Fra le figure più intense e tragiche della cultura livornese del primo Novecento, Giosuè Borsi (Livorno, 10 giugno 1888 – Zagora, 10 novembre 1915) occupa un posto del tutto particolare. Poeta, narratore, giornalista, drammaturgo e ufficiale dell’esercito italiano durante la Prima guerra mondiale, la sua vicenda umana si intreccia con alcune delle grandi questioni culturali del suo tempo: l’eredità del classicismo carducciano, la crisi spirituale della generazione di inizio secolo, il rapporto fra arte e religione, il sacrificio patriottico e la memoria dei caduti. La sua morte in combattimento, a soli ventisette anni, ne fece quasi subito una figura esemplare della cosiddetta “generazione del sacrificio”, mentre i suoi scritti religiosi, le lettere dal fronte e i Colloqui conobbero una straordinaria fortuna editoriale negli anni successivi alla guerra. Oggi, al di là della retorica patriottica che a lungo ne ha accompagnato il ricordo, Borsi appare come uno degli autori più originali e complessi della cultura italiana del primo Novecento, sospeso fra inquietudine decadente, ricerca religiosa e intensa vocazione letteraria. Nacque a Livorno in una famiglia profondamente inserita nella vita culturale e giornalistica italiana. Il padre, Averardo, era uno dei più noti giornalisti italiani del tempo, direttore prima del Telegrafo e poi del Nuovo Giornale di Firenze, oltre che uomo politico e animatore della vita intellettuale toscana. Proprio l’amicizia che legava Averardo a Giosuè Carducci fece sì che il grande poeta accettasse di fare da padrino, seppure per procura, al battesimo del bambino, che ricevette così il nome di Giosuè in suo onore. L’ambiente familiare era fortemente anticlericale, liberale e carducciano; la casa dei Borsi era frequentata da giornalisti, scrittori, artisti e uomini politici, offrendo al giovane un contatto precoce con alcuni dei protagonisti della cultura italiana di fine Ottocento.
Dotato di un’intelligenza straordinariamente precoce, manifestò fin dall’adolescenza una naturale inclinazione per la scrittura, il disegno e le lingue. Ancora ragazzo compose racconti illustrati, poesie e piccoli romanzi, dimostrando un talento che colpì gli insegnanti e gli amici di famiglia. Frequentò il liceo a Livorno, distinguendosi soprattutto negli studi letterari, e successivamente intraprese gli studi di giurisprudenza, prima a Pisa e poi a Roma, conseguendo la laurea nel 1912. La sua vera vocazione, tuttavia, rimase sempre la letteratura, coltivata parallelamente all’attività giornalistica e critica. L’esordio poetico avvenne precocemente con Primus fons (1907), cui seguirono Scruta obsoleta (1910) e, postumi, Versi 1905-12 (1922), raccolte che lo imposero all’attenzione della critica.
La sua poesia nasce all’interno della tradizione carducciana, della quale conserva il gusto per la forma classica, il culto della parola cesellata e il riferimento costante alla cultura greco-latina. Tuttavia, sotto questa superficie classicista si avverte già una sensibilità nuova, inquieta e intimista, vicina per molti aspetti al simbolismo e alla crisi spirituale che caratterizza la cultura europea di inizio Novecento. Le sue liriche alternano paesaggi luminosi, meditazioni sul tempo, interrogativi religiosi e un costante senso della precarietà dell’esistenza. Già i contemporanei riconobbero nella sua poesia una voce personale, elegante e ricca di musicalità, pur rilevandone la forte dipendenza dai modelli classici. Parallelamente sviluppò un’intensa attività come giornalista e critico. Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1910, assunse per breve tempo la direzione del Nuovo Giornale di Firenze, dimostrando notevoli qualità di polemista e osservatore della vita culturale italiana. Collaborò inoltre con numerose riviste, scrisse recensioni d’arte, critica musicale, novelle, racconti e testi teatrali, distinguendosi per una versatilità che raramente trova confronto fra gli scrittori della sua generazione. Fu anche apprezzato interprete teatrale nelle rappresentazioni classiche promosse da Ettore Romagnoli e coltivò una profonda passione per Dante, del quale tenne pubbliche letture.
