Ho apprezzato molto il tuo lavoro, perché si tratta di un lavoro di “ricerca di prima mano”, che si basa spesso su fonti inedite. Ti chiedo, innanzitutto, perché hai scelto di scrivere una biografia intellettuale e non una semplice biografia di Emilio Cecchi?
In effetti, la ricerca che ha portato a questo libro nasce proprio dall’archivio dell’autore, conservato a Firenze nell’Archivio Contemporaneo “Bonsanti” del Gabinetto Vieusseux, e dalle sue fonti inedite. Più precisamente, da un nucleo di istantanee scattate da Emilio Cecchi negli anni Trenta durante i suoi viaggi, di cui si è occupato qualche anno fa Luigi Weber, che ha poi generosamente condiviso con me le sue riflessioni. È raro trovare, nei fondi degli scrittori, tante fotografie, per giunta “di loro mano”; nel suo caso, poi, facevano da contrappunto visuale ai reportage che andava scrivendo per il «Corriere della Sera». Su questa base ho costruito il mio progetto di dottorato, dedicato più nello specifico al decennio dei viaggi cecchiani. Successivamente, di fronte alla possibilità di pubblicare la mia tesi, ho deciso di modificare parzialmente la sua struttura, dedicandomi a una ricostruzione più ampia dell’opera dell’autore. Il mio obiettivo non era tanto quello di creare una biografia in senso stretto – anzi, per forza di cose alcune questioni sono affrontate più sommariamente – quanto di ripercorrere l’evoluzione del suo pensiero in una prospettiva interdisciplinare, rispecchiando l’attività molteplice di Cecchi. È stato giornalista, critico letterario, d’arte e cinema, produttore e sceneggiatore cinematografico, fotografo, si è anche confrontato, seppur parzialmente, con la radio. A mio avviso, si tratta di un autore la cui modernità forse è passata in secondo piano proprio per la sua biografia. Perciò mi interessava interpretare la sua vita alla luce del suo pensiero, e viceversa, ma non soffermarmi solo su un esercizio di ricostruzione biografica, certamente utile, ma meno suggestivo e stimolante.
Nel libro accenni alle collaborazioni con Praz. Puoi aggiungere qualche elemento sulla loro amicizia, dal momento che Praz gli deve moltissimo?
Sì, quello con Praz è stato un rapporto d’amicizia e di stima lungo ma discontinuo, su cui possiamo affacciarci grazie al carteggio pubblicato già nel 1985 da Adelphi, a cura di Francesca Bianca Crucitti Ullrich. È Praz a scrivergli per primo, all’inizio degli anni Venti, inviandogli alcune poesie inglesi da lui tradotte. Tra di loro si crea così una relazione maestro-allievo, anche se i punti di scontro non mancheranno, soprattutto con l’avvento del fascismo, quando Praz manifesterà, diversamente da Cecchi, il suo dissenso verso il regime (e qui faccio riferimento anche ai tuoi studi). Dalle loro opere, comunque, emerge con tutta evidenza una “fratellanza”: entrambi trovano la misura della propria scrittura – tanto critica quanto creativa – nel saggio, si occupano di letteratura inglese, scrivono bellissimi libri di viaggio e uniscono alla riflessione sulla letteratura quella sulla cultura figurativa. Anzi, se quest’ultimo aspetto in Cecchi rimane legato alla pratica di analisi e di scrittura, Praz lo porta a un livello successivo in quell’importante volume che è Mnemosine. Parallelo tra la letteratura e le arti visive che purtroppo Cecchi, morto pochi anni prima, non poté leggere.
Un capitolo del libro è intitolato “Un fascista riluttante”. Eppure, alla fine della guerra anche Cecchi ebbe dei problemi di “epurazione” come intellettuale di punta del fascismo. Quali sono gli elementi principali che ti inducono a definirlo “riluttante”?
