Alle 7,30 del mattino del 14 Novembre 1963, alla luce incerta dell’alba, Olafur Vestmann, cuoco su un peschereccio al largo della costa meridionale dell’Islanda, notò del fumo nero all’orizzonte. Poiché non vi era terra in quella direzione, il primo allarme che fu dato acclamava una nave in fiamme; ma poco più tardi i pescatori si resero conto che le nere colonne di fumo segnalavano qualcosa di diverso, di imponente: un’eruzione vulcanica in mezzo al mare! La rapida emissione di ceneri e lapilli, seguita da lave incandescenti che al contatto con l’acqua generavano esplosioni e gas, stavano dando il benvenuto ad una nuova isola che venne chiamata Surtsey, in onore del mitologico gigante del fuoco Surtur. La curiosità di poter visitare quest’isola era incontenibile ma purtroppo per me la cosa non era realizzabile, Surtesy doveva rimanere incontaminata in quanto considerata un esperimento biologico-ambientale. Ma così come la storia di questa nuova isola riassume in piccolo l’origine del Pianeta Terra, così anche in altre regioni dell’Islanda, remote ma visitabili, era possibile osservare le forze costruttive e distruttive che agiscono con un’intensità e una rapidità uniche nel nostro pianeta. L’Islanda è un vero e proprio laboratorio di vulcanologia e di biologia a cielo aperto o meglio una sintesi, racchiusa in uno spazio circoscritto, di quasi tutti i principali processi di formazione e di trasformazione osservabili sul nostro Pianeta. Decisi quindi di partire in compagnia di mia moglie Natascia e la mia adorata Bmw k1200s al seguito prenotando con congruo anticipo il traghetto della Smyrill Line, che è l’unica compagnia di navigazione che collega l’Islanda ai principali porti europei.
Il viaggio previsto per l’Agosto del 2008 prevedeva l’imbarco a Bergen in Norvegia ed il ritorno via Danimarca ma nel frattempo un lieto evento stava per sconvolgere i nostri meravigliosi programmi. La Nati era incinta e per evitare pericolosi e lunghi tragitti in moto era stata costretta suo malgrado ad utilizzare per il suo viaggio anche l’aereo.
Con Bucefalo in brevissimo tempo attraversai Germania, Danimarca e Svezia ed arrivai all’aeroporto di Oslo per attendere l’arrivo della mia famiglia, moglie e figlio in un’unica soluzione.
Ero felice ed emozionato da un lato ma dall’altro nascondevo una certa preoccupazione perché sapevo che i primi mesi per una donna incinta erano particolarmente delicati e dovevo assolutamente evitare di percorrere strade accidentate in un paese che non conoscevo. Sapevo che la strada denominata “uno” che percorreva tutto il periplo dell’isola era ben asfaltata ma non tutti i luoghi di notevole interesse naturalistico che mi ero prefisso di visitare si trovavano lungo il suo percorso. Tuta di pelle nera e casco per bagaglio a mano la Nati arrivò ad Oslo sorridente e solare come sempre pronta ad affrontare l’inizio del nostro viaggio in moto che prevedeva come prima tappa l’arrivo a Bergen, seconda città per grandezza della Norvegia e famosa per il suo storico quartiere commerciale denominato Bryggen, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.
Bergen era una mia vecchia conoscenza che ho sempre visitato sotto una scrosciante pioggia essendo non a caso conosciuta per essere una delle città più piovose del mondo. Lì mi era stato raccontato da un benzinaio, nemmeno a farlo apposta, questo aneddoto: un turista sotto una pioggia persistente incontrò un bambino a Bergen e gli chiese da quanto tempo stesse piovendo; il bambino gli rispose: “non lo so, ho solo quattro anni!” Certo quindi di percorrere il tunnel stradale più lungo del mondo che collega Oslo a Bergen lungo ben 24,5 chilometri mi trovai invece di fronte ad un meteo fantastico con sole e temperature di oltre 30 gradi che mi permisero non solo di evitare il tunnel ma di vedere anche il vicino e straordinario Sognefjord, secondo fiordo più grande del pianeta dopo lo Scoresby Sund in Groenlandia.
