Due mostre in contemporanea a Roma nella Fondazione Filiberto e Bianca Menna e a TRAleVOLTE, come le avete concepite con i rispettivi curatori?
In realtà l’idea di realizzare una mostra presso la Fondazione Menna risale a qualche anno fa, quando Antonello Tolve visitò il mio studio-giardino di Surbo. In quel contesto mi parlò della Fondazione da lui diretta e di realizzare lì una personale riassuntiva del mio lavoro di ricerca.

Presso la Fondazione abbiamo pensato a un percorso con opere che erano già state presentate nel 2022 presso la Fondazione Biscozzi | Rimbaud di Lecce, nell’ambito della mostra “L’altra scultura”, a cura di Paolo Bolpagni, ma arricchito con lavori inediti o realizzati ad hoc per lo spazio romano. L’idea di Tolve era di realizzare un bosco, in effetti le opere lo rappresentano bene, considerando i temi trattati e i numerosi elaborati esposti. Una mostra che documenta i punti salienti della mia ricerca o comunque buona parte di essa. Sono presenti opere ispirate alla natura martoriata dalla mano scellerata dell’uomo e del periodo della “Magica luna”, esperienza personale, ma anche opere riguardanti un periodo sonoro, gli insetti che minacciano le colture, i veleni che producono piante tetragone e finanche agli scarabei simbolo di morte, ma anche della rinascita racchiusa nelle pietre fluo che trasportano… TRAleVOLTE invece, a cura di Stefania Zuliani, abbiamo esposto il tema della Xylella, – suoni, foto, sculture e installazioni – qui tratto il disseccamento e la rinascita degli ulivi, rinascita ad opera degli innesti, una mia indovinata intuizione tra arte e natura.
Parlami dei materiali che utilizzi nel tuo lavoro.
I materiali che utilizzo sono vari e col tempo sono cambiati. Io ho studiato Pittura presso l’Accademia di Lecce, ma la fase bidimensionale ha ben presto ceduto il passo a una pittura materica e a superfici a rilievo che vanno dal cartone, al legno, alla pietra, e al metallo. Le forme da muro col tempo hanno ceduto il posto ai lavori tridimensionali in ferro o pietra oppure legno. Negli ultimi anni mi sono cimentato con l’acciaio inox che spesso assemblo a pietra naturale o dipinta con colore giallo fluo, ormai uno dei simboli del mio impegno ecologico.

