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Il canzoniere dopo la catastrofe

C’è un equivoco possibile davanti a un sottotitolo come “Poesie d’amore 2010-2025”, quello di aspettarsi l’ennesimo diario dell’esperienza amorosa nella sua compiutezza. Tesi sul desiderio di Andrea Donaera, uscito nel giugno 2026 per Collettiva Edizioni nella collana Prose minime, è invece qualcosa di molto più vulnerante, vicino, per certi addensamenti di amore e morte, a una zona deangelisiana del tragico: un canzoniere in negativo su ciò che dell’amore resta quando l’amore è già finito, o meglio quando non è mai davvero accaduto nella forma piena e reciproca che il soggetto avrebbe voluto.

Questo “canzoniere rovesciato”, come lo definisce Diletta D’Angelo nella sua nota al testo, è scritto dopo la catastrofe, quando della donna amata restano il polso, gli occhi, un profumo, un bagnoschiuma, una chat, suggerendo un oggetto d’amore che non coincide mai con il desiderio di chi ama, che si vede così costretto a inseguirlo, sezionarlo, trasformarlo in reliquia. Un’amata sempre presente e sempre sottratta (“non fa / di tutto questo “noi” un accadimento:”), impossibile da restituire per intero perché affidata a tracce parziali, feticistiche, e che si ama con maggiore determinazione proprio in quanto indeterminata, una costellazione di “lei” drammatizzata dall’“indefinito del materiale”, per citare Leopardi.

Tesi sul desiderio. Poesie d’amore 2010-2025 arriva dopo di Una Madonna che mai appare nel XIV Quaderno italiano di poesia contemporanea di Marcos y Marcos, a cui sono seguiti i romanzi Io sono la bestia e Lei che non tocca mai terra, entrambi per NNE, e La colpa è mia per Bompiani, nonché altre raccolte in versi, tra cui I Vivi. Un tremore e Le estreme conseguenze, ma la poesia è presente nell’intera produzione del giovane autore gallipolino, difatti, come egli stesso dichiara in una nota al libro, questa raccolta, non disposta cronologicamente, riprende materiali nati prima, durante e accanto alla narrativa, e li cesella in un’unica architettura del desiderio e della perdita, montando e riscrivendo la quindicennale materia originaria, riletta dopo il passaggio attraverso altre forme del male e nuove ossessioni.

Le cinque sezioni in cui si articola – I Gabbiani, La Falena, Il Minotauro, Le Formiche, Il Serpente – costruiscono un bestiario psichico che risponde ai modi diversi in cui la mancanza prende corpo. Nei Gabbiani il desiderio è apparizione incompiuta, volo in picchiata per cibarsi delle briciole (“macchina a centotrenta / dritta verso il burrone – / e se lei fosse almeno / il burrone: ma lei è la caduta”), un trascinamento verso la rovina che diventa totale assoggettamento nella Falena, per cui il soggetto sa che la luce da cui è attratto lo consumerà, eppure non può fare a meno di andarle incontro. Nel Minotauro la figura di Lei si complica, creatura eccedente perché abitata da un enigma, (“{e le sue dita erano più che dita: / e la sua voce era più di una voce:”) davanti alla quale tutti arrivano con un filo in mano senza riuscire davvero ad attraversarla. Nelle Formiche la tragedia, altissima, si abbassa alla scala minima del quotidiano: bar, cappuccini, pacchetti di sigarette (“Certe lune, col mare sotto e tutto / il resto, certe sere, / sono una cosa scomoda / come la sua borsetta / senza tracolla o il tuo / cellulare coi tasti troppo piccoli”) per smettere infine qualunque movimento verso l’esterno nel Serpente, dove il desiderio si avvolge su se stesso, facendosi veleno, memoria incorporata.

Una progressione che accompagna l’autore a riconoscere la forma della propria ossessione senza predisporre alcuna possibilità di guarigione. Come nella migliore poesia della sua generazione (penso, per esempio, al Mazzoni dei Mondi), il soggetto è scisso già dall’inizio, si parla in seconda persona, e quel “tu” è una delle soluzioni più disturbanti del libro, perché Donaera si chiama in giudizio, consegnando una voce lirica piena di vergogna e autodenigrazione, con cui si chiama idiota, cretino, animale, poeta di turno, poiché sa che il proprio ossessivo desiderio può deformare l’altra, imprigionandola in una reliquia privata.

Il dialogo con la tradizione amorosa italiana è esplicito e perturbato: dal non-saluto dantesco rovesciato in caduta, all’amata petrarchesca presente per frammenti e trasformata dallo sguardo desiderante in una sorta di necromanzia privata, mentre la Clizia montaliana della Bufera e altro diventa un angelo mancato, attorno a cui il soggetto misura l’inabitabilità del mondo.

