Era il 7 ottobre 1970 quando il colonnello Mu’ammar Gheddafi cacciò dalla Libia 20 mila italiani. Il 7 ottobre venne proclamata festa nazionale in ricordo della cacciata degli italiani, una data che venne battezzata “Giorno della vendetta”.
Certo, il periodo di colonizzazione italiana, che ricordo durò per oltre 30 anni fino all’anno 1943 (comprendendovi anche il periodo della Tripolitania e della Cirenaica), deve aver creato un certo risentimento in colui che guidò poi una rivoluzione, ma nessuno si sarebbe sicuramente aspettato il radicale cambiamento che si verificò nell’ottobre del 2004. Proprio in quell’anno, infatti, il colonnello insieme al primo ministro italiano Silvio Berlusconi, nel corso della cerimonia di inaugurazione del gasdotto dell’ENI che collegava i due stati, decise che i futuri 7 ottobre sarebbero stati festeggiati in Libia, non più come giorno della vendetta, ma bensì come addirittura “giorno dell’amicizia”!
Carpe diem, dicevano gli antichi romani ed io colsi subito l’attimo organizzando nel 2009 un bel viaggio in moto in Libia. In quell’anno per me si era infatti concretizzata l’occasione giusta per verificare sul campo il rinnovato apprezzamento di noi italiani in terra straniera nonché la possibilità di poter finalmente ammirare da vicino quello che è considerato unanimemente il sito romano meglio conservato nel mondo: Leptis Magna.
Leptis Magna è stata infatti sepolta per quasi duemila anni sotto le sabbie del deserto ed è stata oggetto di una colossale operazione iniziata negli anni Venti dagli archeologi italiani.
Certo che però nessuno avrebbe potuto mai immaginare che da lì a breve sarebbe poi diventato proibitivo visitare la Libia in quanto già nel febbraio del 2011 scoppiò la guerra civile che determinò anche la morte dello stesso Gheddafi nell’ottobre del medesimo anno.
Coinvolsi con piacere anche il mio amico Gianluca, che accettò con gioia di venire in sella alla sua BMW r1200gs adventure, e da lì a poco, decisero di seguirci anche una coppia di motociclisti, che avevo conosciuto in un precedente viaggio, di nome Giorgio e Fulvia, conducente e passeggera di un’altra BMW r1200gs adventure.
Ovviamente preparai per la partenza Bucefalo, la mia fedele BMW k1200s compagna di mille avventure, che per l’occasione non dovetti nemmeno caricare più di tanto perché prendendo il traghetto dall’Italia ed arrivando direttamente a Tunisi la strada da fare in sella alla moto era veramente poca. Peccato solo che per entrare in Libia, oltre al solito visto, era obbligatoria la traduzione in arabo del nostro passaporto e soprattutto al confine dovevamo necessariamente essere scortati da due guide che ci avrebbero poi accompagnato senza mai perderci di vista, per tutta la permanenza nel loro territorio.
Prima di partire decisi di leggere l’opera prima del colonnello Gheddafi, il libro verde, che trovai con facilità in internet già tradotto nella mia lingua e che mi aveva sempre incuriosito in quanto era il frutto delle sue meditazioni determinate dopo un lungo periodo passato nel deserto a riflettere. Egli rifuggiva dal comunismo e dal capitalismo e creava così una terza teoria universale basata su principi che, secondo la sua “modesta” convinzione, avrebbero niente poco di meno che risolto il problema della democrazia nel mondo.
Mare poco mosso e strade libere e ben asfaltate in Tunisia ci hanno permesso di arrivare al confine con la Libia molto facilmente. Lì ci aspettavano le guide: Mohamed un tuareg libico e Leila una italiana residente in Libia, che si erano sposati da poco e che si rivelarono fin dal primo impatto simpatici e disponibili.