Questo è uno degli aspetti più aggrovigliati della sua biografia intellettuale. Lo è stato anche, per me, in una prospettiva metodologica: volevo affrontare il coinvolgimento di Cecchi con il regime senza limitarmi a giudizi e letture ideologiche. Forse è scontato, ma è servito del tempo per trovare le misure per scriverne; e, in generale, si è trattato di un inseguimento delle tracce. Cecchi si è voluto costruire un’immagine di intellettuale apolitico, super partes, ma naturalmente non lo è mai stato. È stato interessante scoprire, nelle corrispondenze che scrive nei primi anni Venti per il «Manchester Guardian» e per «La Tribuna», mai più ripubblicate (lo meriterebbero), la parabola del suo pensiero liberal-conservatore durante il “biennio rosso” e l’ascesa del fascismo. È proprio qui che si vede la sua natura d’uomo d’ordine; ne ha scritto tanto, e bene, Paolo Leoncini, analizzando quanto il concetto di politica in Cecchi equivalga a un esercizio di contenimento del caos da parte dell’uomo. Quando nascono i fasci, Cecchi prima li condanna, poi li ammette quale mezzo per riportare l’ordine durante gli scioperi e gli scontri del 1919-1920. Poi, quando la violenza fascista gli sembra esondare dai margini, spera che venga ricondotta sotto l’egida liberale. Quando alla fine Mussolini diventerà capo di governo, anche se riluttante, appunto, Cecchi accetterà questa nuova forma di governo. Parlo di riluttanza perché a livello ideologico il loro orientamento non coincide, specialmente nei riguardi della concezione giolittiana per cui l’arte dev’essere a servizio dello Stato. E infatti, Cecchi firmerà in un primo momento il Manifesto antifascista di Croce e Amendola, il che avrà delle ripercussioni negative sulla sua carriera; inoltre, accetterà di stare in secondo piano rispetto all’intellighenzia dell’epoca proprio perché non affiliato alle sue idee, oltre a non essere iscritto al partito fascista. Però quando si tratterà di entrare nell’Accademia d’Italia, la massima istituzione del regime, che sovvenziona con un lauto stipendio i suoi soci, non tarderà a prendere la tessera. Una scelta interessata… e Mussolini ne era ben consapevole, come dimostra la disistima nei suoi confronti. Recentemente sono usciti per Sellerio i diari dal 1930 al 1945 di Leonetta Pieraccini, moglie di Cecchi e talentuosa pittrice. Nelle loro pagine questa progressiva china del marito verso l’irreggimentazione emerge molto chiaramente, specialmente negli anni della guerra.
Meno noto è forse il rapporto tra Cecchi e il cinema. Quale film a cui collaborò nella scrittura, suggeriresti di vedere o rivedere?
Sì, Cecchi ha avuto un ruolo tanto breve quanto importante per la storia del cinema italiano. Dopo essere stato ad Hollywood nel 1931 e aver iniziato a scrivere recensioni di film viene assunto come direttore di produzione alla Cines, che grazie a lui inaugura una vera politica cinematografica. Aumenta la produzione, convoca artisti e scrittori importanti perché contribuiscano con le proprie competenze alla scrittura, alla scenografia, alle musiche dei nuovi film. Cecchi quindi si rivela anche un grande organizzatore, con una visione ampia del prodotto cinematografico. Le sue riflessioni sul cinema, affidate ad articoli editi su varie riviste e quotidiani, sono di grande interesse: intanto, è consapevole che la sua attrazione per quest’arte deriva da quella, ancora più ampia, verso il “vedere”, verso la cultura dell’immagine. Perciò presta grande cura, oltre che alle storie, anche all’aspetto scenografico delle sue pellicole e incoraggia la produzione di documentari. Al tempo stesso, ancor più suggestivo del film gli pare tutto ciò che gli gravita attorno, e in diversi articoli s’interroga sull’assenza di una letteratura cinematografica, che sappia cogliere e rappresentare l’ambiente del cinema e tradurlo in inedite soluzioni narrative. Come scrivo nel libro, sull’apporto specifico di Cecchi al processo di scrittura cinematografica, non si possono formulare grandi considerazioni, dal momento che nei film di questi anni le sceneggiature sono scritte a più mani. Forse, anche per la storia che gli sta dietro, fatta di ripicche, offese e scontri continui tra le figure coinvolte (Cecchi fu in questo frangente un vero mediatore), nonché per la peculiarità delle scelte registiche, consiglierei Acciaio. È un film del 1933 su soggetto firmato da Pirandello ma scritto, in realtà, dal figlio Stefano, sceneggiato da Mario Soldati insieme a Cecchi, musicato da Gian Francesco Malipiero e girato dal tedesco Walter Ruttmann. Racconta la storia di un amore contrastato sullo sfondo delle acciaierie di Terni – altra ragione per vederlo, per le coreografie sceniche che riprendono la catena di montaggio industriale a contrasto con lo scenario naturalistico d’attorno.