Al porto ci imbarcammo quindi alla volta dell’Islanda e dopo tre giorni di navigazione e una breve sosta alle isole Faroe, tutti fuori sul ponte con il naso all’insù per ammirare l’arrivo in mezzo al fiordo islandese di Seydisfjordur.

In Islanda la temperatura si era abbassata di parecchi gradi ma, nonostante ciò, la prima notte, con un cielo sereno ed in assenza di luce lunare, la passammo in giro a passeggiare sperando di essere così fortunati di vedere l’aurora boreale. In agosto il fenomeno è veramente raro ma la speranza era sempre l’ultima a morire. L’aurora boreale è un magico fenomeno naturale per cui si creano veli di colore che striano il cielo notturno solitamente negli inverni islandesi ed è il risultato del vento solare in cui un flusso di particelle proveniente dal sole si scontra con gli atomi di idrogeno e di ossigeno negli strati superiori dell’atmosfera. La collisione produce le luci verde magenta dell’aurora boreale, mentre il campo magnetico della terra attira le particelle di vento solare verso le regioni polari.
Con strade ben asfaltate e panorami mozzafiato ci ritroviamo il giorno successivo nello Jokulsarlon, una laguna piena di iceberg che si staccano del Vatnajokull, il ghiacciaio più grande del mondo dopo i poli. Per quanto una persona possa essere preparata ad ammirare questa scena surreale sono purtroppo diversi gli automobilisti che frenano di colpo alla vista di questo autentico spettacolo della natura determinando così qualche piccolo incidente. Una schiera di spettacolari iceberg di un incredibile azzurro luminoso fluttua sulla laguna immersa in una natura incontaminata in cui delle vere e proprie sculture di ghiaccio sono spesso circondate da stormi di uccelli e simpatiche foche. Qui sono stati girati conosciuti film come Lara Croft: Tomb Rider (2001) e un agente segreto 007 James Bond, La morte può attendere (2002) in cui per l’occasione andarono distrutte ben sei Aston Martin. Il porto di Vik con i suoi enormi faraglioni che si ergono dall’oceano a pochi metri di una vicina spiaggia di sabbia nera, meritavano sicuramente una breve sosta. Il faraglione più alto raggiunge i 66 metri ed è un ottimo posto per osservare i curiosi pulcinella di mare che sono degli uccelli che nidificano stranamente sottoterra ed hanno un becco coloratissimo che ne fanno un soggetto fotografico molto ambito.
Dici Islanda e pensi subito a Geysir, la sorgente d’acqua calda per antonomasia, quella da cui tutti gli altri geyser del mondo hanno preso il nome. Emetteva getti d’acqua alti fino a 80 metri, peccato che proprio la solita idiozia umana ne abbia decretato la sua fine. Negli anni ’50 è diventato inattivo perché ostruito dall’enorme quantità di pietre che i turisti vi gettavano dentro con la speranza di farlo “smuovere” con getti più potenti, ma per fortuna il vicino Strokkur ha continuato indisturbato la sua opera. Il suo getto arriva a circa 20-30 metri ed è considerato il più regolare del mondo con i suoi getti che si avvicendano ogni circa dieci minuti di distanza l’uno dall’altro. I geyser si formano quando l’acqua riscaldata dall’energia geotermica rimane intrappolata nelle fenditure del terreno. L’acqua in superficie si raffredda, mentre quella sotterranea si surriscalda, si trasforma in vapore e infine esplode scagliando in aria l’acqua più fredda che sta sopra. A pochi chilometri da Geysir siamo andati a vedere la vicina cascata Gullfoss la più famosa d’Islanda ed a mio parere la più affascinante dell’isola. Si getta con un doppio salto spettacolare per circa 30 metri, sollevando una parete perpendicolare di spruzzi mentre discende in uno stretto canyon. Siamo stati fortunatissimi ad ammirarla in una meravigliosa giornata di sole in cui gli spruzzi d’acqua, oltre a bagnare tutta la carena del mio adorato Bucefalo, creavano una serie di scintillanti arcobaleni che si dissolvevano poi nell’aria.