La sua vicenda personale fu però profondamente segnata da una serie di gravissimi lutti familiari. Nel dicembre del 1910 morì improvvisamente il padre Averardo, figura centrale della sua formazione. Due anni dopo perse l’amatissima sorella Laura e, nel marzo del 1913, il nipotino Dino, figlio di Laura, morto a soli sei anni. Questo susseguirsi di tragedie provocò una radicale crisi interiore che trasformò completamente la sua concezione della vita. Cresciuto nell’anticlericalismo familiare iniziò un lungo cammino di riflessione religiosa attraverso la lettura di Pascal, Manzoni e dei Vangeli, fino a ritornare alla pratica cattolica nel 1914 (questa conversione non rappresentò un semplice mutamento confessionale, ma un’autentica rifondazione della propria esistenza e della propria poetica). Da questa esperienza nacquero alcune delle opere più importanti della spiritualità italiana del Novecento.
Le Confessioni a Giulia, dedicate alla donna amata, trasformano il sentimento amoroso in itinerario mistico; il Testamento spirituale costituisce uno dei documenti religiosi più intensi prodotti alla vigilia della guerra; soprattutto i Colloqui, scritti tra il maggio e il novembre del 1915, rappresentano il vertice della sua produzione: in queste pagine diario, meditazione religiosa e riflessione morale si fondono in una prosa di straordinaria intensità, nella quale la guerra viene interpretata come prova estrema dell’uomo e occasione di testimonianza cristiana. I Colloqui ebbero una diffusione enorme nel primo dopoguerra, diventando per molti giovani un autentico libro di formazione spirituale. Quando l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale, Borsi chiese di partire volontario: nominato sottotenente del 125º Reggimento fanteria, raggiunse il fronte dell’Isonzo nell’agosto 1915. Nei pochi mesi trascorsi in trincea continuò a scrivere lettere, meditazioni e pagine di diario che costituiscono oggi una delle testimonianze letterarie più alte della guerra italiana. Celeberrima rimane la Lettera alla madre, scritta il 21 ottobre 1915 e destinata ad essere consegnata soltanto dopo la sua morte: un testo nel quale serenità religiosa, amore filiale e accettazione del sacrificio raggiungono un equilibrio espressivo raramente eguagliato nella memorialistica di guerra italiana.
Il 10 novembre 1915, durante l’assalto alle posizioni austriache presso Zagora sul Monte Cucco, oltre l’Isonzo, guidò personalmente il proprio plotone all’attacco e venne colpito mortalmente alla tempia. Il suo corpo fu inizialmente sepolto nel piccolo cimitero militare di Plava, ma i successivi bombardamenti distrussero completamente il camposanto, facendo scomparire definitivamente le sue spoglie. L’assenza di una tomba contribuì ad alimentarne il mito civile: quando, nel 1921, venne scelta la salma del Milite Ignoto, la madre Verdiana (Diana) Fabbri credette fino all’ultimo che quel soldato sconosciuto potesse essere il figlio perduto, una convinzione che contribuì a rendere ancora più intensa la memoria pubblica del poeta livornese (memoria che il fascismo tentò più volte di appropriarsi).
La sua rete di amicizie che lo circondò fu davvero vasta; comprendeva artisti, giornalisti e intellettuali, fra i quali lo scultore livornese Umberto Fioravanti, con il quale condivise profondi interessi culturali e un intenso rapporto di amicizia (lo scultore livornese donò al poeta il busto di Dante Alighieri che spesso si vede nelle foto del salotto di quest’ultimo). Nel corso del Novecento la figura di Giosuè Borsi ha conosciuto alterne fortune critiche; dopo l’enorme popolarità raggiunta negli anni immediatamente successivi alla guerra, il mutare del gusto letterario e il progressivo superamento della cultura patriottica ne hanno ridimensionato la presenza nella storiografia letteraria. Negli ultimi decenni, tuttavia, numerosi studiosi hanno rivalutato la complessità della sua esperienza, riconoscendone l’importanza non soltanto come scrittore religioso o poeta-soldato, ma anche come significativo interprete della crisi spirituale della cultura italiana di inizio Novecento.

A Livorno la sua memoria continua ad essere coltivata dall’Associazione Culturale Giosuè Borsi, la quale, grazie all’organizzazione del presidente Carlo Adorni, promuove studi, pubblicazioni ed iniziative dedicate alla sua opera, contribuendo a mantenerne viva la conoscenza presso il pubblico e gli studiosi. La città gli ha inoltre dedicato vie, monumenti e numerose commemorazioni, riconoscendolo come una delle figure più rappresentative della propria storia culturale.
L'autore
- Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.
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