Non esiste cultura, antica o contemporanea, che non possieda i propri miti. Per me, oltre al Grande Alessandro, il cui cavallo era stato fonte di ispirazione per il nome della mia adorata BMW k1200s, uno dei miti contemporanei che ho sempre ammirato è Yuri Gagarin, il primo astronauta della storia. Se la storia di Gagarin e della sua incomparabile impresa è nota ai più, forse non tutti sanno che Yuri venne lanciato nello spazio da una remota regione dell’Asia centrale, vicino ad un grande lago oramai scomparso, che si trova oggi nel nono paese più esteso del pianeta: il Kazakistan.
Il Kazakistan, conosciuto per essere il primo produttore mondiale di uranio ed il secondo produttore di petrolio dopo la Russia nell’area della ex Unione Sovietica, è quindi anche il paese che ospita l’unico cosmodromo dal quale ancora oggi partono missioni spaziali con equipaggio da quando la Nasa ha interrotto il programma Shuttle nell’anno 2010. Anche i nostri astronauti Luca Parmitano e Samantha Cristoforetti partirono per la loro missione da questo importante cosmodromo in cui si trovano ben nove basi di lancio dalle quali partono oggi anche i cosiddetti “turisti dello spazio”.
Il cosmodromo di Baikonur è una base spaziale russa che si trova “in affitto” nel territorio kazaco dal 1996 con una estensione paragonabile alla nostra regione Lazio e prende il nome dalla omonima città che si trova a circa trecento chilometri di distanza. Pensare solo di poter visitare i luoghi dove Gagarin aveva iniziato la sua straordinaria impresa e vedere dal vivo delle navicelle spaziali del calibro del Buran (omologo russo dello Shuttle) o del Soyuz (attualmente il mezzo più sicuro per essere lanciati nello spazio) mi sembrava quasi di sognare ad occhi aperti.

In particolare, lo sviluppo del programma Buran iniziato nel lontano 1970 come risposta al programma Space Shuttle statunitense venne definitivamente abbandonato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e, dopo il crollo del soffitto di un hangar che distrusse nel 2002 l’unica navetta completa, il Buran 1.02 di Baikonur, rimasto quasi integro, è attualmente l’unico esemplare oggi disponibile nel mondo.
Questo programma spaziale, a cui presero parte più di un milione di persone, fu in assoluto il più costoso della storia dell’Unione Sovietica.
La voglia di andare a Baikonur era pertanto incontenibile e sapevo che le consistenti difficoltà che avrei dovuto affrontare per visitare la base spaziale non mi avrebbero sicuramente fermato: volere è potere!
Oltretutto per arrivarci sarei dovuto comunque passare per la città di Volgograd, la vecchia Stalingrado, che fin da bambino ho sempre desiderato di conoscere perché era stata il teatro della più importante e cruenta battaglia di tutta la Seconda guerra mondiale, al punto che ne ha poi decretato le sue stesse sorti.
Quattro mesi prima della partenza, che avevo da tempo programmato per il mese di luglio del 2016, iniziai ad inviare delle email alle due agenzie kazake che avevo individuato per avere l’autorizzazione necessaria all’ingresso e contemporaneamente, per maggior sicurezza, chiesi anche a due miei amici che lavoravano all’ASI (agenzia spaziale italiana) di informarsi per tentare di farmi accedere al sito parlando direttamente con chi gestisce il cosmodromo.
Non essendo un familiare di qualche astronauta dell’ASI e non avendo ricevuto alcuna risposta dalle inaffidabili agenzie kazake l’unica possibilità concreta di entrare mi venne fortunatamente concessa dalla stessa agenzia italiana che mi aveva procurato il visto di ingresso nel territorio russo: l’avventura stava per iniziare!

