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La mia Scozia

“Sotto l’antica Roseline il Santo Graal aspetta, che adorna d’opera di artisti incantati; calice e lama sorvegliano l’eletta, riposa infine sotto cieli stellati”. Con queste enigmatiche frasi lo scrittore Dan Brown concludeva il suo celebre romanzo “Il codice da Vinci”, un best seller internazionale che ha venduto quasi novanta milioni di copie in tutto il mondo e dal quale è nato l’omonimo film diretto da Ron Howard, re d’incassi dell’anno 2006. Il Graal, dal latino gratalis, che significa vaso, coppa, era il calice usato da Cristo nell’ultima cena per mutare il vino nel suo sangue. Successivamente il medesimo oggetto venne utilizzato per raccogliere il sangue colato dalla ferita prodotta da un colpo di lancia inferto nel costato del Redentore. Per Brown invece il Graal non era rappresentato da questo straordinario e leggendario oggetto ma bensì dal sangue del Cristo stesso che, in una visione alquanto fantasiosa, immaginava ancora scorrere nelle vene dalla sua ultima ed unica discendente diretta, ancora oggi in vita. Il luogo in cui si troverebbe il Graal, indicato nell’opera dello scrittore, è l’antica Roseline ed è un luogo realmente esistente, assai misterioso. Si tratta della ambigua e per molti versi incomprensibile cappella di Rosslyn, che si trova in Scozia a pochi chilometri da Edimburgo, la quale, si distingue da molte altre bellissime chiese anglosassoni per una serie di miti e leggende sorte intorno ad essa. Una di queste leggende vuole che il Santo Graal, nella sua antica accezione di calice, sia nascosto in una delle sue straordinarie e decoratissime colonne mentre l’architettura della cappella sembra essere derivata da una attenta reinterpretazione di quello che fu il mitico tempio di Salomone. Ma in definitiva il Graal ha una importanza così grande per il mondo cristiano perché è considerato semplicemente l’oggetto più importante del mondo, il contenitore dell’immortalità, della vita eterna. Proprio il concetto di immortalità che rappresenta il Graal mi fece ritornare alla memoria un altro importantissimo film della cinematografia statunitense, l’indimenticabile “Highlander – l’ultimo immortale” del regista Russell Mulcahy, del 1986, interpretato dal bravissimo Christopher Lambert ed anch’esso ambientato in Scozia. Avevo ancora in mente quel magnifico castello del sedicesimo secolo che faceva da sfondo nella scena probabilmente più suggestiva della pellicola, si trattava dell’Eilean Donan, il quale prende il nome dalla piccola isola sul lago Duich in cui è abbarbicato.

La Scozia, terra verdeggiante dalla natura incontaminata le cui coste sono lambite dall’oceano Atlantico e dalle fredde acque del Mare del Nord l’avevo già assaporata in passato, sempre in sella al mio inseparabile Bucefalo, in una delle tante occasioni in cui mi ero recato nell’affascinante Isola di Man per vedere il famoso Tourist Trophy, ma la cappella di Rosslyn e l’Eilean Donan Castle andavano assolutamente visitati ed ero consapevole che già da soli sarebbero valsi l’intero viaggio. Quando informai mia moglie dell’intrigante itinerario che avevo appena approntato notai in lei una certa delusione, sarebbe voluta venire in moto con me come spesso aveva già fatto altre volte, ma sapeva che in questa circostanza non avrebbe potuto accompagnarmi perché non avevamo nessuno a cui affidare nostro figlio Ascanio che all’epoca aveva solo cinque anni. Con l’estate 2014 alle porte e tanta voglia di partire mi incamminai nei primi giorni di giugno con il fido Bucefalo: prima tappa Horsham in Inghilterra. La strada la conoscevo a menadito e non a caso, in quanto in quella piccola cittadina a sud di Londra abitava mia sorella Elena con tutta la sua bellissima famiglia che andavo spesso a trovare, sempre e rigorosamente, in moto.