Dopo aver adempiuto al rito della apposizione della targa libica sui nostri mezzi, con l’ausilio di nastro adesivo americano o fil di ferro, ci siamo subito diretti verso la capitale ma non prima di aver effettuato una necessaria sosta per la notte nella piccola cittadina marittima di Zuara.
Proprio in quel piccolo centro abitato io e Gianluca, dopo aver cenato, ci facemmo una passeggiata per le strette e quasi deserte strade della cittadina quando iniziammo a sentire una piacevole musica provenire da un vicino cortile.
C’era un gruppo di ragazzi in cerchio davanti ad un fuoco che ascoltavano in silenzio, al chiaro di luna, la dolce melodia di una chitarra. Con molta discrezione ci avvicinammo a loro nella speranza di essere invitati a partecipare a quel loro gradevole ed intimo momento conviviale e con nostro grande piacere ci accolsero subito con estrema ospitalità. Dopo aver sentito alcune canzoni provammo a scambiare con loro qualche parola e solo grazie ad uno di loro che conosceva un poco di italiano riuscimmo a capirci quanto bastava per farci due belle risate tutti insieme. Ad un certo punto Gianluca, abile chitarrista, prese in mano lo strumento ed iniziò il suo repertorio musicale sotto la faccia sbigottita ed entusiasta di tutti i presenti. In quel momento, strano a dirsi, ma si era creata una atmosfera quasi surreale, in cui sembrava facessimo parte integrante di quella affiatata compagnia di giovani libici da sempre.
All’indomani, arrivati a Tripoli, ci dirigemmo nella famosa Piazza Verde, punto centrale della città dominata dal castello Al-Saraya al-Hamra, in cui gigantografie con l’immagine del rais erano disseminate in ogni dove. La piazza fu creata dopo la rivoluzione del 1969 e si estendeva prima per circa la metà della superficie attuale, infatti, solo negli anni ’70, nel lato costituito dalla riva del mare furono effettuati dei lavori per recuperare circa cinquecento metri di terreno al fine di alleggerire la congestione cronica del traffico che confluiva inevitabilmente in quel punto.
Non è stato quindi un caso che abbiamo dovuto più volte transitare con le nostre amate moto della casa dell’elica in questa importante piazza, ben illuminata di notte e sempre animata di giorno, catturando in più di una occasione gli sguardi di molti frequentatori incuriositi.
Proprio lì cambiai un po’ di euro con la valuta ufficiale locale, infatti, anche se le guide pensavano praticamente a tutti i nostri pagamenti, avere del dinaro libico poteva tornarmi comunque utile ed era poi mia intenzione riportarmi a casa almeno una banconota da 10 LD con l’immagine del “Leone del deserto”. Chiunque conosca la nostra campagna in Libia negli anni 1911-17 non può non ricordarlo a capo delle tribù locali, che era riuscito sapientemente a riunire creando un efficiente esercito, guidando la resistenza. Il suo nome di battesimo era Omar al-Mukhtar e quando fu catturato ed impiccato dal nostro esercito combatteva ancora alla veneranda età di 73 anni.

In albergo con le guide facemmo un programma per un ipotetico itinerario da seguire che fosse di nostro gradimento e tenesse anche conto di una tempistica dettata purtroppo dai diversi ed inderogabili impegni di lavoro di ciascuno di noi. Tarablus, così viene denominata in arabo la capitale della Libia, fu fondata dai fenici nel 500 a.c. e venne spesso contesa nell’antichità per avere il miglior porto naturale dell’Africa del nord. La denominazione Tripoli seguì al nome dato dai romani di Oea in quanto insieme alle vicine Sabratha e Leptis Magna formava tre città che appunto in greco si traduce in “tripolis”. Viso rivolto al mare e le spalle al deserto del Sahara la medina di Tripoli è un vero e proprio labirinto di tortuosi suq e magnifici edifici pubblici.