Peccato solo che qualche giorno prima dalla partenza sono venuto a sapere che le tensioni nell’est dell’Ucraina con la Russia si erano intensificate e, non essendo più in tempo per procurarmi un visto per la vicina Bielorussia, ho dovuto necessariamente attraversare comunque l’Ucraina organizzando quindi una consistente deviazione dell’itinerario che avevo già minuziosamente programmato. Bucefalo era però vicino alla soglia dei 350.000 km e, anche se non era passato molto tempo da quando il mio amico Alberto Palma aveva sapientemente messo mano al suo potente motore, quando ripresi la moto dopo un banalissimo tagliando di routine, mi bastò sentire la oramai familiare frase: “Francè daglie l’gas” per farmi partire sereno e fiducioso.
Dopo una prima tappa a Budapest il secondo giorno ero già a Kiev e poi su dritto a nord verso Mosca per poi discendere in Russia lungo il confine ucraino fino ad Astrakan che si trova a circa cinquanta chilometri dalla frontiera kazaca.
Astrakan è una città che si trova sul delta del fiume Volga vicino al Mar Caspio ed essendo un vero e proprio snodo commerciale tra Europa, Asia centrale e Caucaso è sempre stata molto fiorente. La sua economia si basa essenzialmente sulla produzione del caviale anche se purtroppo la fonte di questa lussuosa prelibatezza, lo storione, è in grave pericolo e molte delle sue specie sono ai limiti dell’estinzione. Un pescatore del luogo mi spiegava che ci sono esemplari lunghi fino a cinque metri che pesano addirittura oltre una tonnellata. Lo storione vive sul delta, un ambiente in cui troviamo un tesoro immenso di flora e fauna, accessibile solo con una imbarcazione. La perlustrazione del delta in barca è però possibile solo prenotando una gita con una delle tante agenzie di viaggio del posto che dispongono di permessi speciali.
Dopo aver visitato un imponente ed interessante Cremlino mi sono poi concesso una piacevole passeggiata lungo il corso del Volga, molto frequentato nella tarda serata dalla gioventù locale.

Avendo letto le previsioni meteo sapevo già che l’indomani sarei stato accolto da un caldo torrido ma non avrei mai potuto immaginare di trovare alle dieci del mattino ben 44 gradi e ancor meno mi sarei aspettato di dovermi perdere nella periferia della città per trovare l’accesso ad un fatiscente ponte metallico galleggiante sul fiume Volga, unica via d’accesso al confine kazaco.
Giunto alla agognata frontiera in tarda mattinata, grazie anche all’aiuto di una simpatica coppia di russi che mi aveva amichevolmente accompagnato con la loro auto all’ingresso del ponte, entrai finalmente in Kazakistan completamente disidratato.
Cambiai subito del denaro per rifocillarmi e rimettermi in forze e dopo aver fatto una polizza assicurativa all’interno di un attrezzatissimo furgone che, in quelle condizioni climatiche, pareva un gigantesco forno a microonde, mi diressi verso la città di Atyrau che si trovava a soli trecento chilometri dal confine.
Entrato fisicamente nella prima enorme buca sull’asfalto, incontrata nella disastrata pseudo strada kazaka, ho finalmente capito cosa intendevano i miei predecessori motociclisti che definivano le strade del posto come dei “colabrodo”.
Il famoso detto “pensavo che piovesse ma non che grandinasse” cadeva a puntino e dopo circa cinquanta chilometri in mezzo al nulla, percorsi alla velocità media di 20 km/h, mi fermai sconsolato in un triste motel sulla strada-mulattiera, per bermi un litro d’acqua.
In quella occasione mi mangiai un pacchetto di ripugnanti patatine fritte alla cipolla solo per assumere un po’ di cloruro di sodio (si, il sale…) e sempre lì notai per la prima volta che la mia amata tuta di pelle, sicuramente già provata da altri viaggi, non solo era completamente intrisa di sudore ma si iniziavano a formare sulla sua superficie delle preoccupanti piccole fenditure nelle zone delle piegature che da lì a breve mi avrebbero creato qualche piccolo problema…estetico.