Proprio la mattina successiva, prima di rimettermi in viaggio, ricevetti una telefonata inaspettata da mia moglie che con sorpresa mi comunicò di aver trovato due biglietti aerei con destinazione Edimburgo per la settimana a venire. Inizialmente incredulo mi resi poi subito conto che non stava affatto scherzando e toccai quindi il cielo con un dito: avrei potuto riabbracciare la mia famiglia ed avere la loro piacevolissima compagnia per visitare la tanto bramata cappella di Rosslyn. Ma prima di arrivare in Scozia avevo un conto in sospeso con il vicino sito archeologico di Stonehenge che volevo esaminare nuovamente per effettuare una mia alquanto atipica verifica. Mi vergogno non poco a riferirlo ma, strano ma vero, l’ultima volta che stavo passeggiando tra i giganteschi monoliti che hanno reso il sito famoso in tutto il mondo, avvertii, sopra pensiero, un forte calore provenire dai piedi, come se il suolo che stavo calpestando fosse rovente.

Solo dopo qualche giorno realizzai che il bizzarro fenomeno si era presentato in uno dei centri energetici più conosciuti dell’intero pianeta già nell’antichità; infatti, venne edificato ben più di cinquemila anni or sono. Pertanto, la mia anomala esperienza non poteva rientrare a nessun effetto tra la categoria dei casi determinati dal cosiddetto “effetto placebo”. Evitando di passare per pazzo, riportando fedelmente le sensazioni che provai in seconda battuta, vorrei però consigliare a tutti di visitare il sito almeno una volta nella vita ancorché, ad un primo fugace approccio, Stonehenge può risultare effettivamente deludente. Accanto al sito hanno infatti fatto passare una imponente strada statale che toglie molto della magia del luogo che dovrebbe invece conservare e osservando per la prima volta i monoliti che lo compongono io stesso rimasi inizialmente sconcertato; le loro dimensioni erano di gran lunga più contenute di come me li ero sempre immaginati.

Passate le città di Lancaster e Carlisle entrai quindi in Scozia incontrando per prima la cittadina di Gretna Green famosa per essere tutt’oggi la meta privilegiata per le coppie di giovani innamorati che arrivano fino a qui per sposarsi con l’unico fine di raggirare l’odiosa legge sul matrimonio approvata in Inghilterra nel lontano 1754. Questa legge costringe le coppie che non hanno il consenso dei genitori ad aspettare l’età di ventuno anni per potersi sposare e Gretna Green è proprio il primo villaggio che si incontra arrivando in Scozia. Non è stato quindi un caso essermi imbattuto in un matrimonio appena celebrato in cui gli sposi erano effettivamente due adolescenti.

Dirigendomi verso l’isola di Skye tirai quindi dritto verso Glasgow per poi addentrarmi nel gradevole parco nazionale The Trossachs, immerso in una natura lussureggiante il cui fiore all’occhiello era rappresentato dal Loch Lomond, un lago dalle acque cristalline. Prima di arrivare nella piccola ma graziosa cittadina di Fort Williams per il pernottamento, adagiata sulle sponde di un piccolo lago con uno dei più bei panorami di montagna di tutto il paese, mi imbattei nell’apparentemente insignificante villaggio di Glen Coe che vantava però anch’esso dei scenari maestosi e ricchi di storia. Al centro visitatori, rappresentato da una atipica struttura molto moderna, trovai infatti interessanti mostre audiovisive ed interattive che raccontavano il massacro avvenuto nel 1692 a Glen Coe nelle quali si analizzavano i non poco cruenti dettagli che lo resero tristemente famoso.

L’allora sovrano britannico protestante Guglielmo II era continuamente impegnato a reprimere i belligeranti clan scozzesi, i quali non avevano gradito che il loro re cattolico Giacomo VII fosse stato deposto ed esiliato, quando il re in carica decise di concedere una sorta di amnistia a tutti coloro che avessero prestato giuramento di lealtà nei suoi confronti entro il primo gennaio 1692. Il clan dei MacDonald arrivò però con tre giorni di ritardo e l’allora segretario di stato per la Scozia decise quindi di punirli anche per dare un esempio ad altri clan che non si erano nemmeno presentati, facendo però uso dell’inganno. Egli inviò infatti una compagnia di soldati a Glen Coe, con la scusa di riscuotere le tasse e questi, dopo essere stati ospitati per alcuni giorni, alle cinque del mattino del 13 febbraio, uccisero i membri del clan sotto i settanta anni; quindi, incluse tutte le donne ed i loro bambini. Coloro che riuscirono a fuggire nelle vicine colline innevate morirono quasi tutti assiderati e successivamente lo sdegno e il disgusto per la riprovevole brutalità perpetrata determinò una vera e propria sollevazione popolare. Ancora oggi, ogni tredici febbraio, i membri del clan dei MacDonald depongono innanzi ad un monumento dedicato a questa storica tragedia una corona di fiori alla memoria dei loro antenati. Dirigendomi verso l’Eilean Donan Castle, che si trova poco prima dello Skye Bridge, ovvero il ponte che collega l’isola di Skye alla terraferma, iniziai a fischiettare sotto il casco l’indimenticabile colonna sonora dei Queen del film Highlander.

