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Ricordo di Giovanni Cena

Insieme con Piero Gobetti, del quale a febbraio del 2026 ricorrono i cento anni dalla morte, non sarà vano ricordare anche lo scrittore Giovanni Cena che dell’umanesimo liberale e dell’insegnamento culturale e filantropico di Gobetti appare oggi un precursore e un modello di integrità morale e intellettuale. Diversa invece l’estrazione sociale: Giovanni Cena proveniva da una poverissima famiglia di contadini del Canavese, per la precisione di Montanaro, non lontano nel tempo e nello spazio dalla villa del Meleto di Agliè dove Guido Gozzano trascorreva le sue estati.

Maggiore di Gozzano di tredici anni e ancor più di Gobetti che ne aveva trentuno in meno, Cena era nato il 12 gennaio 1870. Ha condiviso con i suoi più noti conterranei, se non la nascita, una identica precocissima – e per diversi aspetti tragica – scomparsa: il 7 dicembre del 1917, a Roma, muore colpito da una polmonite contratta mentre, in una notte freddissima, distribuiva i sussidi mensili ai profughi serbi, sfollati in Italia a causa degli scontri avvenuti nei Balcani nel corso della Prima guerra mondiale.

Sulle pagine della «Nuova Antologia», di cui era diventato capo-redattore nel 1901 per interessamento di Giovanni Faldella, Cena pubblicava il 16 gennaio 1916 un appello Per i serbi in Italia. Il suo testo, al di là della contingenza storica che lo ha generato, suona oggi di cogente attualità, soprattutto quando esorta gli italiani ad «accogliere e soccorrere questi fuggiaschi e far loro sentire meno crudele l’esilio»: una forma di solidarietà e di aiuto tra popoli nel nome degli «spiriti di Mazzini e di Garibaldi […] a ricordare all’Italia la sua missione di giustizia e di civiltà».

Il Socialismo umanitario di Giovanni Cena era noto. In campo pedagogico si era impegnato nell’alfabetizzazione dei fanciulli che abitavano l’Agro Romano, fondando scuole e insegnandovi come maestro (Per le scuola dell’Agro Romano, «Nuova Antologia», 16 marzo 1910). Con lui in quegli anni c’era anche la scrittrice Rina Faccio, che proprio a Giovanni Cena – di cui fu la compagna fino al 1913 – deve lo pseudonimo Sibilla Aleramo. I due si erano conosciuti a Roma dove proprio in questi anni, lasciata Torino e abbandonati gli studi universitari (seppure lodatissimo allievo di Arturo Graf), Cena aveva preso a coniugare l’attività giornalistica a un frenetico quanto necessario attivismo umanitario.

In quello che ancora oggi resta uno dei più ponderati studi sullo scrittore, Giorgio De Rienzo osserva che in quegli anni, a dispetto «del clima di pigrizia interiore e di impotenza operativa tipico di tanta letteratura del primo Novecento», si coglie in Cena «un’urgenza, quasi una fretta irrequieta […] che si riflette anche nel ritmo serrato, nel dettato secco dei suoi reportages giornalistici dalla Calabria, dalla Sicilia e dall’Abruzzo colpite dal terremoto, nei suoi appelli e nelle sue illustrazioni […] nelle tante pagine di denunzia dei mali o di ingiustizie sociali, nelle sue riflessioni sulla guerra» (Camerana, Cena e altri studi piemontesi, Cappelli, Bologna 1972, pp. 110-111).

«In questo momento la letteratura ha poco posto nelle riviste come nella vita. C’è altro da fare. E quel che si fa – annota Cena nel suo diario – è d’altronde tutto buon materiale per la letteratura, che io comprendo soltanto come emanazione diretta della vita. Agire è prepararsi per scrivere». (Ivi, p. 110). Se parlare di scrittura come forma di militanza sarebbe, in relazione a Cena, una forma di ingiustificata anacronia, non è errato farlo se si guarda invece alla direzione, al percorso a cui condurrà un romanzo come Gli Ammonitori (1904) che, non a caso, fu ristampato nella collana «Centopagine» diretta da Calvino nella primavera del 1976, cioè alla vigilia di un altro anno memorabile per l’antagonismo politico.

Scomparso poco prima del Biennio Rosso, sepolto prima a Roma e, dieci anni più tardi, traslato con grande sfarzo a Montanaro, dove si tenne, in epoca di strumentalizzazione fascista, la solenne inaugurazione di una tomba-monumento in sua memoria, opera di Leonardo Bistolfi (Ettore Soave, Giovanni Cena commemorato nella natìa Montanaro, «La Stampa», 12 dicembre 1927), Cena fu di nuovo e molto in fretta dimenticato.

Furono proprio Bistolfi, Annibale Pastore ed Eugenia Baleno, a promuovere e curare negli anni tra il 1928 e il 1929 una ristampa di tutte le sue opere. Ne uscirono cinque volumi per le edizioni «L’impronta» di Torino. Nel centenario della nascita fu invece Giorgio De Rienzo a curarne una nuova edizione in tre volumi, stampata a Roma tra il 1968 e il 1971.

Una fama che si è mossa dunque – come spesso accade per gli scrittori che non rientrano nel novero dei classici – a fasi alterne, per anniversari e ricorrenze, e che poi puntualmente è ritornata nell’ombra, fatta eccezione per un saggio di Simonetta Satragni Petruzzi, Ricordo di Giovanni Cena nel centenario della morte (1870-1917), uscito oramai dieci anni fa su «Studi Piemontesi» (n.2, 2017, pp. 575-582).