Sempre lì riuscii ad utilizzare il mio smartphone sfruttando una flebile ma preziosa linea wifi che mi consentì di leggere un importante messaggio della mia agenzia di viaggi italiana che recitava testualmente: “ciao, non ho delle belle novità, il permesso per Baikonour non può essere pronto prima del 5 agosto, che faccio?”
Sapendo che per quella data mi sarebbero scaduti tutti i visti ho ritenuto la domanda alquanto sciocca ma il risultato finale non cambiava granché; in quel momento avevo realizzato che il cosmodromo di Baikonour poteva rimanere per me solo un fantastico sogno irrealizzabile.
Lo sconforto si stava impadronendo dei miei pensieri ma mi bastò lanciare lo sguardo verso Bucefalo per farmi ritornare il sorriso e prendere con ottimismo la triste notizia; in fondo mi trovavo in un paese splendido tutto da esplorare con una moto, che a dispetto dei suoi 350.000 km sul groppone, andava alla grande e potevo ancora giocarmi un’altra carta su qualche agenzia del posto nella vicina Atyrau che magari aveva qualche via preferenziale per entrare al cosmodromo.
Prima di ripartire chiesi informazioni per sapere se potevo trovare più avanti un altro motel. Già in territorio Russo mi ero allenato a comunicare con gli autoctoni con i gesti, visto e considerato che l’inglese era pressoché sconosciuto, ma in Kazakistan avevo avuto delle difficoltà maggiori e pur se con qualche giustificabile perplessità ripresi il mio viaggio con la rassicurazione di una ragazza che mi aveva fatto intendere che avrei incontrato un altro motel a circa quaranta chilometri da lì.
Senza navigatore né cartina del posto al seguito, iniziai ad avere qualche dubbio della bontà delle informazioni assunte dopo aver percorso circa cento chilometri senza aver visto nulla quando oramai si stava facendo buio e, quel che era peggio, stavo finendo la benzina.
Gli affascinanti cammelli kazaki con le loro caratteristiche gobbe ricoperta da una fitta criniera mi facevano però da compagnia e con lo sguardo continuamente fisso sulla strada, intento ad evitare i crateri che si aprivano qua e là sempre in agguato, ogni tanto mi concedevo un brevissimo sguardo all’orizzonte per contemplare fugacemente i meravigliosi colori del tramonto.
La notte era oramai calata da un pezzo e la stanchezza cominciava a farsi sentire ma stranamente quella antipatica situazione che si era creata non mi preoccupava minimamente, sapevo che anche se fossi rimasto senza carburante avrei potuto dormicchiare per terra come un clochard, aspettando il sorgere del sole, in fondo la temperatura si era fatta nel frattempo veramente gradevole ed il morale era tornato nuovamente alto.
Incontrai poi un distributore di benzina rigorosamente chiuso con un lampione acceso pieno di insetti che, volando nel silenzio della notte, creavano un curioso rumore di sottofondo che mi tenne compagnia per qualche minuto prima che riprendessi nuovamente il viaggio.
Ma oramai Bucefalo era agli sgoccioli, l’indicatore della benzina segnava la riserva da qualche buon chilometro, quando decisi di imboccare una stretta e buia strada laterale che sembrava portare ad un piccolo gruppetto di case isolate.
Già sognavo di trovare una comoda panchina che accogliesse le mie stanche membra quando vidi in lontananza un’auto ferma con i fanali accesi; che botta di fortuna pensai e una volta avvicinatomi iniziai nuovamente a gesticolare per comunicare la necessità impellente di trovare del carburante quando il conducente mi fece cenno di seguirlo. Tempo due minuti e l’auto che stavo seguendo abbandonò la sede stradale prendendo per un accidentato sentiero di terra e sabbia che né io, né tanto meno Bucefalo, avevamo intenzione di percorrere.
Ma di necessità virtù, pensavo, e dopo averlo seguito per qualche chilometro tra imprechi e ripensamenti, nel buio totale del deserto kazako, finalmente vidi comparire dal nulla una fatiscente baracca con vicino una vecchia pompa di benzina con su scritto bello grande il numero 92.
