
Quando, durante il F.I.L.E – Festival della Letteratura Italiana in Grecia (13 – 15 FEBBRAIO 2026), Carlo Vecce ha preso la parola per presentare Il sorriso di Caterina, ciò che ha immediatamente colpito il pubblico non è stato soltanto il contenuto della sua scoperta, ma il modo in cui questa scoperta si trasformava in racconto. Vecce non parlava semplicemente della madre di Leonardo: parlava della possibilità stessa di restituire esistenza a una figura cancellata dalla storia. In quel momento, la filologia cessava di essere disciplina silenziosa e diventava narrazione, gesto etico, quasi restituzione. È precisamente in questa tensione tra archivio e immaginazione che si colloca il cuore più profondo del libro.
Il documento e il vuoto: la scrittura come riparazione
Il punto di partenza, com’è noto, è un documento notarile del 2 novembre 1452, attraverso il quale Vecce identifica Caterina come una schiava orientale, probabilmente circassa, liberata poco dopo la nascita del figlio. Questo documento è, allo stesso tempo, una rivelazione e un limite. Rivela un’identità, ma non racconta una vita. Offre un nome, ma non una voce.
Il libro nasce precisamente da questo scarto. Vecce si trova di fronte a quello che potremmo definire secondo Maurice Blanchot lo spazio del disastro: il luogo in cui la storia si interrompe e lascia soltanto tracce frammentarie. La scrittura interviene allora come tentativo di colmare il vuoto, non per cancellarlo, ma per renderlo abitabile.
È significativo che Vecce scelga la forma del romanzo. Non si tratta di una concessione al pubblico, ma di una necessità epistemologica. La vita di Caterina non può essere restituita attraverso il solo discorso storico, perché la storia ufficiale non si è mai interessata a lei. Solo la narrazione può restituirle una dimensione umana.
In questo senso, il libro si inscrive in quella linea contemporanea che potremmo definire una poetica della restituzione, dove la letteratura diventa strumento per ridare presenza a chi è stato escluso dal racconto del mondo.
Caterina come figura della soglia
Caterina, nel libro di Vecce, non è soltanto un personaggio storico. È una figura simbolica. È una figura della soglia.
È straniera, schiava, donna, madre di un figlio illegittimo. Si colloca, dunque, in tutti i luoghi della marginalità sociale e culturale del Quattrocento.
E tuttavia, è proprio da questa marginalità che nasce Leonardo.
Questo elemento introduce una frattura profonda nel mito del genio rinascimentale. Leonardo non nasce al centro del mondo, ma ai suoi margini. La sua origine non è quella dell’ordine, ma quella della discontinuità.
Da questo punto di vista, il libro di Vecce dialoga implicitamente con una concezione moderna dell’identità come attraversamento e non come appartenenza. Leonardo diventa il figlio della frontiera, il prodotto di un incontro tra culture, lingue, memorie.
Non è forse un caso che tutta la sua opera sia attraversata da una tensione verso l’altrove, verso ciò che ancora non è conosciuto.
Il sorriso come enigma originario
Il titolo del libro introduce immediatamente una dimensione simbolica fondamentale: il sorriso.
Il sorriso di Caterina è, evidentemente, anche il sorriso della Gioconda. Ma ciò che interessa a Vecce non è stabilire una relazione diretta e dimostrabile. Ciò che interessa è la dimensione della memoria affettiva.
Il sorriso diventa il luogo di una trasmissione invisibile.
Potremmo dire, utilizzando una categoria psicoanalitica, che il sorriso è una traccia primaria. È uno di quei segni che precedono il linguaggio e che tuttavia continuano ad abitare la memoria profonda del soggetto.
Leonardo, il grande indagatore del visibile, potrebbe essere stato, prima di tutto, il custode di una visione originaria: il volto della madre.
Da questo punto di vista, l’arte di Leonardo appare come un tentativo incessante di comprendere il mistero dell’espressione umana.
Il sorriso della Gioconda non è un enigma perché nasconde qualcosa. È un enigma perché trattiene qualcosa che non può essere completamente detto.
Schiavitù e modernità: una genealogia rimossa
Uno degli aspetti più radicali del libro riguarda la questione della schiavitù.
Il Rinascimento è stato a lungo rappresentato come l’epoca della nascita dell’uomo moderno. Ma il libro di Vecce mostra come questa nascita sia stata accompagnata dalla presenza sistematica della schiavitù domestica.
La figura di Caterina introduce, dunque, una dimensione rimossa della modernità europea.
Leonardo, simbolo della libertà dello spirito, nasce da una donna priva di libertà.
Questa contraddizione non è secondaria. È strutturale.
Il libro invita, implicitamente, a ripensare la storia culturale europea non come un processo lineare di emancipazione, ma come uno spazio attraversato da tensioni e violenze.
La scrittura di Vecce: tra filologia e pietas
Dal punto di vista stilistico, ciò che colpisce è la straordinaria misura della scrittura. Vecce non cede mai alla tentazione del melodramma. La sua è una scrittura sobria, quasi trattenuta.
Questa sobrietà è una forma di rispetto.
Si avverte, in tutto il libro, quella che potremmo definire una pietas filologica: la consapevolezza che scrivere di Caterina significa entrare in uno spazio fragile, dove ogni parola deve essere giustificata. La filologia, in questo senso, non è soltanto metodo. È etica dello sguardo.
Un libro sull’origine dello sguardo
Alla fine, ciò che Il sorriso di Caterina mette in scena non è soltanto la storia di una madre. È la storia dell’origine di uno sguardo. Leonardo è stato colui che ha insegnato all’Occidente a vedere.
Ma chi ha insegnato a Leonardo a guardare? La risposta di Vecce è, allo stesso tempo, semplice e vertiginosa: sua madre. Non come maestra consapevole, ma come presenza originaria.
Il libro ci ricorda che ogni sguardo ha una storia, e che ogni storia ha un volto. E forse è proprio questo il motivo per cui, durante la presentazione ad Atene, il pubblico è rimasto in silenzio per qualche istante prima di applaudire. Perché, attraverso la figura di Caterina, Carlo Vecce non ci ha parlato soltanto del passato. Ci ha parlato dell’origine fragile e misteriosa di ogni esistenza.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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