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Luciano Luisi. La poesia della memoria tra Livorno e la cultura italiana

Fra gli scrittori livornesi del secondo Novecento che hanno saputo coniugare autorevolezza letteraria, impegno giornalistico e divulgazione culturale, Luciano Luisi (Livorno, 13 marzo 1924 – Roma, 29 maggio 2021) occupa senza dubbio una posizione di primo piano. Poeta, narratore, saggista, traduttore e giornalista televisivo, attraversò oltre settant’anni di vita culturale italiana mantenendo sempre una straordinaria coerenza intellettuale e una profonda fiducia nella funzione civile della letteratura. La sua opera, vasta e multiforme, rappresenta oggi una delle testimonianze più significative della cultura letteraria livornese del secondo Novecento, sospesa fra memoria cittadina, esperienza nazionale e riflessione universale sull’uomo e sul tempo. Nato a Livorno da padre pugliese e da famiglia labronica per parte materna, Luisi vide la luce nell’antica Piazza Grande, cuore storico della città distrutto dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. L’infanzia e la prima adolescenza trascorsero tuttavia lontano dalla Toscana, tra Somma Lombardo, Gallarate e Parma, esperienze che contribuirono ad ampliare precocemente il suo orizzonte culturale senza recidere il legame con la città natale, destinata a diventare uno dei luoghi privilegiati della sua memoria poetica. La vocazione letteraria si manifestò molto presto; ancora adolescente vinse un concorso poetico locale e, grazie anche al sostegno dei suoi insegnanti, che promossero una raccolta di fondi per favorirne l’esordio editoriale, pubblicò la raccolta ciclostilata Gemme.

Fin da questi primi componimenti emergeva una caratteristica destinata a rimanere costante nella sua produzione: la predilezione per il poemetto, per il racconto poetico e per una scrittura nella quale narrazione e lirismo convivono in un equilibrio originale. Tale percorso trovò una prima importante affermazione con Racconto e altri versi (Guanda, 1949), cui seguirono altre opere, tra le quali: Piazza grande (Cappelli, 1953, Premio Cittadella 1955 insieme a Luigi Fallacara e Luigi Capelli), Un pugno di tempo (Guanda, 1967, Premio Chianciano 1967), La vita che non muta (Edizione del Premio Pandolfo, 1980), Nella cronaca (Dossier Arte, 1982), La sapienza del cuore (Rusconi, 1986), Luna d’amore (Newton Compton, 1989), Il doppio segno (Schena Editore, 1994), Il giardino e altri haiku (Marco Editore, 1998), Nonostante (Passigli, 2004, Premio Ceppo, Premio Caput Gaurj, Premio Senigallia, Premio Roberto Farina 2005), Eloisa e Abelardo (Passigli, 2007) ed Altro fiume, altre sponde (Nino Aragno Editore, 2014).

 

Nel secondo dopoguerra Luisi partecipò alla vivace stagione della cosiddetta “scuola romana” della poesia; insieme a Elio Filippo Accrocca, Margherita Guidacci, Biagia Marniti e altri giovani autori, prese parte ai dibattiti letterari della capitale. Egli stesso, tuttavia, preferiva parlare non di una vera scuola, ma di una comunità di amici accomunati dall’esigenza di recuperare una poesia limpida, comunicativa e lontana dalle più radicali sperimentazioni d’avanguardia. Parallelamente all’attività poetica si sviluppò una prestigiosa carriera giornalistica: nel 1953 fu tra i primi giornalisti selezionati dalla Rai per la nascente televisione italiana, contribuendo alla definizione del linguaggio culturale del nuovo mezzo di comunicazione. Per decenni la sua voce accompagnò il pubblico attraverso servizi dedicati alla letteratura, all’arte, ai grandi premi letterari e alla vita culturale del Paese. Come osservò il giornalista labronico Aldo Santini, Luisi rappresentò una stagione della televisione italiana nella quale era ancora possibile raccontare la cultura con equilibrio, competenza e rigore, senza rinunciare alla divulgazione.