Al ritmo delle coinvolgenti note della canzone “who want’s to live forever” giunsi pertanto ai piedi del castello magistralmente immortalato nel film ed innanzi al suo smisurato fascino la mia immaginazione prese il sopravvento sulla realtà. Cominciai piacevolmente a sognare ad occhi aperti e con lo sguardo fisso sul bellissimo ponte ad archi in pietra necessario per raggiungere la piccola isoletta in cui era ubicato, vedevo apparirmi di fronte, frotte di soldati scozzesi del diciasettesimo secolo armati di tutto punto e rigorosamente in kilt che combattevano come leoni per la sua conquista. L’urlo dei soldati ed il tintinnio delle loro grandi spade era però soffocato dall’immancabile e fragoroso suono delle cornamuse che facevano da sottofondo ad ogni loro attacco sferrato contro il nemico.

Anche l’interno del castello era altrettanto suggestivo, infatti, gli scozzesi sono riusciti con estrema maestria a ricostruire dei momenti di vita vissuta dei loro progenitori dentro quegli incantevoli ambienti ricchi di storia. La giusta atmosfera veniva ricreata con l’astuto ausilio di arredi e di pregevoli manichini, questi ultimi finemente impreziositi da vestiari ed accessori del periodo, che sembravano quasi prendere vita dentro le mura del forte.

Sembrerebbe che l’isoletta in cui si trova la piccola fortezza sia stata il luogo in cui abbia fissato il suo primo insediamento un Santo di nome Donan nel sesto secolo dopo Cristo ed è per questo che in lingua scozzese Eilian Donan significa “isola di Donan”. Questo meraviglioso castello, che non deluse di certo le mie aspettative, risulta essere il più fotografato in assoluto dai turisti di tutta la Scozia ed è stato immortalato, oltre che nel film “Higlander – L’ultimo immortale”, in moltissime altre pellicole tra le quali: “Elizabeth: The Golden Age” e “Agente 007 il mondo non basta”. Grazie a delle condizioni meteo da manuale il mio ingresso all’isola di Skye, garantito da un lungo ponte costruito nel 1995, non poteva essere migliore. Il sole faceva capolino sulle imponenti scogliere a picco sul mare e sulle verdeggianti valli che caratterizzano la più grande delle isole scozzesi la quale prende il nome dall’antico norreno skya che significa “isola delle nuvole”. Il riferimento alle nuvole non era affatto casuale, infatti, già il giorno successivo, il tempo cominciò a peggiorare e l’isola prese delle sembianze completamente diverse, spesso caratterizzate da una fastidiosa nebbiolina che avvolgeva il suo incantevole paesaggio.

Portree, che significa “porto del re”, è la sua cittadina più grande caratterizzata da un bel porto fiancheggiato da case variopinte che deve il suo nome al re Giacomo V che vi soggiornò nel millecinquecento per riconciliare i clan locali. Tra questi il più importante della zona era guarda caso quello dei MacLeod, lo stesso clan a cui sarebbe appartenuto l’eroe del film Highlander ovvero il nostro Connor MacLeod interpretato da Lambert, il cui storico capo dimorò nell’edificio più famoso dell’isola: il Dunvegan Castle.

Durate la sua visita e dopo aver ammirato varie interessanti spade d’epoca e curiosi ritratti di famiglia, mi soffermai sulla conosciuta Fairy Flag ovvero la bandiera delle fate consistente in un gonfalone di seta gialla che, secondo la leggenda, venne donato da una fata al clan dei MacLeod. Si narra che ogni qualvolta la bandiera fu issata sulle mura del castello il clan riuscì a scongiurare insidiosi attacchi e a sconfiggere gli invasori.