Caro Buci a sto giro ti tocca bere la novantadue ottani, pensavo tra me e me, felice di essermela cavata ancora una volta con tanta tanta fortuna.
Atyrau si rivelò invece una città veramente anonima, situata sul fiume Ural a pochi chilometri dalla sua foce sul Mar Caspio è conosciuta soprattutto per essere situata sulla importante linea ferroviaria Mosca-Volgograd-Uzbekistan.
Dopo aver percorso una delle sue più importanti vie di comunicazione con il mondo esterno, consistente in una strada che sembrava una mulattiera, mi risultò anacronistico trovarmi poi di fronte ad una città ricca, moderna e soprattutto urbanisticamente ordinata, oltretutto dotata di un asfalto…eccezionale!
Nonostante un caldo insopportabile dovetti necessariamente uscire dal mio confortevole hotel per cercare una buona agenzia di viaggi locale nel difficile tentativo di riparare all’errore determinato da quella italiana ma purtroppo ogni sforzo risultò vano ed inutile.
Tentai pertanto di farmi tornare il buonumore visitando la moschea più importante della città ed una enorme piazza in cui troneggiava una enorme statua del loro molto amato Gengis Khan. Per i kazaki l’albero genealogico di una persona è importantissimo e l’antenato più importante di tutti è considerato proprio lui, il grande Gengis Khan, tanto che, fino al secolo scorso, l’aristocrazia era formata dalle persone che potevano far risalire le proprie origini fino a lui.
I kazaki, il cui nome significa letteralmente “nomade della steppa”, hanno caratteri somatici mongoli ed hanno un senso dell’ospitalità molto spiccato.
Non è stato quindi un caso che una sera in un ristorante sia stato invitato ad un tavoli di kazaki che, molto stranamente, conoscevano un pò di inglese.
Costoro mi fecero conoscere la cucina locale che affonda le proprie radici nel passato nomade dei loro antenati, i quali si cibavano degli alimenti per loro più facilmente disponibili come la carne di cavallo e di pecora. Assaggiai quindi il kuurdak, che è uno stufato di carne e frattaglie di cavallo fatto cuocere un paio di ore con delle patate, che non trovai affatto male, mentre un loro dolce tipico preparato con prugne, albicocche secche e uva passa mi fece veramente impazzire.

Sapendo che non sarei potuto entrare nel cosmodromo reputai a quel punto inutile raggiungere la lontana Baikonour con l’unico scopo di vedere il vicino lago d’Aral, tra l’altro oramai scomparso, dovendo necessariamente affrontare le disastrate strade kazake sotto un sole cocente, pertanto, optai per una breve ma interessante gita fuori porta da Atyrau di un giorno intero. In quella occasione riuscii a bere il famoso shubat, ossia del latte di cammello fermentato, gentilmente offerto da un simpatico gruppo di giovani pastori che in cambio non mi chiesero del denaro ma solo di fare con loro dei selfie con i loro cellulari. Poco dopo, mentre stavo fotografando dei cammelli, trovai vicino alla moto una coppia di poliziotti molto curiosi che rimasero in contemplazione del mio fascinoso mezzo per circa un quarto d’ora; queste si che sono soddisfazioni!
Era oramai giunto il momento di rientrare in Russia ma purtroppo la mia tuta di pelle gridava pietà e le piccole fenditure erano diventati degli squarci così grandi che sono dovuto intervenire immediatamente riparandoli con il nastro telato color argento, cosiddetto americano, che mi porto sempre con me.
Anche i guanti erano in fin di vita e lasciavano in vista la punta delle dita come quelli utilizzati dai venditori di caldarroste. Prima di ripartire, tutto bello impecettato, incrociai uno specchio nella hall dell’albergo e mi vergognai di me stesso al punto che da quel momento in poi ho iniziato a provare un certo imbarazzo quando ero in mezzo alla gente. Ricordo infatti che incontrai in una stazione di servizio una distinta coppia di anziani che vedendomi in quello stato mi lanciarono uno sguardo intenso e insistente, tra l’attonito e lo sbigottito, subito dopo lui iniziò a frugare nelle sue tasche e per un momento ho creduto che stesse cercando qualche spiccio da darmi; oramai ero al pubblico ludibrio.
