lI volume Ricercari di Benedetto Romani, curato da Maurizio Paparozzi, si presenta fin dalle prime pagine come un’opera liminale, sospesa tra documento e testimonianza, tra lascito privato e forma pubblica. Non si tratta, infatti, di una semplice raccolta poetica, ma di ciò che potremmo definire un residuo intenzionale: ciò che resta dopo un lungo processo di sottrazione, materiale e spirituale.
L’apparato introduttivo, in particolare le Ragioni di un’edizione, costruisce un dispositivo narrativo che già orienta la lettura: la consegna postuma dei testi, il contesto monastico dell’Athos, il silenzio dell’autore e il dubbio stesso sulla liceità della pubblicazione. La poesia nasce qui non come progetto, ma come ciò che sopravvive a una volontà di cancellazione.
Una poesia dell’essenziale
I testi di Romani si articolano in forme brevi, spesso epigrammatiche, accanto a composizioni più distese. La loro cifra comune è una tensione verso l’essenzialità, che non è mai minimalismo formale, ma piuttosto esito di un processo di rarefazione. La lingua è sorvegliata, densa di echi classici e biblici, ma mai esibita. L’immagine emerge come epifania trattenuta:
«Senza immagine, è immota la Presenza.»
Qui la parola poetica non costruisce un mondo, ma lo lascia affiorare. Non descrive: custodisce. In questo senso, la scrittura di Romani sembra collocarsi fuori dalla koiné della poesia contemporanea, come osserva lo stesso curatore, sia per temi sia per forme. Essa rifiuta tanto il lirismo immediato quanto l’intellettualismo autoreferenziale, per situarsi in una zona di tensione tra esperienza mistica e disciplina linguistica.
Biografia e forma: una coincidenza profonda
La figura di Benedetto Romani, filologo, studioso di tradizioni religiose, infine ritiratosi in una forma di vita quasi monastica, non costituisce semplicemente il contesto della scrittura, ma ne rappresenta la matrice formale. Il distacco progressivo dalla cultura, dalla musica, dalla filosofia stessa, fino alla riduzione dell’esistenza all’essenziale, trova un corrispettivo nella scrittura: una poesia che non accumula, ma scarta; che non afferma, ma lascia essere. In tal senso, il gesto radicale dell’autore, la volontà di distruggere i propri testi, non è un elemento marginale, ma il vero orizzonte entro cui leggere l’opera. La poesia è ciò che resta nonostante il desiderio di annullamento.
Il titolo: “Ricercari” come forma e come destino
Il titolo Ricercari è particolarmente denso e merita una riflessione specifica. Da un lato, esso rimanda esplicitamente alla forma musicale rinascimentale del ricercare, caratterizzata da un andamento esplorativo, contrappuntistico, privo di una linearità narrativa forte. Non a caso, il curatore richiama i “lontani amori musicali” dell’autore e sottolinea come le poesie costituiscano una “ricerca” sui generis. Dall’altro lato, il titolo non è autoriale: Romani non aveva previsto né organizzato un “libro”. La scelta di Paparozzi assume dunque un valore interpretativo. Ricercari non designa un genere, ma un movimento: il movimento stesso della scrittura come ricerca.
Possiamo allora leggere il titolo su almeno tre livelli. Ricerca formale: testi che procedono per variazioni, ritorni, modulazioni, come in una struttura musicale. Ricerca spirituale: il percorso interiore dell’autore, orientato verso una “Presenza” che si sottrae alla rappresentazione. Ricerca negativa: una scrittura che avanza per sottrazione, fino al limite del silenzio.
In questo senso, il titolo è perfettamente coerente con la natura dell’opera: non un libro compiuto, ma una serie di tentativi, di avvicinamenti, di approssimazioni.
Una poesia oltre la letteratura
Ricercari è un libro che sfida le categorie consuete della critica. Non si offre come oggetto estetico autosufficiente, ma come traccia di un’esperienza che eccede la letteratura stessa.
La sua forza risiede proprio in questa eccedenza: nella capacità di mantenere aperta la distanza tra parola e senso, tra visibile e invisibile. Non si tratta di una poesia che chiede di essere interpretata, ma di una poesia che chiede di essere abitata. In un panorama spesso dominato dalla proliferazione discorsiva, la voce di Romani si distingue come una pratica del silenzio: una scrittura che non aggiunge al mondo, ma lo rende nuovamente percepibile.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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