Accanto all’impegno televisivo svolse un’intensa attività editoriale e universitaria, collaborando con Guanda e lavorando accanto a figure come Geno Pampaloni e Giancarlo Vigorelli; diresse inoltre L’Informatore Librario, insegnò all’Università Pro Deo di Roma e successivamente Storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. Partecipò all’organizzazione di importanti manifestazioni culturali, ricoprendo l’incarico di segretario generale del Premio Fiuggi e collaborando alla direzione di collane editoriali insieme a Cosimo Fornaro. Curò studi dedicati, tra gli altri, a Domenico Rea, Vasco Pratolini e Renzo Vespignani, dimostrando una rara capacità di dialogare con discipline diverse e di cogliere le profonde relazioni tra parola poetica e arti figurative. La poesia costituisce tuttavia il nucleo più significativo della sua attività: la sua scrittura si colloca nel solco della migliore tradizione lirica novecentesca, mostrando evidenti ascendenze ermetiche, ma evitando ogni oscurità programmatica. Il ricordo dell’infanzia, la famiglia (soprattutto la madre e la nonna), la città perduta, il tempo e la morte ritornano come nuclei fondamentali di una meditazione che oscilla continuamente tra memoria personale e dimensione universale. Particolarmente intensa appare la poesia di stampo amoroso, nella quale l’esperienza privata diviene occasione di riflessione sull’esistenza (lo stesso poeta riconobbe più volte come il tema dell’amore attraversasse tutta la sua opera, estendendosi ben oltre la dimensione sentimentale per comprendere la natura, il paesaggio, gli affetti familiari e la vita stessa). Anche la morte, presente in numerose raccolte, non viene mai affrontata come negazione assoluta, ma come momento di una più ampia riflessione sul destino umano. Fra gli aspetti meno noti della sua personalità emerge inoltre una singolare passione per la malacologia; per molti decenni raccolse migliaia di conchiglie provenienti da tutto il mondo, dando vita a una collezione di grande valore scientifico successivamente destinata a uno spazio espositivo pubblico in Calabria (egli vedeva in questa attività una forma di educazione dello sguardo, capace di affinare l’attenzione verso la natura e verso quell’ordine nascosto che spesso riaffiora anche nella sua poesia). Importante fu anche il suo lavoro di traduttore, nato dall’incontro con la poesia di Guillaume Apollinaire e incoraggiato da Giuseppe Ungaretti, che costituì per Luisi una vera forma di esercizio poetico.

Alla base della sua produzione permane sempre una precisa idea di poesia; Luisi rivendicò costantemente il valore della chiarezza, della comunicazione e del mestiere poetico, opponendosi alle derive più sperimentali e autoreferenziali della poesia contemporanea. Pur ricorrendo spesso al verso libero, difese la tradizione metrica italiana e attribuì grande importanza alla musicalità e all’equilibrio formale del testo, considerati strumenti indispensabili per restituire autenticità all’esperienza poetica. Un momento fondamentale della sua vicenda letteraria coincide con l’incontro con Giorgio Caproni. Nel 1953 il poeta livornese scrisse la prefazione alla raccolta Piazza grande, riconoscendovi una delle prove più interessanti della giovane poesia italiana. Caproni colse immediatamente quella capacità, rara tra i poeti del dopoguerra, di conciliare l’attenzione alla cronaca contemporanea con la ricerca di una parola autenticamente poetica (nella prefazione osservava come Luisi fosse riuscito a superare «quello stridente dualismo» che caratterizzava molti giovani autori, armonizzando la sensibilità neorealista con la forza evocativa della parola lirica). Da ciò nacque un’amicizia destinata a durare per tutta la vita, alimentata da una profonda stima reciproca e da una comune concezione della letteratura come esercizio di verità e di memoria.

Nel 1990 ricevette dalla sua città natale un importante riconoscimento, ovvero il Premio Lions Club e, a conferma dell’autorevolezza ormai riconosciuta della sua produzione poetica, nel 2016 la Nino Aragno Editore pubblicò Tutta l’opera in versi (1944-2015); monumentale raccolta che riunisce oltre settant’anni di attività creativa. Curata da Dante Maffia e introdotta da Giuseppe Langella, l’edizione restituisce per la prima volta in forma organica l’intero itinerario poetico di Luisi, consentendo di coglierne la straordinaria continuità espressiva e la ricchezza delle soluzioni formali. Affacciarsi all’opera di Luciano Luisi significa riscoprire uno degli interpreti più autorevoli della poesia italiana del secondo Novecento. La sua opera, sospesa tra elegia, racconto e meditazione esistenziale, continua a testimoniare come la memoria individuale possa trasformarsi in esperienza collettiva e come la parola poetica, pur radicata nella storia, sappia ancora interrogare con straordinaria lucidità le grandi domande dell’uomo contemporaneo.

L'autore

Gabriele Fabrizi
Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.