“Non c’è lettore più attento del traduttore.”
(aforisma che Sor Pietro avrebbe probabilmente sottoscritto)
Quando nel 1996 iniziai la mia attività di insegnamento presso l’Università Jagellonica di Cracovia, il nome di Pietro Bembo non figurava tra i miei interessi principali. Anzi, si potrebbe dire che, come accade spesso con alcune figure centrali della storia letteraria e linguistica, mi appariva allora remoto, quasi scolasticamente intoccabile. Da storico della lingua concentravo le mie energie sugli aspetti morfologici e fonetici dell’italiano antico, sull’evoluzione delle strutture e, più tardi, sulle varietà settoriali dell’italiano nel passato: insomma, su ciò che si tiene spesso a distanza dalla letteratura. Bembo, per gli storici della lingua, canonico per definizione, sembrava collocarsi in una regione di rigida normatività, quella delle antologie e dei precetti, non ancora in quella di una possibile passione.
Fu soltanto nel 2004, quando iniziai a tenere corsi di storia della lingua italiana, che il nome di Bembo cominciò a farsi più vicino, più esigente. Non si trattava più soltanto di nominarlo: occorreva leggerlo, comprenderlo, insegnarlo. Quel passaggio dall’astrazione alla presenza fu per me decisivo. Come spesso accade nella ricerca, un incontro umano accelerò il processo: quello con Carlo Pulsoni, dapprima a Cracovia, poi a Padova. Il suo approccio ai testi bembiani – mai puramente erudito, ma sempre animato da un gusto profondo per la materialità dei manoscritti e per la vita delle varianti – contribuì a modificare la mia percezione del filologo veneziano e soprattutto mi avvicinò alla ricerca bembiana vera e propria.
Ricordo in particolare un episodio che segnò per me una vera svolta. Ero a Roma per una ricerca bibliografica quando Carlo mi telefonò per invitarmi a raggiungerlo presso una casa d’aste nei pressi di Piazza Venezia. Lì conobbi Fabio Bertolo e mi venne mostrato, insieme, un esemplare del cosiddetto postillato bembiano, che sarebbe stato in seguito al centro di un volume da loro pubblicato con Marco Cursi.
La vista di quelle annotazioni, tracciate con una grafia intrigante e confidenziale, deve aver lasciato un segno più profondo di quanto mi rendessi conto all’epoca. Da quella materialità del codice cominciava a delinearsi anche l’interesse per il personaggio.
Ma la via che inevitabilmente mi portava verso Bembo era più di una. Attraverso lo studio del codice Ital. Quart. 48, conservato oggi nella Biblioteca Jagellonica, che contiene il testo dei Giuochi mathematici di Piero da Filicaia, ho approfondito il personaggio di Giuliano de’ Medici, duca di Nemours, e gli anni d’oro della corte di Urbino. Immancabilmente, in quell’occasione, mi si presentava Bembo e, con lui, le Stanze. Da letture, ricerche e continue frequentazioni del primo Cinquecento nasceva l’ammirazione per la poesia del futuro cardinale.
Il privilegio del filologo e dello storico è convivere con i personaggi e i testi del passato. Se uno è fortunato, trova appoggio anche in ambito familiare. Mia moglie, Basia, traduttrice esperta, si lasciò coinvolgere in questa passione bembesca, traducendo le Stanze in polacco. L’intento era inizialmente ludico: un esercizio di stile nato durante il nostro soggiorno fiorentino nel 2017. Ma l’ambizione formale dell’opera, la precisione della costruzione metrica e la musicalità dell’endecasillabo bembiano imposero ben presto un lavoro sistematico. Il risultato fu la pubblicazione, nel 2019, di una traduzione che riproduce la struttura ritmica e rimica dell’originale, accompagnata da un apparato critico elaborato in collaborazione con Marta Wojtkowska-Maksymik, collega dell’Università di Varsavia. Quell’esperienza, apparentemente episodica, segnò l’inizio di una collaborazione più ampia, che avrebbe preso la forma di un vero e proprio progetto editoriale e filologico.