Ed è questa coerenza ossessiva, mi pare, a muovere l’intera raccolta, con il soggetto che soffre perché il mondo, senza l’oggetto desiderato, diventa inabitabile: se “lei” è espunta dal mondo, allora quel mondo non è stato pensato per il soggetto che scrive. L’assenza produce uno scollamento ontologico, in cui il reale appare al soggetto come una costruzione sbagliata, una casa progettata per altri (“Gemi il suo nome, non ti sente: è tempo, / ancora, di tornare: ma tornare / in quale casa se è questo lo stare / a casa? – questo luogo, pietra zitta”).

A rendere più interessante il rapporto con la tradizione, l’allargamento dei registri che vede questa eredità alta continuamente sporcata, sia dal presente, come gli esergo provenienti dalla musica metal (Burzum, Blind Guardian, In Flames, Slipknot, Lorna Shore) che introducono ogni sezione e agiscono da lasciapassare per il grido, la combustione (d’altronde Donaera è un appassionato di metal, chitarrista e recensore per Metalitalia.com), sia dall’insistente lessico religioso, sebbene idolatrico, a tratti blasfemo, come il richiamo alla “vergine esausta” di Emilio Praga, memoria di un sacro già consumato.

Compaiono inoltre Tolkien, Dylan Dog, Homunculus, documenti word, chat, social, Sylvia Plath, riferimenti disposti senza una gerarchia valoriale, che mostrano come oggi il canone personale di un autore sia trasversale, affettivo, generazionale, costruito per sedimentazioni diseguali: in Tesi sul desiderio entra tutto ciò che è stato toccato dalla perdita e dal fallimento e ogni cosa può diventare forma letteraria se è passata attraverso la ferita.

E da questa stessa predisposizione credo si origini la lingua del libro, interrotta, piena di due punti, parentesi, graffe, riprese e aggiunte, spazi bianchi, emulazione del pensiero quando si ingorga e si autocorregge, una scrittura che esonda dal verso e si fa prosa, micro-racconto, disordine in cui la storia personale incontra la frattura tra generazioni, padri, madri, amici perduti e le sue deviazioni.

In questo senso Tesi sul desiderio si colloca così in una linea parecchio frequentata della poesia italiana degli ultimi trent’anni, quella di una lirica che, pur non rinunciando all’io, lo sottopone a pressione critica e in cui i materiali prosastici e quotidiani sono strumenti di conoscenza e scandaglio. Si possono evocare, con le dovute differenze, il già citato Milo De Angelis per la zona tragica in cui amore e morte si toccano e Patrizia Cavalli per l’uso del quotidiano amoroso e dell’autoironia, anche se in Donaera la leggerezza cavalliana si incupisce fino alla claustrofobia.

Il finale sulla parola “mancare” mi appare, nella sua intuizione infantile, la chiave più limpida del libro: “Ti ricordi? Dicevamo / ‘Mi manca’ davanti alla figurina / che ancora non avevamo nell’album, / e ‘Ce l’ho’ quando era una già incollata”, perché rivela che per l’autore l’effetto ultimo del desiderio sta nell’incollarsi qualcuno dentro, ovviando al possesso tout court per trasformarlo in una presenza intima, e celebrare un rito che tenga in vita ciò che non può più essere vissuto, così il soggetto non abdica mai al desiderio, impara solo ad abitare il culto dei suoi resti.

margheritamacri@gmail.com

 

 

 

L'autore

Margherita Macrì
Laureata in Filologia Moderna, ha coordinato per anni l’Associazione Pugliese Editori. Dal 2010 al 2020 ha lavorato come redattrice interna per Fazi Editore. Attualmente insegna e lavora come editor e redattrice per diverse realtà editoriali, tra cui Fazi Editore, Treccani Grandi Opere, Italosvevo edizioni, Paperfirst, Rizzoli, Atlantide, Quodlibet. Ha scritto, tra le altre, per «Treccani Gusto», «Artribune», «minima&moralia», «Meridiano 13», e ha curato diverse pubblicazioni indipendenti. È cofondatrice e editor di Krill Books. Si è occupata di linguaggio Easy to Read per diversi musei. È membro del collettivo romano bstudio creativelab e del Centro Studi Phoné, che studia l’opera di Carmelo Bene. Ha coordinato il progetto editoriale Le donne della Repubblica con A. Giammaruco; ha ideato e scritto il podcast DiClassica per Pesaro Capitale della Cultura 2024 e Orchestra Olimpia, sulle compositrici dell’Otto e del Novecento. Ha scritto i testi di Blook. Mappe, atlanti e portolani di qui per Titolo Collettivo e diverse introduzioni e note di lettura per romanzi e raccolte poetiche. Ha collaborato alla mostra Il Mito – Unconventional Archive sui 50 anni del Canzoniere Grecanico Salentino. Ha partecipato alla raccolta di poesie Se accadesse una sola volta, edita da Fondazione Lac o Le Mon.

[La foto dell'autrice è di Francesco Conti]
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