili nella prima età moderna: un Dante domestico, familiare, profondamente radicato nella vita quotidiana.
Un tassello decisivo per colmare questa lacuna viene oggi da un manoscritto cinquecentesco, finora sfuggito all’attenzione degli specialisti, conservato a Madrid presso la Biblioteca della Fundación Lázaro Galdiano. Stiamo parlando del manoscritto M 7- 3-27, un volume che contiene una scelta di canti dell’Inferno accompagnata da un inedito commento alla cantica composto nel 1552 da Lorenzo di Santi Buonafede, tessitore originario di Prato e residente a Firenze. Si tratta di un libro pensato fin dall’origine come strumento di edificazione morale e religiosa per un pubblico “di casa”, un piccolo breviario dantesco per la vita quotidiana.
La fondazione Lázaro Galdiano è conosciuta soprattutto come museo di storia dell’arte, fedele ai molteplici interessi del suo creatore, il collezionista madrileno José Lázaro Galdiano. Meno nota è la ricca biblioteca annessa, che comprende manoscritti e stampati rari e che, dal punto di vista bibliologico, resta in gran parte ancora da esplorare. Il manoscritto dantesco di Lorenzo di Santi Buonafede appartiene proprio a questi fondi librari poco frequentati e fu probabilmente acquistato da Galdiano agli inizi del Novecento.
La storia del volume, però, è assai più antica e attraversa l’Europa. Lo prova la legatura in piena pelle nera, con un sopralibris in oro che reca il nome di un “Conde della Revilla”. Il titolo di conte della Revilla fu creato nel 1619 da Filippo III per i membri della famiglia dei Velasco, direttamente imparentati coi governatori di Milano negli anni Sessanta del Seicento. È quindi verosimile che il manoscritto, già in Italia nella prima metà del XVI secolo, abbia varcato i confini della penisola proprio al seguito di un aristocratico spagnolo, per poi approdare definitivamente a Madrid. La copia che oggi sfogliamo a distanza di secoli è così il risultato di una duplice storia: quella della lettura popolare della Commedia a Firenze e quella della circolazione di libri “privati” fra Italia e Spagna.
Ma chi era Lorenzo di Santi Buonafede? Non certo un anonimo scrivente, ma una voce che affiora con forza anche da altre testimonianze. Già negli anni Trenta del Cinquecento lo troviamo autore di un capitolo in terzine sull’assedio di Firenze, dove si firma “tintore di drappi”. Nel 1552, quando redige il suo commento dantesco, si presenta come “tessitore di drappi”: segno di una continuità professionale e di una identità orgogliosamente rivendicata. Il capitolo sull’assedio, pubblicato nel 1862 da Cesare Guasti, restituisce il ritratto di un rimatore certo non eccelso, ma dotato di una chiara coscienza civica: Lorenzo si scaglia contro le politiche dei “piagnoni”, denuncia l’aumento dei prezzi, la penuria di materie prime e di cibo, il peggioramento delle condizioni di vita della città. È la voce, aspra e diretta, di un appartenente ai ceti artigiani fiorentini, per il quale le vicende politiche si misurano anzitutto sull’impatto concreto sulla propria esistenza.
Questa sensibilità civica e morale traspare anche nel commento dantesco del 1552. Il manoscritto è scritto in una grafia chiaramente di matrice popolare: un ductus preciso ma faticoso, che richiama modelli librari arcaici familiari ai ceti artigiani. Il volume si apre con una serie di paratesti: la descrizione dei “cerchi e misure dell’Inferno”, derivata con ogni probabilità dal commento di Cristoforo Landino; notazioni sulle pene, sui demoni e sui gironi, spesso attente al dettaglio visivo e alla concretezza delle sofferenze dei dannati. Segue poi un incipit che definisce con chiarezza la natura e la destinazione del libro: «Questo presente libro è di Lorenzo di Santi Buonaffedi da Prato, tessitore di drappi, chomposelo l’anno della incarnazione del Signiore: 1552».
E ancora: «In questo presente libro si dichiara alquanti versi della prima Commedia di Dante [cioè l’Inferno], degnissimo poeta fiorentino, con alquante altre chose, come leggendo troverai».
È un doppio esordio che dice molto. Da un lato rivendica la paternità artigiana del testo, con l’indicazione del mestiere e della città d’origine; dall’altro chiarisce che lo scopo è “dichiarare”) cioè rendere comprensibili e utili) alcuni canti dell’Inferno, arricchendoli di “altre cose” a beneficio di chi leggerà. Tutto lascia pensare a un libro personale, da tenere in casa e da tramandare all’interno della famiglia, in cui Dante diventa strumento per non cadere nei vizi e peccati puniti nei gironi infernali, come lo stesso Lorenzo afferma nella sua introduzione al commento.
