Il prossimo 20 maggio vedrà come protagonista la presentazione del volume “Le gabelle delle some grosse a Perugia fra Tre e Quattrocento”. I suoi autori, Emanuela Monini (emanuela.monini@uniroma1.it) e Giulio Vaccaro (giulio.vaccaro@unipg.it), ci accompagnano in questa intervista nel dietro le quinte del loro lavoro, tra manoscritti inediti, curiosità e storia per restituire voce alla città di Perugia del tardo Medioevo.
La prima domanda riguarda la genesi della ricerca: come è nato l’interesse per le gabelle delle some grosse perugine? Inoltre, come siete giunti alla conclusione che tali documenti potessero costituire una fonte di rilievo non solo storica, ma anche linguistica?
“Siamo partiti con questa ricerca – comincia Giulio Vaccaro – perché stavamo lavorando al progetto CorTIM – Corpus Testuale Informatizzato dell’Italia Mediana, che raccoglie testi prodotti nell’Italia mediana dalle origini fino al Seicento. Proprio durante questo lavoro ci siamo accorti che esistevano edizioni ottocentesche di alcuni documenti in volgare perugino (di Ariodante Fabretti e Adamo Rossi), ma questi documenti non erano più stati considerati ed erano di fatto spariti dall’orizzonte degli studi. Siamo partiti da queste edizioni per controllare se anche gli originali fossero effettivamente scomparsi: per esempio, il primo documento che abbiamo del perugino risale al 1326, ma è poi scomparso e ne abbiamo solo la sua edizione, pubblicata un centinaio di anni fa. Siamo andati in archivio e abbiamo scoperto che non solo esistevano ancora i documenti già pubblicati ma che, in realtà, i testi in volgare perugino entro il Trecento sono tantissimi”.
“All’interno del fondo delle Comunanze – continua Emanuela Monini – si trovano anche le imposte dirette, proprio come la Gabella Grossa. La particolarità di quest’ultima è che si tratta di una lista di merci che, soprattutto a livello onomasiologico, dà un apporto non indifferente alle nostre conoscenze del lessico materiale della lingua dell’epoca. Ci offre, infatti, tutta quella parte di terminologia che non è presente nei testi letterari. Si consideri che nel Corpus OVI ci sono ben 56 testi di area perugina e più del 70% sono di carattere narrativo. I testi di carattere pratico non sono dunque molti: messi da parte gli Statuti del 1342, che sono molto lunghi, gli altri sono, tendenzialmente, molto brevi. Quindi, i testi pratici che ci restituiscono una lingua di un certo tipo, non letteraria, sono estremamente preziosi e le gabelle svolgono proprio questo ruolo”.
In parte avete già risposto, ma è capitato di imbattervi in termini che, prima della vostra ricerca, risultavano privi di attestazioni o che magari presentavano attestazioni tarde, con significati non molto pertinenti al contesto delle gabelle. Se sì, come avete affrontato il problema della definizione etimologica di questi lemmi?
“Sì, – risponde Emanuela Monini – è capitato di trovarci di fronte a vari casi del genere. Possiamo riportare qualche esempio, come afaldellato, che con questo significato è attestato solamente nella Gabella Grossa. Sicuramente avremo attestazioni più tarde, ma dal Tesoro della Lingua Italiana delle Origini risulta per afaldellato solamente un’attestazione con un altro significato, ovvero “ricoperto con uno strato sottile”, presente nel Corbaccio di Boccaccio. Invece, per un termine come giogliaie, che non presenta attestazioni in antico (o comunque non si trovano nel Corpus OVI e nel TLIO), riuscire a comprenderne il significato non è stato semplice. Infatti, si consideri che, se in gabelle come quelle dei comuni di Siena e Firenze le merci in entrata e uscita sono raggruppate per categorie, come stoffe o carni, quelle di Perugia si presentano semplicemente in ordine alfabetico. Quindi non comprendiamo nell’immediato a quale sfera appartengano i termini. Tornando all’esempio di giogliaie, ci ha aiutati il fatto che all’entrata era riportato come giogliaie e creveglie, quest’ultimo termine indica un setaccio, mentre giogliaie non è attestato in questa forma in antico, ma è attestato come gioglio che è il loglio. Dunque, idealmente, abbiamo pensato che potesse essere un setaccio per distinguere il loglio”.