L’indomani ci dirigemmo quindi al sito romano di Sabratha che fu un’autentica sorpresa per me in quanto, pur non essendo molto conosciuto, si rivelò di notevole interesse storico ed artistico. Appena entrato nel sito iniziai a seguire con estremo interesse il cicerone del posto che, dato tutt’altro che trascurabile, parlava un buon italiano. Ad un certo punto però iniziai a sentire un caldo insopportabile che avrei sicuramente potuto contenere sostituendo i pantaloni di pelle che indossavo con altri più leggeri. Pertanto, tornai al parcheggio per incontrare le guide che avevano le mie valige nel loro fuoristrada ma purtroppo non erano più sul posto. Non ci pensai due volte e tolsi i pantaloni della tuta che lasciai sulla moto rimanendo letteralmente in mutande.
Quando varcai nuovamente l’ingresso del sito non nascondo che provai un certo imbarazzo ma i miei variopinti boxer potevano effettivamente sembrare un costume da bagno ed il bigliettaio, dopo qualche iniziale perplessità, mi fece passare.
Mutande sopra e stivali da moto sotto non erano proprio un bell’abbinamento ma riscossero comunque un certo successo tra alcuni turisti di passaggio ai quali strappai qualche bel sorriso.
Sabratha vanta uno dei teatri più affascinanti dell’antica Roma con uno sfondo unico rappresentato dall’intenso blu del mare che si trova alle sue spalle e che di per se vale l’intera visita. Proprio in questa città si narra che un certo Apuleio, celebre filosofo della scuola di Platone, sposando una ricca vedova molto più anziana di lui face perdere una cospicua eredità ad una famiglia locale che lo trascinò quindi in tribunale. Innanzi ad un proconsole romano che presiedette il processo, Apuleio si trovò in seria difficoltà con la pesante accusa di avere utilizzato i suoi poteri magici per convincere l’ignara vedova. Ma egli, sfoderando tutta la propria arte oratoria, pronunciò in sua difesa un discorso che durò tre giorni con il quale venne alla fine scagionato da ogni accusa. Quale avvocato del Foro di Perugia mi sono inevitabilmente immedesimato nella parte del giovane filosofo libico e visto il successo finale conseguito mi sono subito promesso di riproporre in qualche mio futuro processo una lunga arringa difensiva alla….Apuleio.
Il giorno successivo arrivai finalmente a Leptis Magna, avevo letto più di un libro su questo splendido sito romano ed ero speranzoso di trovare un cicerone che riuscisse a farmi apprezzare al meglio la mia visita.
Dopo l’esperienza di Sabratha mi presentai questa volta all’ingresso con un “vero” costume da bagno, ma fui invece costretto ad acquistare seduta stante in una bancarella un paio di calzoni di dubbio gusto e, quel che era peggio, mi cuccai un cicerone che, oltre a parlare un italiano molto approssimativo, non si dimostrò affatto preparato.
Ma vi assicuro che la bellezza di Leptis Magna perdona qualsivoglia imprevisto, era la più vasta e la più grandiosa città romana di tutta l’Africa ed il suo impareggiabile stato di conservazione è dovuto anche dal fatto che è stata costruita con un robusto calcare che le ha consentito di resistere meglio di altre città dell’epoca all’azione inesorabile del tempo. Proprio a Leptis nacque nel 145 d.c. colui che fu poi proclamato imperatore di Roma, Lucio Settimo Severo. Grazie a lui la città libica fu la sede di importanti progetti edilizi che unitamente ad una intelligente e razionale pianificazione urbanistica arrivò a rivaleggiare per il suo splendore con la stessa Roma.
Visitando ciò che rimane oggi della Via Colonnata, del Foro dei Severi e soprattutto delle Terme di Adriano non posso nascondere che provai un certo sdegno per le razzie compiute in questi edifici da parte dei francesi verso la fine del 1600 in totale spregio del patrimonio artistico locale. Purtroppo, moltissimi di questi meravigliosi pezzi saccheggiati furono utilizzati per costruire monumenti in Francia come la chiesa di Saint Germain e il Palazzo di Versailles ed ancora oggi possiamo vedere alcune di quelle colonne rimosse dalle loro sedi originarie abbandonate nel porto di Leptis Magna perché all’epoca risultarono troppo pesanti da trasportare. Nel porto è interessante vedere ciò che resta dell’imponente faro che raggiungeva ben 35 metri di altezza e che doveva essere molto simile al mitico Faro di Alessandria d’Egitto, una delle sette meraviglie dell’antichità.