In questa prospettiva, il manoscritto madrileno conferma con forza quanto emerge da un più ampio progetto di ricerca sulla circolazione della Commedia in età premoderna. Da anni chi scrive lavora infatti a uno studio sulla ricezione materiale del poema basato sull’analisi oltre 500 incunaboli postillati dell’opera, oggi sparsi fra biblioteche europee e americane, e che verrà pubblicato a breve in un volume monografico presso una casa editrice universitaria statunitense. Numerosi esemplari mostrano che la Commedia era percepita dai ceti mercantili come un libro di famiglia, quasi “sacro”, da custodire e trasmettere. Il manoscritto madrileno di Lorenzo di Santi Buonafede costituisce una conferma puntuale e, per certi aspetti, paradigmatica di questa dimensione devozionale.
La struttura del manoscritto conferma questa funzione. Dopo i paratesti iniziali compaiono brevi biografie di Dante, Virgilio e Petrarca, a costruire un piccolo pantheon poetico-morale. Segue la trascrizione di una selezione di canti dell’Inferno, cui si alternano blocchi di commento: a volte il testo esegetico è collocato fra un gruppo di versi e l’altro, quasi a scandire la lettura con pause di spiegazione; in altri casi le osservazioni di Lorenzo vengono posizionate alla fine di un determinato canto. Il commento è in prevalenza di tipo letterale, attento al senso immediato dei passi, ma non mancano digressioni morali e civiche che riportano continuamente il testo dantesco alla realtà di Firenze e alle sue tensioni politiche.
Dal punto di vista delle fonti, Lorenzo cita espressamente solo il Landino, e lo fa nei passaggi in cui vuole conferire maggiore autorevolezza dotta alle sue spiegazioni. Sottotraccia, però, il suo debito principale sembra essere verso il cosiddetto “Anonimo fiorentino”, un commento assai noto e studiato che per il nostro manoscritto fornisce il tessuto di base, poi abbreviato, semplificato e selezionato in funzione delle esigenze del lettore ideale. Lorenzo attinge, sceglie, rifila, conserva ciò che gli è più congeniale: soprattutto quegli elementi che toccano la vita politica e morale della città.
La chiusa del manoscritto amplia ulteriormente l’orizzonte morale dell’opera. Dopo la fine del commento, Lorenzo aggiunge altri testi di carattere edificante: una lunga lode di Giulio Cesare, trattato come figura esemplare; brevi riflessioni su concetti che lo interessano particolarmente, come “alterigia”, “rimescolamento”, “povertà”, “donne”; infine una serie di exempla tratti probabilmente da una delle tante Vite dei filosofi di tradizione pseudo-diogeniana circolanti in Italia tra Quattro e Cinquecento. È come se, esaurita l’esegesi dei canti danteschi scelti, l’autore sentisse il bisogno di lasciare al lettore una piccola summa di massime morali, modellata su un mosaico di letture diverse e tuttavia coerente con la sua visione del mondo.
Il manoscritto di Madrid si rivela così un testimone privilegiato di un’altra storia della Commedia: non quella delle grandi edizioni commentate, né quella del pubblico intellettuale del poema, ma quella di un libro letto con devozione in case artigiane, usato per interpretare il peccato e la giustizia, per riflettere sulla politica cittadina, per educare figli e nipoti.
Nel prossimo futuro offrirò, in un articolo attualmente in fase di revisione, uno studio più dettagliato di questo straordinario volume. L’edizione critica e l’analisi sistematica di questo commento inedito, oggi in corso, permetteranno infine di restituire a Lorenzo di Santi Buonafede il suo posto nella lunga storia dei lettori di Dante e, insieme, di illuminare meglio il volto popolare e devozionale di un poema che non ha mai smesso di parlare a pubblici diversi.
L'autore
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Natale Vacalebre è Profesor Distinguido Beatriz Galindo presso il Departamento de Historia y Filosofía dell’Universidad de Alcalá, dove svolge attività di ricerca e insegnamento nel campo della cultura scritta nella prima età moderna. In precedenza è stato Benjamin Franklin Fellow alla University of Pennsylvania e Marie Skłodowska-Curie Fellow presso l’Arnamagnæan Institute dell’Università di Copenaghen, maturando un percorso scientifico fortemente internazionale. Recentemente è stato eletto Fellow della Royal Historical Society. Studioso interdisciplinare, le sue ricerche intrecciano storia del libro e delle biblioteche, storia della lettura e della circolazione dei saperi, storia della ricezione testuale e storia letteraria. È autore di numerosi contributi apparsi in riviste e miscellanee internazionali, oltre che delle monografie Come le armadure e l’armi (Olschki, 2016) e Festina Lente (CRELEB–CUSL, 2016), dedicate rispettivamente alla storia delle antiche raccolte librarie gesuitiche e all’impresa editoriale di Aldo Manuzio. Attualmente è in uscita la versione inglese ampliata e rivista del volume sulle biblioteche della Compagnia di Gesù, mentre è in fase di conclusione un’ampia monografia dedicata ai lettori della Commedia nella prima età moderna. Quest’ultimo progetto, frutto di un lavoro quasi decennale, si basa sull’analisi di documenti d’archivio, postille e tracce di provenienza presenti in centinaia di incunaboli conservati in collezioni europee, americane e asiatiche, offrendo una nuova prospettiva sulla storia materiale e sulla ricezione del poema dantesco.

