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Il tragico come esperienza contemporanea: Afsaneh Mahian e The Shadows

La regista iraniana Afsaneh Mahian appartiene a quella schiera di artisti che considerano la tragedia greca antica non come un patrimonio culturale da riprodurre, bensì come un modo vivo di comprendere l’esperienza umana. Partendo dal teatro-documento, dalla raccolta di testimonianze orali e da una scrittura scenica di carattere poetico, il suo lavoro esplora il rapporto tra memoria individuale e storia collettiva.

In The Shadows, spettacolo basato su testimonianze reali e su un’approfondita ricerca documentaria, la tragedia non costituisce l’oggetto di un adattamento né un semplice pretesto per una trasposizione contemporanea dei miti antichi. Essa funziona piuttosto come una chiave interpretativa attraverso la quale le esperienze della perdita, dell’esilio, della violenza e della responsabilità morale assumono una dimensione universale. L’interesse di Mahian non è rivolto alla rievocazione del mondo antico, bensì alla ricerca di quelle condizioni umane che continuano a rendere il pensiero tragico necessario.

Da decenni i tragediografi greci ritornano costantemente sulle scene, talvolta attraverso nuove interpretazioni dei testi classici, talvolta come punto di partenza per creazioni originali che dialogano con le crisi politiche e sociali del nostro tempo. Spesso, tuttavia, questi spettacoli finiscono per rimanere imprigionati nell’esigenza di dimostrare che la tragedia è ancora attuale. Forse, però, la domanda è fuorviante fin dall’inizio. Il valore della tragedia non dipende dalla sua attualizzazione, ma dalla sua capacità di illuminare esperienze che ritornano incessantemente assumendo forme storiche sempre diverse. Non è la tragedia che deve diventare contemporanea; contemporaneo deve essere il nostro modo di avvicinarci ad essa.

È da questa prospettiva che possiamo leggere anche The Shadows. Lo spettacolo non cerca di rintracciare le figure di Eschilo, Sofocle o Euripide nella realtà odierna, né tenta di individuare moderne Antigoni o Medee. Al contrario, considera il tragico come una costante dell’esistenza umana, che si manifesta ogni volta che l’essere umano si trova di fronte a forze più grandi della propria volontà: la guerra, lo sfollamento, la perdita, la violenza degli eventi storici, ma anche i dilemmi della responsabilità personale. In questo modo il mito antico non funziona come modello narrativo, bensì come una modalità di organizzare l’esperienza e conferirle coerenza di significato.

Basato su testimonianze reali e su un’approfondita ricerca sul campo, The Shadows utilizza il mito non come modello narrativo, ma come strumento interpretativo. Mahian non intende raccontare un’altra storia sulla guerra o sull’esperienza dei rifugiati. Ciò che le interessa è mettere in luce il modo in cui i racconti individuali si trasformano in memoria collettiva e come l’atto teatrale possa ricostruire il legame tra l’esperienza personale e la storia pubblica.

Questa scelta assume un significato particolare proprio perché proviene da un’artista che lavora a Teheran. Il suo rapporto con la tragedia greca non nasce da un’appartenenza culturale né dall’obbligo di confrontarsi con un canone teatrale occidentale. Al contrario, deriva dalla consapevolezza che i grandi conflitti tragici trascendono luoghi ed epoche. Il confronto tra coscienza individuale e potere, la prova della responsabilità, l’esperienza della morte e l’incertezza di fronte alla Storia continuano a plasmare la vita di milioni di persone. In questo senso, la tragedia greca non funziona come simbolo culturale, ma come linguaggio condiviso per comprendere la condizione umana.

Di pari importanza è l’estetica dello spettacolo. La scrittura scenica si colloca in un equilibrio tra documento e astrazione poetica, evitando sia il naturalismo più crudo sia le convenzioni del teatro-documento classico. La parola, il silenzio, il corpo, la musica e il movimento compongono un unico sistema espressivo, nel quale nessun elemento prevale sugli altri. L’obiettivo della rappresentazione non è riprodurre la realtà, ma creare uno spazio scenico nel quale l’esperienza si trasformi in memoria collettiva.

