Mai come in questi ultimi tempi si è discusso, e si discute, di Alessandro Manzoni, e, soprattutto, del permanere dell’obbligo di leggere il suo romanzo nelle aule scolastiche d’Italia. Umberto Eco, che in molti, tra professori, intellettuali, giornalisti e critici, citano (anche a sproposito, talvolta, senza averlo manco letto, ma per puro rimbalzo citazionistico), a sostegno della sempiterna validità de I promessi sposi, nei primissimi anni Sessanta del secolo scorso, diede alle stampe una raccolta di scritti brevi, pubblicati con il titolo Diario minimo (Mondadori 1963), tra i quali, nella sezione intitolata «Dolenti declinare», fingendosi consulente editoriale, per la pubblicazione di classici (Omero, Dante, Tasso, Diderot, Manzoni, Proust, e altri), così scriveva sulla inattualità de I promessi sposi:
« […] il Manzoni anzitutto ambienta il suo romanzo nel Seicento, secolo che notoriamente non vende. In secondo luogo tenta una operazione linguistica discutibilissima, elaborando una sorta di milanese-fiorentino che non è né carne né pesce e che non consiglierei certo ai giovani come modello di composizioni scolastiche. Ma queste sono ancora pecche minori. Il fatto è che il nostro autore imbastisce una storia apparentemente popolare, a livello stilisticamente e narrativamente “basso”, di due fidanzati poveri che non riescono a sposarsi per le mene di non so qual signorotto locale, alla fine si sposano e tutti sono contenti. Un po’ poco per le seicento pagine che il lettore dovrebbe ingollarsi. In più, con l’aria di fare un discorso moralistico e untuoso sulla Provvidenza, il Manzoni ci somministra a ogni piè sospinto manate di pessimismo (giansenistico, siamo onesti) e in fin dei conti propone melanconiche riflessioni sulla debolezza umana e sui vizi nazionali a un pubblico che è invece avido di storie eroiche, di ardori mazziniani, magari di entusiasmi cavurriani, ma non certo di sofismi sul “popolo di schiavi” che lascerei piuttosto al signor Lamartine. Il vezzo intellettuale di problematizzare a ogni piè sospinto non fa certo vendere i libri, ed è piuttosto una fumisteria di marca oltremontana che non una virtù latina […]. Ho letto questo Promessi sposi con non poca fatica. Basti aprire la prima pagina e vedere quanto l’autore ci mette a entrare nel vivo delle cose, con una descrizione paesaggistica dalla sintassi irta e labirintica, tale che non si riesce a capire di che parli mentre sarebbe stato tanto più spiccio dire, che so, “una mattina, dalle parti di Lecco…”. Ma tant’è, non tutti hanno il dono di raccontare, e meno ancora hanno quello di scrivere in buon italiano. D’altra parte, non è che il libro sia privo di qualità. Ma si sappia che si farà fatica a esaurire la prima edizione».
Le ultime due affermazioni, di questo scritto “parodico” di Umberto Eco (datato 1972, come tutta la sezione «Dolenti declinare»), e cioè: 1) l’incapacità di Manzoni a «raccontare»; 2) la scarsa vendibilità di un romanzo come i Promessi sposi, rinviano, rispettivamente, in un caso, all’analogo giudizio espresso (e motivato) da Alberto Moravia, che, in sede di Introduzione alla pubblicazione del romanzo di Manzoni, per la casa editrice Einaudi (1960, collana «I Millenni»), scrisse, appunto, che Manzoni fosse da considerare come scrittore, nient’affatto narratore. La seconda affermazione di Eco, invece, intorno alla scarsa vendibilità del romanzo manzoniano (se non adeguatamente favorito dall’obbligo ministeriale di lettura nelle scuole, e, quindi, di acquisto, da parte delle famiglie), rinvia allo scarso successo editoriale cui effettivamente andò incontro l’edizione del 1840-1842 de I promessi sposi (edizione definitiva del romanzo, con le illustrazioni di Francesco Gonin, che Manzoni auto-produsse, ritenendo di fare un grosso affare, impegnando quattrini di famiglia), e che si rivelò, invece, un fallimento vero e proprio, un clamoroso flop editoriale, con scarsissime vendite, e con copie pirata uscite immediatamente, che non pochi guai economici provocarono al traballante bilancio di Manzoni (una lettera di due suoi cugini, indirizzata a Giulia Beccaria, madre di Alessandro e loro zia diretta, intimava / suggeriva di non ripianare i debiti contratti dal figlio, per la stampa illustrata del romanzo, con sostanze della famiglia Beccaria, piuttosto, scrivevano con lucido cinismo i due cugini Beccaria, che Alessandro ricorresse a un prestito bancario, per tirare avanti).