All’uscita del castello volli conoscere una curiosa coppia di signori molto anziani che sembravano aver apprezzato la visita più di chiunque altro. Avevano entrambi una ottantina di anni, ma portati molto bene, uno era scozzese nativo dell’isola e l’altro statunitense di Oklahoma City, e quando riferii a quest’ultimo che ero stato da poco nella sua città iniziammo una gradevole conversazione che si protrasse sorseggiando tutti insieme delle lattine di birra da loro gentilmente offerte.

La birra non era un granché, probabilmente perché l’avevano presa non proprio fresca dalla loro automobile, ma la loro compagnia si dimostrò inappagabile. Si erano conosciuti al D-Day durante il famoso sbarco in Normandia messo in atto dalle forze alleate nella Seconda guerra mondiale quando erano poco più che maggiorenni, ed io, non persi certo l’occasione per farmi raccontare interessanti dettagli della loro affascinante impresa. Persi nei loro ricordi i due reduci di guerra sfoggiavano una insospettabile lucidità mentale ed in certi momenti si lasciavano prendere da una più che giustificabile commozione.

Viaggiare da soli in moto spesso regala delle bellissime esperienze del tutto inaspettate, difficilmente ripetibili quando si viaggia invece in gruppo. Con destinazione Inverness mi ritrovai poi a percorrere la meravigliosa strada che costeggiava la parte occidentale dello stretto e profondo Loch Ness, probabilmente il lago più conosciuto del mondo intero. Tutto ebbe inizio da un articolo pubblicato nel giornale Inverness Courier il 2 maggio 1933 intitolato “Strange spectacle on Loch Ness”, che narrava l’avvistamento di una enorme creatura dentro il lago a cui né seguì una lunga serie. In un curioso incontro verificatosi addirittura fuori dall’acqua uno dei due testimoni oculari dichiarò testualmente: “Era orribile, un abominio. Circa cinquanta iarde avanti a noi vedemmo una specie di collo ondulato, unito ad un corpo grande e massiccio. Calcolai che la sua lunghezza dovesse essere tra i 25 e 30 piedi, mentre il colore era grigio scuro come quello di un elefante. Attraversò la strada con una serie di sobbalzi (…)”. Dobbiamo però attendere l’aprile dell’anno successivo per avere la prima foto del mostro scattata da un colonnello ufficiale medico dell’esercito la cui attendibilità risultò essere peraltro incontestabile. Certo che la leggenda di Nessie è poi arrivata fino ai giorni nostri senza ulteriori consistenti conferme ma tutta la macchina mediatica che né conseguì determinò un successo turistico di tutta la zona senza precedenti. Deluso di non essere mai riuscito ad avvistato Nessie (così viene chiamato amichevolmente dai locali il mostro del lago) mi diressi fino alla costa est nella città di Aberdeen e poi giù a sud fino alla cittadina di Saint Andrews celebre per essere la culla del golf. Non era un caso, infatti, che il suo “Old Course” sia stato rinomatamente conosciuto come il campo più famoso del globo e che già nel quindicesimo secolo questo sport fosse talmente diffuso che il re Giacomo II dovette metterlo al bando in quanto interferiva con l’addestramento dei suoi abilissimi arcieri. Sicuramente un bellissimo sport il golf ma la mia famiglia stava per atterrare all’aeroporto di Edimburgo e le mie attenzioni si concentrarono tutto d’un colpo unicamente su questo mio importante appuntamento.

Parcheggiato Bucefalo in un posto sicuro presi un taxi con moglie e figlio al seguito per raggiungere un tranquillo albergo della capitale scozzese che ci avrebbe ospitato per una settimana intera. Edimburgo è una città ricca di fascino, ubicata in cima ad una collina di origine vulcanica, denominata Castle Rock, le cui pareti, erose migliaia di anni fa dai ghiacciai, sono così inclinate che in taluni punti sembrano quasi cadere a strapiombo. Suo emblema è il meraviglioso castello che si trova alla sua sommità ed è per questo che la città deve il suo nome, formato dall’unione del termine gaelico “eiden”, che significa pendio e il termine inglese antico “burh” che vuol dire appunto forte. Proprio per la sua morfologia la vecchia Edimburgo poteva espandersi solo in altezza ed infatti, la celebre Royal Mile, una strada leggendaria che dava vita ad un vero e proprio labirinto di viuzze laterali, è ancora oggi contornata da edifici dell’epoca alti anche cinque o sei piani. In uno di questi stretti vicoli si consumò uno dei tanti macabri episodi causati dall’epidemia di peste che colpì il centro abitato nell’anno 1645 in cui molti appestati furono murati vivi nelle loro case e lasciati morire. Il vicolo a cui faccio riferimento si chiama Mary King’s Close, è stato aperto al pubblico solo nel 2003 e sembrerebbe che sia completamente infestato dagli spiriti delle vittime della peste. Tra questi, il fantasma più conosciuto è quello di una bambina di nome Sarah la cui storia molto triste ha spinto alcuni visitatori a donare delle bambole che vengono riposte in un angolo di quella che doveva essere la sua stanza.