A distanza di anni, qual è l’aspetto culturale e intellettuale di Cecchi che merita di essere riscoperto e ulteriormente valorizzato?
Da un lato direi la sua esperienza d’intellettuale durante il regime, che mi sembra rivelare bene le contraddittorietà di quel periodo e del suo racconto, mettendo in luce atteggiamenti sfumati, non perfettamente lineari, molto più frequenti delle prese di posizione nette. Dall’altro, ciò che mi sembra davvero cruciale, o perlomeno più affascinante, oltre all’ineguagliabile forma saggistica, è la centralità dell’immagine nella sua poetica. In certa misura, essa rappresenta la chiave di volta del suo percorso intellettuale ed è qualcosa che risuona ancora oggi. Cecchi nasce con ambizioni da pittore ma riesce – e non senza fatica – a diventare autore di prosa critica e creativa. Tuttavia, questo primo istinto non lo abbandonerà mai: i suoi concetti si sviluppano spesso a partire da un’immagine, osservata da molteplici punti di vista, ed è attraverso un continuo ricorso a immagini verbali che prende forma la sua scrittura. Non a caso il titolo del mio libro, che viene da un passo di Pesci rossi, descrive la ricerca della parola come un movimento che nasce dallo sguardo: «ricordo benissimo che un giorno, aspettando cogli occhi una parola, come se avessi potuto vederla venire scodinzolando sul tavolo […]». Questa sensibilità rende Cecchi particolarmente ricettivo alle novità tecniche: singolarmente, rispetto ai suoi colleghi, si appassiona alla fotografia e la pratica con continuità; anzi, durante i suoi viaggi per il «Corriere della Sera», la macchina fotografica diventa insieme penna e taccuino, uno strumento capace di fissare ciò che osserva e su cui poi scriverà. È inoltre un profondo conoscitore d’arte e partecipa in prima persona alla produzione e alla scrittura di tantissimi film. Forse, gli aspetti più interessanti di Cecchi sono diversi da quelli per è ricordato più spesso: non tanto la letteratura critica quanto, piuttosto, quella creativa e odeporica, dalle quali emerge con forza questa centralità dello sguardo. Uno sguardo che, però, è anche ingannevole: l’inquietudine dello scrittore lo convince infatti che la realtà sia percorsa da correnti irrazionali, pronte a sovvertirne l’ordine in ogni momento. La scrittura (e la fotografia) sono quindi per lui un argine, un esercizio di contenimento del caos nella forma.
L'autore
- Carlo Pulsoni è il coordinatore di Insula europea (http://www.insulaeuropea.eu/carlo-pulsoni/).
Ultimi articoli
avvenimenti13 Agosto 2026La lingua e la terra di Vera Lúcia de Oliveira
avvenimenti21 Luglio 2026L’inferno di Pedro Eiras
avvenimenti21 Luglio 2026O Inferno de Pedro Eiras
avvenimenti14 Giugno 2026La lingua primitiva di Mendonça