L’idea di affrontare la traduzione delle Prose nasce proprio da lì, in un clima di crescente entusiasmo bembiano e dalla volontà di Marta di farsi carico del difficile lavoro di coordinamento. Il progetto, conclusosi nel 2025, ha portato alla pubblicazione – a cinquecento anni esatti dalla editio princeps del 1525 – della prima traduzione polacca integrale dell’opera, edita nella collana Dawna Literatura Włoska. Studia i źródła. Il volume offre non soltanto una traduzione annotata, ma anche un ampio apparato critico: introduzione storico-linguistica, commenti filologici, note biografiche, glossario e indici analitici.
La ricostruzione della base testuale, condotta secondo criteri filologici rigorosi, ha permesso di chiarire le fasi di elaborazione dell’opera e di mettere a fuoco le varianti più significative. I risultati ottenuti sono rilevanti non solo per la storia del testo, ma anche per la comprensione della teoria linguistica bembiana. Ne emerge un quadro meno rigido e lontano dal dogmatismo di quanto spesso si affermi: la norma delle Prose appare sensibile alla variazione diafasica, diatopica e diacronica, aperta ai doppioni opportunamente etichettati, e ben più complessa della consueta immagine del legislatore austero.
Il progetto ha inoltre incluso un’indagine provenienziale sugli esemplari conservati nelle biblioteche polacche (a cura di Martyna Osuch), i cui risultati sono stati inseriti in banche dati bibliografiche. La ricezione delle Prose in Polonia, aspetto curato da Marta Wojtkowska-Maksymik – tema finora quasi inesplorato – ha aperto nuovi scenari che intersecano la storia della filologia italiana e la comparatistica letteraria.
Ma, come spesso accade nei progetti più ambiziosi, alla dimensione accademica si è affiancata un’irresistibile domanda personale: chi leggerà oggi Pietro Bembo in Polonia? La fatica della traduzione, l’impegno critico, le centinaia di note redatte e riviste: tutto ciò sarebbe giustificato da quale pubblico?
Che possano servire da risposta le parole di un conoscente di vecchia data, oggi docente di letteratura polacca presso la stessa Università Jagellonica. Informato della pubblicazione, ha esclamato con entusiasmo: “Che bello! Io parlo sempre di Bembo ai miei studenti: è fondamentale per comprendere Kochanowski!”. E ha aggiunto, quasi in forma di auspicio: «Peccato non avere anche le sue opere poetiche…».
Ho potuto allora sorridere e rispondere: “In parte ci sono. Le Stanze sono state tradotte. Per il resto… vedremo”.
Abbiamo dato alle stampe le Prose: una fatica enorme, ma anche una soddisfazione profonda. Da oggi ce ne sarà molto più Bembo in Polonia. Nostro Sor Pietro, pignolo com’era, avrebbe senza dubbio corretto più di un passo della nostra traduzione e del nostro commento; ma spero che, nel complesso, avrebbe approvato.
L'autore
- Roman Sosnowski è professore di Storia della lingua italiana e di linguistica all’Università Jagellonica di Cracovia. È autore di numerosi studi sulla storia della lingua italiana, tra cui Origini della lingua dell’economia in Italia (Milano 2006), Deissi spaziale nei testi teatrali italiani del XVI secolo (Cracovia 2010) e Manoscritti italiani della collezione berlinese conservati nella Biblioteca Jagellonica di Cracovia (secoli XIII–XVI) (Cracovia 2012), nonché coautore di dizionari e manuali per lo studio dell’italiano. Negli ultimi anni si è occupato intensamente di Pietro Bembo. È socio corrispondente estero dell’Accademia della Crusca. Appassionato podista, partecipa a gare di corsa in Polonia e in Italia.
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