Le manopole riscaldate della mia BMW erano lì una manna dal cielo e solo in quella occasione mia moglie rimpianse la mia scelta di non aver acquistato il modello GT che aveva anche la sella riscaldata. Il caldo era diventato un miraggio ma giunti nei pressi di Reykjavik ci siamo subiti tuffati nelle calde acque sulfuree della magica e famosa Laguna Blu. La più grande attrazione turistica del paese era servita, incastonata in un frastagliato campo di lava nera, la laguna deve il suo nome dal colore azzurro latteo delle sue acque che hanno una temperatura di circa 38° C. Le torri argentate della vicina e futuristica centrale geotermica e le nuvole di fumo sparse un po’ ovunque rendevano l’ambiente ancora più surreale, quasi onirico, e che per l’occasione ci diede la piacevole ispirazione per la scelta del nome del nostro amato nascituro in arrivo.

Proprio in quel frangente intrattenemmo una gradevole conversazione con degli islandesi che ci spiegarono come nel loro paese i nomi di persona sono costituiti dal nome proprio più il patronimico, derivante dal nome del proprio padre, anziché il cognome. Per i maschi si aggiunge il suffisso “son” (figlio) mentre per le femmine “dottir” (figlia), quindi il figlio maschio di Gustav, oltre il suo nome di battesimo si chiamerà Gustavsson, mentre la figlia Gustavsditten. Perciò, indicando il patronimico solo il fatto di essere discendenti del padre, gli islandesi trovano spesso inutile pronunciarlo, utilizzando per tutti il solo nome proprio e contribuendo così a creare nel loro paese un clima di familiarità generale.
Io e mia moglie arrivammo quindi nella capitale più settentrionale del globo, che è una combinazione di edifici colorati, personaggi eccentrici e una vita notturna assolutamente fuori dagli schemi. Reykjavik è una città molto interessante e facile da girare in moto e con un po’ di fortuna riuscimmo a trovare un buon albergo in posizione centralissima nella piazza in cui si trova l’appariscente chiesa in cemento detta Hallgrimskirkja e la statua del vichingo Leifur Eiriksson. Quest’ultima è stata donata dagli USA e rappresenta il primo europeo ad imbattersi nel continente americano; e pensare che noi credevamo fosse stato invece un certo Cristoforo Colombo! Con una notevole stanchezza alle spalle io e la Nati andammo a letto nella nostra camera al primo piano con vista sulla moto parcheggiata fuori all’aperto a fianco della porta di ingresso dell’hotel, quando in piena notte venimmo svegliati di sobbalzo da una serie di sordi rumori provenienti dal piano sottostante.