“Un altro caso – evidenzia Giulio Vaccaro – piuttosto interessante è quello di fiescola, ovvero la gabbia fatta per pressare le olive prima della spremitura: in realtà è una parola che sappiamo essere diffusa solo nell’area centro–settentrionale dell’Umbria. È una parola che troviamo attestata, di là dal caso delle Gabelle, solo in alcuni glossari del Lago Trasimeno. Si tratta quindi di un termine che si è continuato in epoca moderna nelle zone del Lago e in qualche modo ci restituisce un’idea di continuità nel fondo del lessico”.
Parlando di continuità, visto che avete preso in analisi dei documenti tra Tre e Quattrocento, è possibile trovare un cambiamento linguistico del perugino entro questi limiti temporali? Si possono trovare espressioni e termini che segnalano una possibile influenza di altri dialetti della zona mediana?
“Per quello che abbiamo visto – risponde Giulio Vaccaro –, con l’eccezione di sparuti casi in cui si possono trovare esiti particolari, il volgare è in continuità e non c’è una differenza sostanziale tra la prima gabella del 1379 e l’ultima del 1416. In realtà la differenza non c’è neanche rispetto alla lingua degli Statuti del 1342, quindi il perugino sembra stabile. Si consideri però che conosciamo pochissimo di come questa lingua evolva nella sua storia, anche se è abbastanza attestata. Per quello che possiamo dedurre, il vero punto di svolta e di cambiamento linguistico avviene nel Cinquecento, quando a Perugia cominciano ad arrivare una serie di spinte più forti dalla Romagna o dalle Marche”.
“Anche perché il lessico si mantiene in maniera incredibile – interviene Emanuela Monini –. Ovviamente iniziano a esserci casi sporadici, non sistematici, di toscanizzazione incipiente che dipendono dallo scrivente o dalla grafia: infatti le gabelle, è abbastanza chiaro, erano copiate l’una dall’altra e gli scriventi erano tutti perugini”.
In che modo questo studio cambia la nostra comprensione dell’antica città di Perugia e della sua lingua?
“Uno degli aspetti principali della nostra ricerca – inizia Giulio Vaccaro – è comprendere come si parlasse quotidianamente nella Perugia dell’epoca. Abbiamo canzonieri molto ricchi della zona perugina ma, come detto in precedenza, dei nomi delle merci vendute al mercato non sapevamo nulla. Inoltre, questi testi ci aiutano a comprendere il ruolo della città, poiché permettono di vedere i rapporti commerciali che andavano a stabilirsi con aree lontane, per esempio, con Inghilterra, Francia, Spagna, Provenza e l’Oriente. In aggiunta vediamo quale fosse all’epoca, a circa 70 anni dalla fondazione dello Studium, l’importanza che Perugia dava già all’istituzione universitaria”.
“Infatti a Perugia sia gli studenti che i professori – sottolinea Emanuela Monini – erano esentati dal pagamento delle tasse sui pannamenti e sui libri; questo vuol dire che il Comune attuava una detassazione per favorire l’afflusso di fuori sede”.
“Vediamo anche come – prosegue Giulio Vaccaro – siano tre i libri principali esentati: la Bibbia; il ‘libro di Dante’ (che compare solo nella gabella del 1379 e poi sparisce) e, dal 1391 in poi, i soli libri di Bartolo da Sassoferrato: testi di diritto che ci dicono quanto la materia ‘andasse forte’ in città”.
“Si parla anche di libri di medicina – aggiunge Emanuela Monini –, tranne che nella gabella del 1379. Su questo ci sono anche le esenzioni dei rapporti che Perugia teneva con altri comuni o col contado: per esempio i cittadini di Cannara sono esentati dal pagamento della gabella su alcune spezie, mentre i cittadini di Siena sono esentati tout court. Nelle gabelle dal 1379 al 1416 si sottolinea che tutti i cittadini di Siena devono essere trattati come quelli di Perugia per il mantenimento della fratellanza e viceversa”.
“Questo è importante – conclude Giulio Vaccaro – perché ci si trova in un’epoca in cui sia Siena che Perugia sentono minacciata la loro indipendenza. Perugia la perderà nel 1424 con la morte di Braccio Fortebraccio; Siena durerà fino al 1555”.
Trattandosi di documenti medievali serve competenza paleografica. Siete stati aiutati da altri archivisti o avete svolto il lavoro in due? Ci sono state condizioni particolari di conservazione che hanno reso difficili le trascrizioni?