Arrivai quindi a Volgograd con le cosiddette pezze al sedere e programmai subito la mia visita alla famosa Mamaev Kurgan che significa in russo montagnola di Mamai.
Durante la famosa battaglia di Stalingrado, questo luogo, in cui si svolsero quattro mesi di feroci combattimenti, veniva chiamato dai militari più semplicemente “collina 102”. Credo di non avere mai visto un monumento commemorativo più grandioso e toccante in tutta la mia vita. Al culmine della collina è stata eretta una statua alta circa 90 metri che raffigura una donna, che rappresenta madre Russia che brandisce una spada. Tutta la zona è cosparsa di statue e fortificazioni, nonché di una grandiosa vasca piena di acqua dalla quale parte una scalinata che porta ad un Pantheon rappresentativo di quei circa 600.000 soldati russi che morirono in questa epica battaglia. Proprio lì ho conosciuto una simpatica famiglia spagnola che con mia sorpresa aveva scelto come meta per le vacanze estive una città veramente poco turistica come Volgograd. La Signora poi mi chiarì il motivo della visita, essendo lei nativa di Volgograd aveva voluto portare per la prima volta i suoi figli a vedere il luogo dove il loro nonno aveva sacrificato la sua vita per la patria. Con una certa commozione descriveva ai propri figli i racconti dei pochi sopravvissuti, rivelando dei particolari agghiaccianti di quella che fu una battaglia all’ultimo sangue.
Spiegava che entrambi gli eserciti, trincerati uno di fronte all’altro, utilizzarono centinaia di bambini affamati come portalettere tra le postazioni e purtroppo ben pochi di loro riuscirono poi a ricevere il cibo promesso. Spesso i russi sacrificavano intere Compagnie di soldati sotto il fuoco delle mitragliatrici tedesche con l’unico scopo di creare con i loro corpi delle barriere che facessero da scudo alle truppe che avanzavano alle loro spalle. Ricordava inoltre che i soldati russi addestravano i cani a ricevere del cibo solo sotto ai carri armati. Quando poi arrivavano i Leopard tedeschi, i russi sguinzagliavano i loro cani riempiti di esplosivo che, messi alla fame, si andavano poi ad infilare sotto i carri armati nemici. A Stalingrado morirono più di un milione di soldati ed ancora oggi, dopo più di settanta anni, si continuano a trovare i corpi delle vittime ogniqualvolta si inizia a scavare.
Il giorno seguente ripresi la strada del ritorno e, dopo essermi fermato una notte nella anonima città di Voronez, senza ragionare, feci un errore che mi costò una bella scocciatura inaspettata.
Conobbi proprio vicino al confine con l’Ucraina due simpatici motociclisti russi che parlavano un discreto inglese e con molto piacere decisi di starmene un pò insieme a loro. Dopo aver passato la frontiera russa con molta disinvoltura entrammo in fila indiana nella frontiera ucraina quando un militare decisamente imbronciato ci fece parcheggiare in una zona adiacente alla strada, pregandoci di scendere dalle nostre moto. Arrivò poi un secondo soldato che con una macchina fotografica ci iniziò a scattare delle fotografie chiedendoci di posare vicino ai nostri mezzi. Forse per la stanchezza ma come un idiota continuavo a non capire in che guaio mi ero andato a cacciare e mi misi pure a fare il simpaticone facendomi fotografare con soddisfazione mettendomi in posa come un vero modello. Quando poi ci chiesero di seguirli all’interno di un edificio il genio che era in me ebbe finalmente una vera illuminazione: non è che ci hanno preso per un gruppo di amici che vogliono impunemente entrare in un territorio nemico?