Nel secondo dopoguerra, in un Paese che tentava una ricostruzione democratica basata su valori morali e civili, proprio Sibilla Aleramo si ricordò di Giovanni Cena e delle sue lotte sociali di inizio secolo:

«Nel 1904 un romanzo, l’unico ch’egli abbia lasciato, Gli Ammonitori, lo rivelò, oltre che prosatore finissimo e personalissimo, assertore appassionato d’ideali sociali, pur senza appartenere egli ad alcun partito politico. Fu, in quello stesso 1904, ch’io gli feci conoscere le condizioni d’incredibile squallore e abbandono in cui vivevano i braccianti dell’Agro Romano, in seguito a che deliberammo assieme al professor Angelo Celli, insigne malariologo, e a sua moglie Anna Celli, d’istituire quelle Scuole Festive e Serali dell’Agro Romano a cui ci dedicammo con fervore d’apostoli per molti anni. Ho raccontato in alcune pagine del mio Diario […] che Cena, io, e i Celli e i primi insegnanti volontari venivamo chiamati Garibaldini dell’alfabeto. Per le sue origini campagnole e per il ricordo della sua triste infanzia, Cena era più di chiunque altro destinato ad abbracciare la causa materiale e spirituale di quei paria sfruttati da proprietari feudali. Ma la sua generosa umanità ebbe anche altre manifestazioni. Egli accorse in Calabria e a Messina in soccorso dei sinistrati del 1908, e più tardi in Abruzzo per quelli di Avezzano. Si occupò attivamente dell’Associazione per il Mezzogiorno fondata da Giustino Fortunato. E infine durante la guerra 1914-1918 si prodigò nelle iniziative a pro dei profughi e dei prigionieri. Dopo il disastro di Caporetto la sua gracile fibra cedette, ed egli morì nel dicembre 1917.

L’Italia fascista non ne conservò la memoria, i letterati di quel tempo lo ignorarono, e quelli di oggi non sembra lo conoscano. Auguro e spero che nel fiorire delle iniziative editoriali democratiche non si dimentichino le opere di Giovanni Cena e si ristampi, ad esempio, Gli Ammonitori, libro degno veramente di essere offerto all’attenzione e alla commossa meditazione delle nuove generazioni» (Sibilla Aleramo, Giovanni Cena e i «Garibaldini dell’alfabeto», in «Il calendario del popolo», dicembre 1950, p. 730).

È molto probabile che Gobetti, nato a Torino nel 1901, abbia conosciuto Giovanni Cena solo attraverso le sue pagine scritte e che i due non abbiano avuto il tempo di incontrarsi. Lo stesso si potrebbe pensare per Gramsci, al quale Cena è stato accostato anche per l’aspetto e per la gracilità del fisico.

Eppure, in una ideale linea di derivazione e di vicinanza ideologica e letteraria, che da Cena ci conduce fino a un romanzo-reportage simbolo della contestazione come Il sovversivo di Corrado Stajano (Einaudi, 1975), è giusto ricordare insieme questi attivisti della scrittura e della poesia, che trovarono nella parola una più alta forma di ribellione e di rivalsa (Giovanni Cena, In umbra, 1898):

Il canto egli sapeva dell’usignolo
Appreso un tempo alla natal pineta
E la dolce d’amor pena segreta
Amava ricantar piangendo solo.

Ma quando vide i suoi fratelli al suolo
Ignudi, sorse libero poeta
Con altre voci a predicar la lieta
Novella e a stimolar l’ignavo stuolo.

monica_schettino@hotmail.com

L'autore

Monica Schettino
Monica Schettino
Monica Schettino è laureata in Lettere moderne all’Università di Torino con una tesi in Letteratura greca, ha ottenuto il titolo di Dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università di Urbino “Carlo Bo” con una ricerca sulla Scapigliatura piemontese, in seguito pubblicata nel volume Achille Giovanni Cagna - Giovanni Faldella, Un incontro scapigliato: carteggio 1876-1927 (Interlinea, 2008). Ha collaborato come docente a contratto con l’Università del Piemonte orientale e poi con l’Università di Torino. Per l’Istituto storico per la storia della Resistenza di Varallo Sesia ha curato l’edizione dell’autobiografia di Anna Marengo, Una storia non ancora finita, (2014) mentre nel 2023 ha pubblicato sulla rivista «l’impegno» uno studio sul giovane poeta e resistente Ferdinando Giolli e la sua collaborazione con l'editore milanese Rosa e Ballo. Nel 2021 e nel 2023 ha partecipato alla Biennale "Piemonte e Letteratura" organizzata dalla Fondazione Palmisano di S. Salvatore M.to occupandosi di Achille Giovanni Cagna e dell'editoria vercellese nel Novecento. Dal 2022, presso l'Università di Friburgo (CH) e con la direzione del prof. Genetelli, si dedica allo studio dello scrittore e drammaturgo Cesare Lodovici sul quale ha pubblicato due saggi e un capitolo introduttivo nel volume: Cesare Vico Lodovici: un anglista del Novecento (2023). Nel 2025 ha pubblicato un piccolo inedito di Giovanni Faldella nella collana diretta e illustrata da Lino di Lallo, "Quaderni di stretta brevità", intitolato Clelia o il Governo del Monaco (Roma nel secolo XIX). Romanzo storico politico di Giuseppe Garibaldi. Per l'editore Metilene di Pistoia ha curato il volume di Gino Patroni, Ed è subito pera e altri epigrammi, che nel 2024 ha inaugurato la collana di scritture anomale "Aritmie" diretta da Paolo Albani, facendo poi parte del comitato di lettura. Dal 2021 è docente di materie letterarie presso il Liceo "Parentucelli" di Sarzana, collabora con la casa editrice Loescher di Torino e con le pagine culturali della «Gazzetta di Parma».