Proprio al porto di Leptis mi venne la brillante idea di avvicinarmi ad un soldato di guardia vicino ad un cancello sulla recinzione perimetrale esterna, che separava il sito archeologico dalla strada, per chiedergli la cortesia di farmi entrare con la mia moto per fare una foto speciale. Con mia sorpresa mi fece capire che la cosa era fattibile e appena finita la visita non persi l’occasione concordata portandomi con Bucefalo direttamente davanti al cancello. Il militare si avvicinò alla recinzione con qualche perplessità, con il casco e senza i pantaloni di Alì Babà e i quaranta ladroni fece inevitabilmente un pò di fatica a riconoscermi, ma poi aprì il cancello e mi scattò lui stesso la foto che conservo tutt’ora molto gelosamente tra i miei ricordi più cari.
A circa tre chilometri dal centro di Leptis Magna si trova uno dei più suggestivi anfiteatri romani che abbia mai visto. La sua particolarità risiedeva nel fatto che è stato letteralmente scavato in una collina che si erge vicino al mare ed è stato scoperto solo nel 1958 perché era stato per secoli interamente sepolto da terra e detriti.
Proprio nell’anfiteatro di Leptis si trovava l’Artemide Efesia, statua di incomparabile bellezza che divenne il soggetto di numerose cartoline postali e nel periodo fascista comparve anche sui francobolli delle serie coloniali come simbolo della Tripolitania.

Tornati a Tripoli entrai nella pregevole moschea di Gurgi dove incontrai un curioso personaggio che parlando un discreto italiano si qualificò subito come custode della struttura e ci invitò con fermezza a mantenere il silenzio. Dopo averla visitata cercai di avvicinarmi a lui per tentare di scambiarci qualche parola, aveva una settantina anni e conoscendo la mia lingua poteva essere una interessante fonte di informazioni riguardo la Libia coloniale che fu. Si chiamava Belgasin e, contrariamente al primo approccio, si dimostrò poi disponibile e cordiale al punto di invitarci in una piccola stanza in cui custodiva delle pregiate fotografie molto datate che ci mostrò con orgoglio. Ritraevano diversi momenti in cui Italo Balbo, l’allora governatore della Libia, si trovava in visita a Tripoli mentre altre foto lo ritraevano fanciullo a scuola con il suo stimato maestro italiano che gli insegnò la nostra lingua. Italo Balbo ricordo fu ministro dell’aeronautica militare italiana ed a detta di molti storici la sua popolarità aumentò al punto che Benito Mussolini lo allontanò facendolo diventare appunto governatore della Libia nel 1934 e dopo solo sei anni morì in un aereo a Tobruk abbattuto dal fuoco “amico” in circostanze che determinarono all’epoca non poche discussioni. La voce di Belgasin in alcuni momenti si faceva incerta ed un pò di commozione prendeva il sopravvento, per lui, come per molti libici, il periodo coloniale italiano fu un bel periodo da ricordare con piacere.
Feci poi una visita veramente imperdibile al museo di Tripoli che fu una autentica rivelazione sotto molteplici profili: non solo per la consistente presenza di reperti di epoca romana, punica e fenicia, di indubbio valore storico ed artistico, ma anche per la moltitudine di oggetti appartenuti al colonnello Gheddafi nel periodo della rivoluzione. Certo che oltre al suo mirabile maggiolone Wolkswagen mi sarei aspettato di vedere anche la tanto discussa Automobile-Missile da lui stesso disegnata e presentata al mondo intero come auto più sicura del mondo. Lo stesso colonnello ironizzò poi sul fatto che mentre altri paesi erano impegnati nella costruzione di missili progettati per uccidere la Libia aveva progettato invece un missile per scopi pacifici e umanitari. Ma arrivato all’ultimo piano dell’edificio rimasi letteralmente basito quando mi trovai di fronte ad una serie di enormi immagini che ritraevano l’allora nostro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Avevano addirittura esposto la scrivania sulla quale quest’ultimo aveva firmato un importante accordo con il Colonnello a riprova di una profonda amicizia che legava le due importanti personalità.