Ai rumori seguirono della grida ed io abbastanza innervosito stavo per scendere nella hall dell’albergo per tentare di fermare le molestie notturne quando sentimmo i rumori spostarsi verso l’esterno dell’edificio. Aprii la finestra e vidi due vichinghi energumeni alti circa due metri, dai lunghi capelli biondo platino, che se le stavano dando di santa ragione proprio davanti a Bucefalo. Volevo intervenire per proteggere il mio destriero da potenziali danneggiamenti quando, intimorito dalla cruenta lotta e dal notevole spargimento di sangue, decisi molto saggiamente di soprassedere per evitare di conoscere l’ospedale della capitale islandese che sinceramente non destava il mio interesse. L’indomani ci fu riferito che anche il proprietario dell’albergo era stato coinvolto nella colluttazione con due suoi amici fratelli gemelli riportando la rottura del setto nasale e di un dito della mano, il tutto per una bella sbornia che aveva determinato una situazione che a quanto pare a Reykjavik era di normale routine. Vado quindi a controllare le condizioni di Bucefalo: non aveva riportato alcun danno ma nei dischi freno anteriori abbiamo ritrovato un bel mazzo di lunghi capelli biondi…
Sempre a Reykjavik andammo ad una proiezione cinematografica che raccontava 50 anni di attività vulcanica in Islanda, chiamato Vulcano Show, anche per conoscere di persona l’abilissimo “cacciatore di eruzioni” Villi Knudsen. Villi è veramente un tipo speciale e per l’occasione si era dimostrato con noi fin da subito molto disponibile raccontandoci tra l’altro che era quasi quaranta anni che stava aspettando l’eruzione del vulcano Katla, situato sotto un ghiacciaio. Alcune sue piccole eruzioni avevano già creato onde di marea molto intense che, come un gigantesco boomerang, avevano colpito le isole Vesmann per tornare indietro fino alla piccola cittadina di Vik, che io e mia moglie avevamo da poco visitato. Secondo Villi la forte eruzione inizierà con una grande esplosione, a cui seguirà una pioggia di cenere per giorni e giorni senza che vi sia una fuoriuscita di lava. quindi si verificheranno tre inondazioni che nella città di Vik alzerà l’acqua più di cento metri e per la popolazione non ci sarà via di scampo se non nelle colline vicine. Proprio in relazione ai suoi studi sembrerebbe che già diverse persone stiano prendendo delle precauzioni per prevenire il potenziale disastro ambientale da lui accuratamente calcolato. Dopo aver fatto del divertente whale-watching ed avere avvistato a breve distanza numerosi esemplari di enormi cetacei mi diressi all’aeroporto della capitale per accompagnare mia moglie; il suo viaggio era purtroppo giunto al termine. Nel salutarla gli accarezzai dolcemente il pancino e dopo un bacio d’addio gli vidi scendere una piccola lacrimuccia che mi fece stringere il cuore, ma il mio viaggio non era ancora finito, la tappa successiva prevedeva il mio arrivo ad Akureyri attraversando desolate terre ricoperte di lava. Avrei quindi visitato il lago Myvatn ricco di avifauna, tra sorgenti calde, colate di lava ed un vulcano ancora attivo prima di ritornare al porto di Seydisfjordur per imbarcarmi ed iniziare il mio viaggio di ritorno e passando questa volta per la Danimarca.
Senza il prezioso carico a bordo e percorrendo lunghi rettilinei in mezzo al nulla decisi di liberare finalmente i 167 cavalli di cui disponeva il mio adorato Bucefalo quando scorsi all’orizzonte un autoveicolo bianco che poteva somigliare ad un mezzo della Polizia locale. Sapevo che tutte le auto della Polizia islandese avevano un impianto di rilevazione della velocità con puntatore che funzionava anche in movimento, pertanto, prontamente girai la manopola dell’acceleratore in senso inverso per rientrare nel limiti massimi previsti in quel tratto stradale. Purtroppo, con mia sorpresa, sopraggiunta l’auto della Polizia, il suo conducente accese le sirene lampeggianti ed dal finestrino mi fece cenno di fermarmi al bordo della strada. In quei momenti maledico sempre di non avere al seguito una tranquilla moto da passeggio che mi avrebbe sicuramente fatto lasciare a casa i miei stupidi pruriti sportivi ma oramai il dado era tratto: lasciai come richiesto le chiavi sul quadro e salii nel sedile posteriore dell’auto. Il poliziotto mi guardò con disappunto e con voce stentorea mi ammonì duramente per aver condotto il mezzo a 180 Km/h quando il limite massimo consentito era di 80 Km/h. Memore di aver vissuto una situazione analoga in Norvegia stavo già fantasticando sulle condizioni degli alloggi di detenzione islandese quando il poliziotto mi fece vedere il puntatore in cui compariva la scritta 118 Km/h. Per una volta ero felice che con il mio inglese maccheronico non avevo capito esattamente il quantum della violazione accertata dal policeman e in quel momento mi resi conto che la “galera” in quella occasione se non altro l’avrei evitata. Il mio inevitabile sorriso comparso per il mio piacevole fraintendimento si spense però in pochi attimi quando accertai che la multa che avrei dovuto pagare nell’immediato ammontava a 37.500 corone islandesi pari all’epoca a circa 500 ricchi euro. Alla mia gentile richiesta di ricevere la multa a casa per posta mi venne risposto prontamente che in alternativa al mancato pagamento immediato erano previsti due giorni di detenzione.