Rimanendo sul macabro non mi sono voluto neanche perdere il museo di chirurgia tra i cui oggetti messi in mostra spiccava il taccuino realizzato con la pelle di un certo William Burke. Quest’ultimo, insieme a William Hare, trafugava inizialmente i corpi dei defunti per rivenderli ai professori di anatomia ma, con l’intenzione di procurarli sempre più “freschi”, ricorse successivamente all’omicidio. I due offrivano da bere alle loro vittime e poi li soffocavano fino a quando Burke venne arrestato ed impiccato. Per ironia della sorte il suo corpo venne donato alla scuola di anatomia e la sua pelle venne utilizzata per il noto rivestimento. All’interessante visita del castello di Edimburgo non mi sono lasciato invece sfuggire la leggendaria “Pietra del Destino”, un semplice blocco di arenaria con due anelli di metallo arrugginito fissati alle sue estremità il cui valore simbolico è però talmente elevato tanto da essere stata contesa per secoli tra la Scozia e la vicina Inghilterra.  Per la precisione the Stone of Destiny ritornò in terra scozzese nel castello di Edimburgo solo nel 1996 dopo essere stata trafugata da re Edoardo I d’Inghilterra nel lontano 1296. Questa iconica pietra originaria della Terra Santa veniva inizialmente utilizzata da tutti i sovrani scozzesi che ci salivano in piedi durante le loro incoronazioni fino a quando l’Inghilterra riuscì ad impossessarsene e la fece portare a Londra come segno di sottomissione al loro Re. Qui vi rimase per i successivi sette secoli e venne utilizzata durante l’incoronazione anche di tutti i sovrani inglesi che però, contrariamente alla tradizione, vi si sono sempre seduti. Ma ciò che a me interessava più di vedere si trovava ad una decina di chilometri dalla città nello sperduto villaggio di Roslin in cui troneggiava un edificio assai misterioso la cui architettura ispirata niente poco di meno che al Tempio di Salomone era finemente decorata da una serie interminabile di enigmatiche sculture e da una moltitudine di incisioni che ricoprivano quasi interamente tutte le sue pareti.

La cappella fu costruita nel 1446 da Sir William Saint Clair, un templare che la fece adornare da un numero impressionante di simboli legati alla mitologia cristiana e contemporaneamente islamica, spaziando dalle tradizioni celtiche a quelle scozzesi e soprattutto massoniche: il tutto collegato da una logica a primo acchito difficile da comprendere. Solo ad un occhio attento e preparato questa simbologia presente in ogni angolo della cappella rappresentava invece un disordine solo apparente. C’erano incisione anacronistiche, come la realizzazione di figure di piante e di semi provenienti dalle americhe quando, come è noto, queste terre furono scoperte da Cristoforo Colombo solo quasi cinquant’anni dopo, nonché un soffitto adorno di oltre duecento mattonelle di pietra incise con segni relativi ad un desueto sistema musicale medievale. Una leggenda, certamente anch’essa tutta da interpretare, vuole che suonando quei segni con “le scarpe giuste”, si possono scoprire dei tesori inimmaginabili, mentre indossando “quelle sbagliate” si andrebbe incontro a morte certa.