Sicuramente però, il miglior reperto di tutto il museo, fu un meraviglioso mosaico che è stato ritrovato all’interno della Villa Silin di epoca romana che ritraeva l’anfiteatro scavato nella roccia a Leptis Magna durante i giochi circensi. Quel mosaico era come una fotografia, uno scatto, una istantanea di un attimo che sembrava aver fermato il tempo di quella che fu una delle manifestazioni più popolari dell’epoca. Grazie a questo mosaico possiamo oggi avere una esatta ricostruzione della mirabile organizzazione che stava alla base di questi grandiosi eventi.
Mentre Giorgio e Fulvia proseguivano il loro viaggio verso la bellissima Ghadames io e Gianluca, che avevamo a disposizione solo dieci giorni per tutto il viaggio, iniziammo il nostro rientro a casa ed una volta accompagnati al confine con la Tunisia, salutammo con affetto i nostri simpatici amici Leila e Mohamed che si rivelarono veramente due piacevoli ed affabili guide turistiche.
Ghadames è la città più vecchia e meglio conservata della Libia, molti sapranno che l’Unesco ha dichiarato questa bellissima oasi in mezzo al deserto del Sahara patrimonio dell’umanità ma non tutti conoscono l’origine del suo nome che tradotto nella nostra lingua significa stranamente “pasto di ieri”. Sembrerebbe che una carovana di mercanti dell’antica tribù di Nemrod fece una sosta in una piccola oasi per recuperare le forze dopo una lunga traversata nel deserto ed una volta ripreso il viaggio si accorsero di aver dimenticato una pentola. Tornando indietro per recuperarla il cavallo di uno di loro con il suo peso fece riaffiorare in superficie dell’acqua fresca, e proprio su quel terreno nacque quindi la città di Ghadames.
Una volta giunti alla frontiera libica io e Gianluca riconsegnammo le targhe e fummo letteralmente circondati dai soldati. Senza nulla togliere al fascino della bella e moderna BMW gs adventure, Bucefalo devo riconoscere che risultò sicuramente più attraente agli occhi dei frontalieri al punto che sembravano non aver mai visto una moto del genere nella loro vita. Oltre alle solite domande di rito, del tipo: quanto costa che velocità massima raggiunge etc., il comandante della guardia, al quale avevamo da poco consegnato i passaporti, ci chiese cortesemente di fargli sentire il rombo del motore e di fargli vedere una bella impennata: inutile dire che fu accontentato nel giro di qualche secondo. Nello stesso breve tempo ci vennero restituiti i passaporti con tutti i timbri necessari per l’uscita; incredibile ma vero avevano effettuato tutte le formalità burocratiche in un tempo veramente record solo ed unicamente grazie al notevole successo riscosso dalle nostre tanto apprezzate BMW.
In Tunisia siamo passati per la strada che da Medenina porta a Douz e dopo aver fatto un vero e proprio reportage fotografico ad una mandria di cammelli di passaggio ci siamo imbattuti in una piccola costruzione di mattoni, posta all’incrocio con la strada che portava all’oasi di Ksar Ghilane in pieno deserto, dove una volta era piantata una logora tenda di una mia vecchia conoscenza. Non facciamo in tempo a parcheggiare le nostre moto che dopo qualche secondo mi vedo comparire davanti a me Noriega, mister faccia d’ananas, così da me ribattezzato per via del suo viso dalla pelle fortemente butterata, con in mano un vassoio pieno di biscotti.