Il materiale utilizzato, quasi sempre mi è suggerito dal concetto che devo esprimere. Comunque, come diceva Fazzini: “noi artisti dobbiamo lasciare il nostro spirito su una materia che mai subisce la putrefazione della morte”. Quando mi è possibile uso materiali che possano resistere senza manutenzione. Naturalmente per l’esterno ci sono delle accortezze maggiori, mi viene in mente un’opera di grandi dimensioni realizzata di recente per l’Università di Lecce in cui ho utilizzato solo inox.
Oggi mi avvalgo di prodotti pittorici già collaudati nell’industria o il più delle volte di zincature per trasferire ulteriore vita al ferro. Comunque, i materiali per me sono molto importanti, sia per un fatto estetico che per un discorso di conservazione delle opere. Un’opera si sa quando nasce ma non si sa se quando e come un giorno verrà adottata da qualcuno o collocata in uno spazio pubblico, per cui deve essere di “sana e robusta costituzione”, atta a sfidare il tempo, l’incuria e naturalmente anche lo spazio, se possibile! Ci sono opere invece che sono nate con lo spirito di resistere un periodo di tempo limitato, ma che poi per vari motivi si sono, con opportuni accorgimenti, trasformate in opere durature, a testimonianza dell’evento e del messaggio comunicato.
Cosa rappresenta per te la natura e come la trasfiguri?
La natura rappresenta la mia fonte di ispirazione, da sempre. Io nasco pittore di paesaggi, col tempo la figurazione ha ceduto il posto all’astratto e al concetto. Lo studio e la sensibilità mi hanno fornito gli strumenti per riprodurre in immagini l’essenza di quanto osservato, tramite un linguaggio al passo con i tempi, ciò avviene spontaneamente, poiché l’artista è una spugna che assorbe l’universo in cui vive. A volte la natura è arte pura, non ha bisogno di essere trasfigurata ma solo protetta nel posto in cui è. Gli ulivi millenari dai tronchi vissuti sono rara bellezza, le superfici e le forme simili a Burri, farebbero invidia anche a Fontana e a Toti Scialoja nelle parti più in ombra coperte di muschio. Questi monumenti naturali, già minacciati da mostri di acciaio che catturano il vento e da specchi solari in linea coi tempi, hanno un altro nemico invisibile, ancor più letale che conduce le fronde nel mondo autunnale, il nome è Xylella, frutto della globalizzazione, batterio importato dal sud America. Scienza e politica hanno evidenziato le proprie lacune, il risultato è un deserto, e non solo in campagna.
Ma ecco l’artista un po’ contadino ed anche scultore che trasferisce tra i boschi il suo armamentario da laboratorio e munito di elmetto, forbici e scale, diventa “soldato” di un’operazione speciale che prova a innestare sui tronchi malati la linfa vitale. Sono performance queste sulla natura e la missione dapprima impossibile, diventa reale.
In altre occasioni invece il messaggio di aiuto lanciato dalla natura, l’ho sviluppato trasformando rami e fiori in fili di metallo e pietra, i colori molto presenti all’inizio della mia carriera, attualmente si sono ridotti al solo nero o giallo fluo, metamorfosi questa di una natura contaminata che non lascia spazio a interpretazione.
Ti consideri uno scultore contadino o un contadino scultore?
Veramente mi considero un ricercatore artistico che a stenti riesce a fare il giardiniere del proprio orto! Nasco in campagna e in quei tempi lontani facevo lo studente-contadino aiutando i miei genitori nel lavoro dei campi non vi erano pause “te sule a sule” ovvero dall’alba al tramonto, si lavorava tutti i giorni dell’anno tranne le ore di scuola, a ventidue anni però ho smesso, avevo già dato abbastanza alla terra e a ventitrè insegnavo presso l’Accademia che al pari delle precedenti scuole avevo frequentato col massimo dei voti. Studiavo la notte, tutta la notte. Da quando faccio il professore e anche l’artista ho dovuto trascurare la campagna, anche con dispiacere devo ammettere. A volte però ci ritorno, ma solo per hobby e soprattutto per cercare ispirazione, quello si, la campagna rappresenta una miniera di idee, il posto giusto da cui attingere forme e pensieri, ovvero molte delle storie artistiche che poi realizzo. Ma non sempre ciò accade, spesso vede l’alba una piccola quantità di ciò che potrei raccontare, tanto è in attesa e molto si trasforma in altro, o non vedrà mai la luce. Ma alcune idee ben stagionate sono tetragone e immagazzinate nella mente aspettano solo la giusta stagione per germogliare come semi dopo la pioggia.
Insegno, ma faccio anche l’artista, un artista che opera “come un contadino”, in base alla giornata, alle stagioni. Alterno lavori pesanti come le sculture a lavori più leggeri come le forme da muro o ancora più leggeri come la grafica o le varie calcografie o incisioni a secco. A volte progetto.
Se proprio non è possibile fare tutto ciò, allora fotografo, tramite il mio cellulare che sempre mi accompagna, come il taccuino di un giornalista.
Cosa fa il contadino? Col sole bonifica il terreno, un po’ara, un po’ semina, un po’ raccoglie, se invece piove accudisce quanto ha già in deposito, ed ecco qui l’artista: in quel giorno disegna! Se invece piove per una settimana, fa un ciclo di calcografie.
L’osservazione di quanto accadeva nel campo agricolo, è diventato sguardo continuo sul mondo, il più delle volte anch’esso minacciato da “parassiti ed erbacce” di varia natura, o ancor peggio da “grandine” che esplode al suolo cancellando la storia… ed ecco l’artista, col suo arcobaleno. Virtuale, naturalmente!
L'autore

- Enrico Pulsoni è il direttore di Insula europea (http://www.insulaeuropea.eu/enrico-pulsoni/)
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