Può la memoria funzionare come la pareidolia? Può riconoscere volti umani là dove la Storia ha cercato di cancellarli?
È con questo interrogativo che mi sono avvicinato al saggio dello scrittore e studioso della memoria Matteo Corradini, il quale, in seguito alla Biennale Teatro di Venezia del 2024, ha proposto il concetto di «Pareidolia della Memoria». Riprendendo un termine della psicologia – la tendenza della mente umana a riconoscere forme familiari all’interno di immagini indistinte – Corradini suggerisce che un analogo processo operi anche nella memoria collettiva. La memoria continua a cercare il volto umano proprio nei luoghi in cui la violenza ha tentato di cancellarlo. Non si tratta soltanto di una suggestiva metafora poetica, ma di una chiave interpretativa per leggere il passato e, al tempo stesso, di un prezioso strumento teorico per comprendere il teatro di Milo Rau.
Con questa prospettiva ho assistito a Medea’s Children, portando ancora viva l’esperienza di Antigone in the Amazon, visto a Gand nel 2023. Pur essendo due spettacoli profondamente diversi, mi sono apparsi come due tappe di un medesimo percorso artistico e politico. Rau non torna alla tragedia antica per dimostrarne la presunta universalità; la assume piuttosto come un dispositivo critico capace di interrogare il presente, laddove la realtà si fa così estrema da richiedere ancora il linguaggio del mito.
In Antigone in the Amazon il testo sofocleo entra in dialogo con la lotta delle popolazioni indigene e del Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST) contro la deforestazione e la violenza del potere. In Medea’s Children, invece, Euripide incontra un tragico fatto di cronaca che sconvolse il Belgio nel 2007: l’uccisione di cinque bambini da parte della loro madre. In entrambi i casi il mito non viene semplicemente rappresentato, ma riattivato come strumento capace di illuminare le fratture etiche e politiche del nostro tempo.
La poetica di Rau conserva una straordinaria coerenza. Documento, testimonianza, immagine cinematografica e azione teatrale confluiscono in un linguaggio scenico che rifiuta ogni netta separazione tra finzione e realtà. Non assistiamo a una nuova riscrittura contemporanea della tragedia; assistiamo piuttosto alla tragedia che riaffiora dal presente.
In Medea’s Children questa prospettiva trova la sua espressione più radicale attraverso uno spostamento decisivo del punto di vista. Nella tragedia di Euripide i figli di Medea sono pressoché muti: esistono come oggetti dell’azione e la loro voce emerge soltanto nell’istante che precede la morte. Rau capovolge completamente questo paradigma. I bambini occupano il centro della scena; parlano della famiglia, dell’amore, della perdita, della paura, della morte e della stessa natura della tragedia.
La scelta non è casuale. Il regista ha spiegato di aver voluto affidare loro la parola proprio perché, nella tragedia greca, «non parlano mai; li si sente soltanto urlare quando vengono uccisi». Anche la critica di Theaterkrant ha sottolineato questo ribaltamento: là dove Euripide li relegava al silenzio, Rau restituisce ai figli di Medea pensiero, linguaggio e presenza scenica, trasformandoli nei veri portatori del racconto.
Qui emerge anche la profonda continuità con Antigone in the Amazon. In entrambi gli spettacoli lo sguardo si sposta sistematicamente dall’eroe tragico a coloro che il mito o la Storia hanno confinato ai margini. Nell’Antigone sono le comunità indigene e i contadini senza terra; nella Medea sono i bambini. Non cambia soltanto il luogo della tragedia: cambia il suo soggetto.
L’infanticidio realmente avvenuto in Belgio non viene utilizzato come una semplice attualizzazione della vicenda euripidea. Diventa, piuttosto, uno spazio in cui si misurano i limiti stessi della comprensione. Lo spettacolo non cerca di spiegare il delitto né di ricondurlo a una lettura psicologica della madre. Come nella tragedia antica, l’impensabile rimane irriducibile. Lo spettatore non viene accompagnato verso una rassicurante catarsi, ma invitato a sostare di fronte a ciò che continua a sottrarsi a ogni spiegazione razionale.
La critica europea ha accolto lo spettacolo con giudizi diversi ma ugualmente intensi. De Morgen lo ha definito «un insopportabile capolavoro»; de Volkskrant ha parlato di «una tragedia gelida e nerissima»; Trouw ha descritto un’esperienza sconvolgente e perturbante. Più problematica la riflessione proposta dalla rivista Etcetera, che ha interrogato criticamente i confini tra documento e finzione. È proprio questa pluralità di interpretazioni a confermare come il teatro di Rau non persegua il consenso, bensì il confronto.
Un’ultima considerazione riguarda il lavoro con i giovani interpreti. La naturalezza e la sorprendente maturità che mostrano in scena non sono il frutto dell’improvvisazione, ma di un rigoroso percorso pedagogico. Peter Seynaeve, attore dello spettacolo e responsabile dell’accompagnamento artistico dei bambini durante la produzione, ha raccontato come l’obiettivo principale delle prove fosse creare uno spazio protetto e fondato sulla fiducia, all’interno del quale i giovani potessero confrontarsi con temi estremamente complessi senza alcuna pressione. Il risultato è evidente: i bambini non interpretano semplicemente dei ruoli, ma abitano la scena con una verità rara, capace di coinvolgere profondamente lo spettatore.
Forse è proprio qui che risiede la forza del teatro di Milo Rau. Non nell’attualizzare la tragedia classica, ma nel mostrare come la tragedia non abbia mai cessato di abitare la nostra memoria collettiva. Ogni volta che la Storia genera nuovamente l’impensabile, Medea, Antigone o Oreste ritornano non come figure del passato, ma come strumenti per comprendere il presente. Forse è questo, in definitiva, il significato più profondo della «Pareidolia della Memoria»: non riconoscere semplicemente il mito nella realtà, ma comprendere che il mito è sempre stato uno dei modi attraverso cui continuiamo a riconoscere l’umano proprio là dove la violenza ha tentato di cancellarlo.
Fonti
- Matteo Corradini, «Pareidolia della Memoria», 29 Ιουλίου 2024, https://www.matteocorradini.com/2024/07/29860/
- Athens Epidaurus Festival, Medea’s Children NTGent, Antigone in the Amazon.
- Milo Rau, intervista a Schaubühne Berlin, Medea’s Children.
- Theaterkrant, «Medea’s Kinderen».
- NTGent, Medea‘s Children (presentazione della produzione De Morgen, de Volkskrant και Trouw) «Medea’s kinderen».
- Peter Seynaeve, «The most important aspect of working with children is creating a safe, trusting space», intervista a Revista Scena.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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