Mi aveva stranamente riconosciuto ed era venuto a darmi il benvenuto. La sua smisurata ospitalità, che veniva abitualmente ricompensata con una libera offerta, aveva dato i suoi frutti: la sua vecchia tenda si era infatti trasformata in una confortevole costruzione in mattoni.
Con la morte di Gheddafi mi chiedo se i libici possano e vogliano comunque realizzare ciò che era il suo sogno più ardito: il Grande Fiume Artificiale. Proprio lui, il suo ideatore, aveva ribattezzato questo progetto faraonico con molta umiltà niente poco di meno che “l’ottava meraviglia del mondo”. Il progetto consisteva inizialmente nel collegamento di pozzi e bacini già presenti nel territorio libico con le città costiere arrivando poi a sfruttare altri bacini sotterranei ancora non utilizzati aumentando l’estensione delle condutture fino ad arrivare a città più lontane come Tobruk. I lavori erano già a buon punto ed i presupposti erano buoni ma anche la preoccupazione del prosciugamento nel medio termine delle proprie riserve idriche sotterranee era tutt’altro che infondato. Chissà se il colonnello conoscesse o meno la triste storia dei “garamanti” che governarono le regioni meridionali della Libia a partire dal lontano 900 a.C. Questa interessante civiltà citata anche da Erodoto prendeva il nome dalla loro capitale, Garama (l’odierna Germa) e doveva la sua prosperità all’agricoltura nonostante la lontananza delle loro terre dalle fonti d’acqua. Gli archeologi hanno scoperto i resti di centinaia di canali sotterranei che gli consentivano di praticare una intensa attività agricola nelle oasi. Peccato che questo approccio innovativo all’agricoltura fu anche la causa stessa del declino dell’impero in quanto già nel 500 d.C. provocò il prosciugamento delle falde acquifere e Garama fu abbandonata. La storia è maestra di vita, la storia insegna.
Può sembrare strano ma oggi, a distanza di circa sette anni da quel magnifico viaggio in Libia in cui ho potuto ammirare luoghi di straordinaria bellezza, il ricordo che mi è rimasto maggiormente impresso sono quei magici momenti passati a Zuara con quel gruppo di bravi ragazzi libici intorno ad un fuoco. I loro volti sereni e sorridenti sono ancora oggi scolpiti nella mia mente. Ma la loro sincera ospitalità e cortesia che ci riservarono con tanta spontaneità purtroppo non sono ora che un lontanissimo ricordo cancellato dalle sanguinose e ingiustificabili atrocità che ogni guerra inevitabilmente porta con sé.
L'autore
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Francesco Loreti, nato a Perugia il 25.06.1968, si è laureato in Giurisprudenza nel 1992. Ufficiale dell’esercito italiano nel 1994 con la qualifica di istruttore degli allievi ufficiali di complemento della Scuola di Fanteria di Cesano di Roma, è stato comandante di plotone e vice comandante di compagnia; nel 1995 ha ricoperto il ruolo di ufficiale del reparto corsi nella medesima Scuola ed è stato insegnante delle materie militari NBC e LCB per gli allievi ufficiali di complemento e per i soldati facenti parte del contingente italiano nelle guerre di Bosnia e Somalia. Conseguito il titolo di Avvocato nel 1996 ed iscritto all’albo degli avvocati del foro di Perugia nel 1997, è Patrocinante in Cassazione dal 2009. Nel 2015 gli è stato conferito un riconoscimento ufficiale della BMW Motorrad in Germania, dal Presidente Stephan Schaller, per aver percorso 300.000 chilometri con un quattro cilindri fronte marcia della casa bavarese; collabora da diversi anni con le riviste motociclistiche INMOTO ed AboutBMW, ha pubblicato tre libri ed ha realizzato due docufilm, "Omo Nero e Bucefalo in Kurdistan Iracheno" nel 2023 e "La Via per Tawam" nel 2025.
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