The Shadows prende le distanze tanto dall’estetizzazione del dolore quanto dalla semplice registrazione dei fatti storici. Lo spettacolo non mette in scena la violenza in modo diretto. La distanza creata dall’elaborazione poetica non indebolisce la testimonianza; al contrario, le consente di acquisire un significato più ampio, trasformando la vicenda individuale in un’esperienza che riguarda l’intera comunità.

La storia stessa della creazione di The Shadows rende ancora più evidente questa scelta artistica. Le prove dello spettacolo coincisero con un periodo di profonde tensioni sociali e politiche in Iran, circostanza che influenzò direttamente il processo creativo. Le “ombre” del titolo cessarono così di essere una semplice metafora drammaturgica per diventare un’esperienza quotidiana vissuta dagli stessi artisti coinvolti. La realtà irruppe nel processo di creazione scenica, cancellando il confine tra l’opera teatrale e il contesto storico nel quale essa prendeva forma.

Di conseguenza, The Shadows non racconta una storia già conclusa. Si costruisce mentre la Storia è ancora in divenire. È proprio questo che distingue lo spettacolo da molte riletture contemporanee della tragedia antica. Non mira a rinnovare i miti né a proporne un’ennesima interpretazione attualizzante. Piuttosto, mostra come il concetto di tragico possa costituire uno strumento di comprensione di una realtà che resiste alle spiegazioni semplicistiche. L’attenzione si sposta così dalla trama delle opere antiche alla struttura stessa del tragico: al confronto dell’essere umano con forze che superano la sua volontà e lo costringono a ridefinire la propria posizione nei confronti della Storia, della comunità e di sé stesso.

Forse è proprio qui che risiede la proposta più significativa di The Shadows. Lo spettacolo ricorda che il tragico non coincide né con l’infelicità né con la catastrofe. Esso emerge quando l’essere umano è chiamato ad agire in condizioni nelle quali nessuna scelta è pienamente giusta e nessuna decisione è priva di conseguenze. Si tratta di un’esperienza che non appartiene esclusivamente al mondo antico, ma riaffiora ogni volta che la realtà storica pone l’individuo di fronte ai limiti della propria libertà, della propria responsabilità e della propria capacità di comprendere ciò che accade intorno a lui.

Lo spettacolo di Mahian non rappresenta semplicemente un interessante incontro tra il teatro contemporaneo e la tragedia greca. Esso propone un modo diverso di intendere la funzione stessa del teatro. La scena si trasforma in uno spazio in cui l’esperienza estetica non allontana lo spettatore dalla realtà, ma lo pone di fronte ai suoi aspetti più difficili e problematici.

Lo spettacolo non ritorna alla tragedia greca antica per confermarne il valore universale né per dimostrare l’attualità dei miti classici. Al contrario, mostra come il pensiero tragico continui a costituire uno strumento essenziale per comprendere il presente. In un mondo ancora segnato da guerre, migrazioni forzate, conflitti politici e profonde fratture sociali, il tragico non rappresenta un residuo letterario di un’epoca remota, bensì una forma di conoscenza che permette di accostarsi alla complessità dell’esperienza umana senza ridurla a spiegazioni semplicistiche.

Il contributo di Afsaneh Mahian al teatro risiede precisamente in questo spostamento di prospettiva. La regista non utilizza la tragedia come modello estetico né come simbolo culturale. La trasforma invece in uno strumento di interpretazione della storia contemporanea, consentendo alle testimonianze individuali di acquisire una dimensione universale senza perdere la loro verità particolare. The Shadows non ci invita a riconoscere gli antichi eroi nel mondo di oggi; ci invita piuttosto a riconoscere che i dilemmi morali, la responsabilità nei confronti dell’altro e il conflitto tra la volontà umana e le forze della Storia continuano a costituire il nucleo dell’esperienza tragica.

Così, la domanda iniziale si capovolge. Non ci si chiede più se la tragedia antica continui a parlarci, ma piuttosto se siamo ancora in grado di comprendere il mondo senza la prospettiva che essa offre sul destino umano. The Shadows propone una risposta convincente: finché la storia dell’umanità continuerà a generare esperienze che mettono in crisi le nostre certezze, la tragedia resterà non soltanto presente sulla scena, ma anche indispensabile come strumento di riflessione e di comprensione critica del nostro mondo.

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L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.