Ed infatti così era, in tutta la frontiera ucraina non c’era una persona che parlasse inglese nemmeno a pagarla oro ed io dovetti sperare che i due russi riuscissero a tradurre fedelmente le mie parole con le quali cercavo invano di spiegare ai frontalieri che li avevo appena conosciuti e che non avevo nessun tipo di rapporto con loro.
Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire recita un antico detto ed io venni praticamente sequestrato per circa quattro ore e mezzo!
Entrai nella frontiera ucraina alle 21.30 e riuscii ad uscire alle due di notte tra mille imprecazioni con un militare che riconsegnandomi il mio tanto amato passaporto mi guardò fisso negli occhi, si mise una mano sul petto e con un italiano molto approssimativo mi disse: “scusa per Ucraina, scusa per Ucraina”.
Per la cronaca i due motociclisti russi, che pensavano forse di andare a fare una veloce scampagnata in un paese con il quale sono in guerra, probabilmente saranno dovuti ritornare nelle patrie terre dal momento che quando avevo lasciato la frontiera erano ancora sotto interrogatorio dentro l’edificio.
Dopo essere riuscito a trovare uno squallido motel verso le quattro di notte, mi rimisi dunque in viaggio con il pensiero di dover affrontare per la seconda volta il fastidioso traffico della città di Kiev che, non avendo nemmeno uno straccio di tangenziale, ti costringe a passare necessariamente nelle caotiche strade del centro. In quelle situazioni rimpiango di non avere avuto con me un utilissimo navigatore ed anche se il mio buon senso di orientamento mi permise di cavarmela bene anche con i cartelli scritti in cirillico ritengo che la mia ostinazione a non adeguarmi alle moderne tecnologie abbia del patologico ed andrebbe psicanalizzata.
Sempre sulla strada del ritorno mentre mi trovavo sui Carpazi, tra una curva e l’altra, assorto nei miei pensieri, ripensavo ai bellissimi momenti che avevo passato in questo affascinante viaggio e, seppur conscio del fatto che il mio appuntamento con il cosmodromo di Baikonur era solo rimandato, realizzavo che in fondo la molla, la scintilla, che mi aveva fatto partire con tanto entusiasmo alla volta del Kazakistan era stata proprio la mia grande ammirazione per Yuri Gagarin.
Per me è stato un uomo, un eroe, che con il suo smisurato coraggio ha scritto una delle pagine più importanti ed avventurose della storia dell’umanità.
Ma a tutti i suoi numerosi detrattori, che lo hanno spesso definito come un semplice astronauta molto fortunato che si è trovato al posto giusto al momento giusto, vorrei loro rispondere con le parole del grandissimo Lucio Anneo Seneca, che diceva: “la fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione”.
L'autore
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Francesco Loreti, nato a Perugia il 25.06.1968, si è laureato in Giurisprudenza nel 1992. Ufficiale dell’esercito italiano nel 1994 con la qualifica di istruttore degli allievi ufficiali di complemento della Scuola di Fanteria di Cesano di Roma, è stato comandante di plotone e vice comandante di compagnia; nel 1995 ha ricoperto il ruolo di ufficiale del reparto corsi nella medesima Scuola ed è stato insegnante delle materie militari NBC e LCB per gli allievi ufficiali di complemento e per i soldati facenti parte del contingente italiano nelle guerre di Bosnia e Somalia. Conseguito il titolo di Avvocato nel 1996 ed iscritto all’albo degli avvocati del foro di Perugia nel 1997, è Patrocinante in Cassazione dal 2009. Nel 2015 gli è stato conferito un riconoscimento ufficiale della BMW Motorrad in Germania, dal Presidente Stephan Schaller, per aver percorso 300.000 chilometri con un quattro cilindri fronte marcia della casa bavarese; collabora da diversi anni con le riviste motociclistiche INMOTO ed AboutBMW, ha pubblicato tre libri ed ha realizzato due docufilm, "Omo Nero e Bucefalo in Kurdistan Iracheno" nel 2023 e "La Via per Tawam" nel 2025.
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