“Il lavoro è stato fatto in due: – risponde Emanuela Monini – per la trascrizione abbiamo deciso che, siccome il testo è ripetitivo, io mi sarei occupata della prima stesura e Giulio Vaccaro della rilettura del manoscritto e del controllo, per non cadere in errori di memoria. In alcuni casi le carte erano rovinate ma ancora leggibili, ma quando non lo erano, abbiamo scelto di lasciare lo spazio bianco o, se tutte le altre gabelle riportavano la stessa forma linguistica, di integrare con questa solo se i documenti erano indubbiamente concordi”.
“Poi ci siamo trovati di fronte a casi in cui non siamo venuti a capo della soluzione. – spiega Giulio Vaccaro –. Per esempio, siamo incorsi in questa lana d’Inghilterra alla quale seguono due parole incomprensibili che precedono l’espressione San Matteio. Abbiamo trovato nelle varie gabelle tutte le soluzioni creative che un copista avrebbe potuto adottare di fronte a una parola che evidentemente non capiva, ma senza risultati”.
Quanto tempo è passato dalla visione del primo documento alla pubblicazione del libro?
“In realtà non troppo tempo: – rispondono entrambi – lo spoglio è iniziato nel 2024. Siamo partiti da una strada che poi si è rivelata sbagliata, come spesso accade nella ricerca, ma ci siamo confrontati con le prime gabelle intorno a febbraio del 2025. Il lavoro è durato quindi un anno e mezzo circa, ma abbiamo dovuto fare un percorso di selezione all’interno del materiale, altrimenti i testi sarebbero stati oltre 300”.
Una curiosità: c’è stata una merce particolare che vi ha stupito di trovare?
“Vedere e toccare con mano quanto effettivamente arrivasse lontano il commercio di Perugia è stupefacente – risponde Emanuela Monini –. Se dovessi pensare a una merce che mi ha stupito molto, direi il dente d’alifante”.
“Quello che mi colpisce – conclude Giulio Vaccaro – è quanto si arrivi a specificare sui nomi delle stoffe. C’è un nome per tutto: per la seta, per lo scarto della filatura, per lo scarto del cotone, il lino filato o non filato. I tessuti erano la merce che più necessitava di essere normata, il che segnala un forte interesse verso l’attività che li coinvolgeva”.
Questo volume ha un’indubbia valenza accademica. Tuttavia, uscendo dai confini della ricerca specialistica, cosa può imparare un cittadino perugino dalla lettura di questo testo?
“Si è cercato in modo programmatico – rispondono entrambi – di ridurre al minimo l’apparato di note e commenti, rimandando ad altre sedi le analisi specifiche che avrebbero appesantito il volume. Nell’introduzione vi sono comunque alcune note linguistiche e lessicali per quanto riguarda i termini più interessanti, ma abbiamo anche voluto costruire un percorso per accompagnare il lettore negli snodi fondamentali dei documenti, che, se lasciati a loro stessi, verrebbero percepiti semplicemente come manoscritti di natura economica. ‘Il sugo della storia’, come direbbe Manzoni, è che tutto questo massiccio apparato fiscale sia stato creato per garantirsi uno spazio d’autonomia: una caratteristica che rimane nella storia di Perugia fino alla Rocca Paolina, all’entrata dei bersaglieri, e, di fatto, fino all’Unità. Il nostro obiettivo è stato proprio quello di creare un testo fruibile anche a un lettore non tecnico, accompagnandolo nella riscoperta della vita della sua città”.
maddalena.passeri@studenti.unipg.it
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Il volume sarà presentato mercoledì 20 maggio alle ore 16,30 nella Sala delle Adunanze del Dipartimento di Lettere dell’Università degli Studi di Perugia (piazza Morlacchi 11) da Paolo D’Achille (Presidente dell’Accademia della Crusca) e Gaetano Sabatini (Direttore dell’Istituto Storico Italiano per l’Età Moderna e Contemporanea).
Sarà possibile seguire la presentazione al seguente link
L'autore
- Maddalena Passeri è nata ad Assisi il 16 ottobre 2002. Ha conseguito il diploma presso il Liceo Linguistico “Sesto Properzio” di Assisi ed è attualmente iscritta al corso di laurea in Lettere Moderne presso il Dipartimento di Lettere, Lingue, Letterature e Civiltà antiche e moderne dell’Università degli Studi di Perugia.