Ma se la mia delusione di aver accertato che l’unica stanza sotterranea della cappella non aveva quella porta segreta che utilizzò Tom Hanks nel film Il Codice da Vinci per entrare nell’archivio segreto della famiglia di Cristo, la visione della cosiddetta colonna dell’apprendista fece invece riaccendere in me un certo interesse. Questa bellissima colonna fu così soprannominata dopo che il suo autore, un apprendista appunto dotato di grande talento, sarebbe stato ucciso con un martello dal suo stesso maestro geloso di cotanta bravura. Una leggenda narra che il Santo Graal si nasconderebbe proprio al suo interno. A tal proposito pare che uno studioso ispezionò l’interno della colonna con l’ausilio di un metal detector e che quest’ultimo abbia iniziato a suonare all’impazzata, ma, stranamente, l’autorizzazione ad eseguire delle ricerche più approfondite non è stata mai concessa: il mistero ad oggi non è stato svelato. Dopo aver salutato moglie e figlio all’aeroporto di Edimburgo andai al parcheggio per riprendere l’infaticabile Bucefalo che si era però fatto una bella settimana di riposo al coperto. Appena mettemmo il naso fuori, per me ed il mio fedele destriero c’era pronta ad aspettarci una fredda e scrosciante pioggia che ci accompagnò fino al nostro arrivo al mitico Ace Café di Londra, sicuramente il locale per motociclisti più famoso del Globo. Nato come luogo di incontro per camionisti nel lontano 1938 venne distrutto durante la secondo mondiale ma, una volta ricostruito, dobbiamo attendere i motociclisti degli anni Sessanta che con le loro fiammanti café racer lo hanno reso ciò che è ancora oggi: una vera e propria “Mecca” dei bikers. E’ aperto a qualsiasi ora del giorno ed in qualsiasi momento si vada a visitarlo è praticamente impossibile non trovarci delle motociclette parcheggiate all’esterno. Una sport-tourer bavarese come la mia non passò di certo inosservata ma del resto è noto che gli anglosassoni gradiscono maggiormente le sportive giapponesi in alternativa alle loro datatissime café racer. Queste ultime hanno bisogno di tante cure e la pazienza diventa un elemento imprescindibile per i loro proprietari. Non è un caso quindi che in quegli anni si dicesse che se sotto una moto inglese non ci fosse dell’olio motore voleva dire solo una cosa….che era finito! Dopo la piacevole pausa ripresi il mio viaggio con una certa soddisfazione che però lasciò presto il posto ad una sorta di rassegnazione che definirei di tipo “meteorologico”: ancora una volta freddo e pioggia a catinelle la facevano da padrone. In quell’occasione avevo però le mani calde, grazie al gradevole tepore emanato dalle manopole riscaldate, mentre i piedi erano freddi come due “calippi” al limone, e per un istante pensai: quasi quasi mi faccio una veloce capatina a Stonehenge per dare ai miei piedini un’altra bella scaldatina! Pura follia? Probabile, ma è pur vero che un noto filosofo irlandese diceva “Esse est percipi”, la cui traduzione dal latino significa “Nulla esiste se non è percepito”. La realtà, così come noi la percepiamo, consisterebbe solo nelle nostre idee che quindi possono essere anche del tutto prive di razionalità. Tutto sarebbe pertanto frutto solo ed unicamente della nostra fallace mente….fenomeni paranormali inclusi!

L'autore

Francesco Loreti
Francesco Loreti, nato a Perugia il 25.06.1968, si è laureato in Giurisprudenza nel 1992. Ufficiale dell’esercito italiano nel 1994 con la qualifica di istruttore degli allievi ufficiali di complemento della Scuola di Fanteria di Cesano di Roma, è stato comandante di plotone e vice comandante di compagnia; nel 1995 ha ricoperto il ruolo di ufficiale del reparto corsi nella medesima Scuola ed è stato insegnante delle materie militari NBC e LCB per gli allievi ufficiali di complemento e per i soldati facenti parte del contingente italiano nelle guerre di Bosnia e Somalia. Conseguito il titolo di Avvocato nel 1996 ed iscritto all’albo degli avvocati del foro di Perugia nel 1997, è Patrocinante in Cassazione dal 2009. Nel 2015 gli è stato conferito un riconoscimento ufficiale della BMW Motorrad in Germania, dal Presidente Stephan Schaller, per aver percorso 300.000 chilometri con un quattro cilindri fronte marcia della casa bavarese; collabora da diversi anni con le riviste motociclistiche INMOTO ed AboutBMW, ha pubblicato tre libri ed ha realizzato due docufilm, "Omo Nero e Bucefalo in Kurdistan Iracheno" nel 2023 e "La Via per Tawam" nel 2025.
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