Il Diario minimo di Umberto Eco uscì, come ho già scritto, nel 1963, presso la casa editrice Mondadori. In quegli stessi anni, uno scrittore “manzoniano” come Leonardo Sciascia, nel 1966, pubblicava da Einaudi il romanzo A ciascuno il suo, nel quale metteva in bocca a un personaggio della vicenda, un prete, un severo giudizio sui Promessi sposi, che, a dispetto di tutte le intenzioni dell’autore, e di quanto ancora strombazzasse la critica cattolica, quel romanzo, proprio sul terreno suo proprio del sentimento e dell’amore, non avesse più nulla da dire e da dare a un lettore contemporaneo. Ed era il 1966, cioè, ben sessant’anni fa. Figuriamo, dunque, oggi. È tempo, allora, e per davvero, di «dimenticare Manzoni».
Molti anni dopo, in una celeberrima «Bustina di Minerva», apparsa su «l’Espresso» il 24 febbraio 1985, quindi vent’anni dopo, Eco avrebbe cambiato idea sul conto del romanzo manzoniano, scrivendo che l’incipit de I promessi sposi rappresenterebbe una grandiosa scena cinematografica, una “panoramica” che dall’insieme del paesaggio aperto del lago di Lecco, porterebbe, via via, l’attenzione del lettore (spettatore) su un punto particolare, esattamente lì dove comincia l’azione della storia (la stradina percorsa quel mattino da don Abbondio). In quella celeberrima bustina, inoltre, Umberto Eco invitava a leggere il romanzo di Manzoni piuttosto che a scuola (con tutte le costrizioni didattiche che, paradossalmente, finiscono per svilirlo e ucciderlo), come lettura «clandestina»:
«[…] È chiaro, qui Manzoni sta facendo del cinema… Cerchiamo di immaginare che Manzoni avesse a disposizione grandi mezzi e dovesse scrivere la sceneggiatura per una storia che inizia a volo di elicottero. Naturalmente un elicottero con una telecamera a bordo. E rileggiamo questa pagina tenendo sotto gli occhi una carta geografica. Provate a farlo a scuola, i ragazzi si divertiranno. Manzoni ha deciso che la sua descrizione dell’ambiente deve procedere anzitutto per un movimento che un tecnico cinematografico chiamerebbe di «zoom», è come se la ripresa fosse fatta da un aereo: cioè la descrizione parte come fatta dagli occhi di Dio, non dagli occhi degli abitanti. Questa prima opposizione «alto verso basso», oppure questo primo movimento continuo dall’alto al basso, individua prima il lago e il suo ramo, poi scende lentamente a guardare il ponte e le rive. La decisione geografica è rinforzata dalla decisione di procedere da Nord verso Sud, seguendo appunto il corso di generazione del fiume. In conseguenza il movimento descrittivo parte dall’ampio verso lo stretto, dal largo al fiume, ai torrenti, dai monti ai pendii e poi ai valloncelli, sino all’arredamento minimo delle strade e dei viottoli, ghiaia e ciottoli. La visione geografica, man mano che procede dall’alto verso il basso, diventa visione topografica e include potenzialmente gli osservatori umani. Non appena questo avviene, la pagina compie un altro movimento, questa volta non di discesa dall’alto geografico al basso topografico, ma dalla profondità alla lateralità: sino ad arrivare a dimensioni umane, dove la carta si annulla nel paesaggio concreto. A questo punto l’ottica si ribalta, i monti vengono visti di profilo, come se finalmente li guardasse un essere umano a piedi […]. A quel punto anche i pendii e i viottoli, visti prima dall’alto, sono descritti come se fossero “camminati”, con suggestioni non solo visive, ora, ma anche tattili. Solo a quel punto il visitatore, che cammina, arriva a Lecco. E qui Manzoni compie un’altra scelta: dalla geografia passa alla storia e quindi narra la storia del luogo che ha appena descritto geograficamente. Siamo, grosso modo, alla fine della prima pagina […]. Leggetelo e rileggetelo, ragazzi, sotto il banco, mentre il professore parla d’altro. Vi invito a una lettura clandestina di Manzoni, come se fosse un libro proibito. Forse lo amerete».
La stagione (fertile e giovanile) dell’avanguardia irriverente e iconoclasta del «Gruppo ’63», con Umberto Eco protagonista di primissimo rango, durante la quale era nato il Diario minimo, all’altezza del 1985, si era (definitivamente) chiusa, con esiti contraddittori e problematici, nella cultura italiana (sia in quella accademica, che in quella disorganica e critica), ma Eco, che aveva già pubblicato, nel settembre del 1980, quel (sorprendente) capolavoro mondiale che è stato Il nome della rosa, in sede di suggerimento di lettura, rivolgendosi essenzialmente agli studenti, conservava il suo vivacissimo occhio sperimentale, e, parlando all’intero corpo della scuola italiana (docenti, studenti e famiglie), indicava un approccio di lettura al classico manzoniano con un pizzico di sale, cioè, con quella giusta dose di irriverenza, e di apertura al «pop» contemporaneo, che consentono, nelle aule scolastiche, di non rischiare di perder tutto, acqua sporca e bambino.
L'autore

- Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.
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