Letteralmente spennato dalla Polizia islandese arrivai quindi nella seconda città più grande del paese, Akureyri. La città ha una popolazione di circa diciassettemila abitanti ma in quel periodo non riuscii a trovare una camera d’albergo o un bed & breakfast nemmeno a pagarlo oro. Strano a dirsi ma dopo ore ed ore di strenua ricerca si stava avvicinando la notte (anche se a quelle latitudini si fa per dire) e nonostante gli sforzi compiuti inutilmente dal centro turistico locale iniziai a prendere confidenza con una fredda panchina preparandomi psicologicamente già al peggio quando…il colpo di genio!
Inforcai il mio fedele destriero e mi diressi alla stazione di Polizia della città. Entrai, tirai fuori dalla tasca la multa che avevo appena pagato e mi rivolsi al piantone di turno chiedendogli: potrebbe cortesemente restituirmi i soldi da me versati ad un suo collega ed accompagnarmi in una calda cella per trascorrere i due giorni di detenzione alternativamente previsti? Non vi dico lo sgomento del poliziotto dopo aver sentito la mia strana richiesta e che mi fece ripetere più volte pensando erroneamente di non averla compresa. Ridendo mi fece ovviamente capire che la cosa non era fattibile, quindi, chiamò nel retro altri colleghi ai quali spiegai la mia difficile situazione. Dopo avere fatto diverse telefonate ed essersi resi conto che non mentivo uno di loro indossò la giacca e mi chiese di seguirlo con la moto. Mi stava accompagnando con la sua auto a casa sua per ospitarmi gratuitamente. Conobbi quindi tutta la sua simpatica famiglia ed in breve tempo si creò un bel rapporto di amicizia che mi portò a rimanere presso di lui per qualche altro giorno. Una bellissima esperienza che ricordo ancora con molto piacere probabilmente nata come conseguenza inaspettata, guarda caso, di una odiosa multa. È proprio vero che, come recitava un antico detto, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi!
L'autore
-
Francesco Loreti, nato a Perugia il 25.06.1968, si è laureato in Giurisprudenza nel 1992. Ufficiale dell’esercito italiano nel 1994 con la qualifica di istruttore degli allievi ufficiali di complemento della Scuola di Fanteria di Cesano di Roma, è stato comandante di plotone e vice comandante di compagnia; nel 1995 ha ricoperto il ruolo di ufficiale del reparto corsi nella medesima Scuola ed è stato insegnante delle materie militari NBC e LCB per gli allievi ufficiali di complemento e per i soldati facenti parte del contingente italiano nelle guerre di Bosnia e Somalia. Conseguito il titolo di Avvocato nel 1996 ed iscritto all’albo degli avvocati del foro di Perugia nel 1997, è Patrocinante in Cassazione dal 2009. Nel 2015 gli è stato conferito un riconoscimento ufficiale della BMW Motorrad in Germania, dal Presidente Stephan Schaller, per aver percorso 300.000 chilometri con un quattro cilindri fronte marcia della casa bavarese; collabora da diversi anni con le riviste motociclistiche INMOTO ed AboutBMW, ha pubblicato tre libri ed ha realizzato due docufilm, "Omo Nero e Bucefalo in Kurdistan Iracheno" nel 2023 e "La Via per Tawam" nel 2025.
Ultimi articoli
In primo piano11 Luglio 2026La mia Islanda
In primo piano8 Luglio 2026Il mio Kazakistan
In primo piano20 Giugno 2026La mia Libia
In primo piano14 Maggio 2026La mia Scozia
