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Da sponda a sponda, in viaggio tra poesia e musica con Luciano Cecchinel. Giulio Pantalei dialoga con Fabio Fantuzzi e Andrea Alzetta

È uscito il 21 marzo scorso Da sponda a sponda, nuovo lavoro tra musica e letteratura del collettivo Le Ombre di Rosso, progetto folk nato a Venezia dalla collaborazione tra il giovane critico letterario e cantautore Fabio Fantuzzi (FF) e il compositore Andrea Alzetta (AA). Il disco è un viaggio con e tra i versi di una delle più autorevoli voci poetiche italiane viventi, Luciano Cecchinel, lungo sedici brani che traspongono in musica quattordici componimenti tratti dalla raccolta Da sponda a sponda (Arcipelago Itaca 2019).

Caro Fabio, ci conosciamo ormai da anni ma questo tuo nuovo progetto mi ha stupito non poco. Mi è infatti capitato solo una volta di musicare – su richiesta – le poesie di un’autrice e ricordo fu una strana esperienza per me, che sì mi occupo dei rapporti tra letteratura e μέλος sul fronte della critica letteraria, ma che invece nelle vesti di songwriter ho sempre e solo scritto testi originali senza mai musicare parole altrui. Nel tuo caso, mettere in musica i componimenti di un grande poeta come Cecchinel, non destinati allo spartito ma alla “nuda” pagina, significa invece dar vita a un esperimento tra codici che a mio avviso si rivela di estremo interesse per un motivo: restituire una delle innumerevoli potenzialità espressive del testo poetico, vale a dire la peculiare musicalità che tu hai avvertito in quei versi e che in qualche modo ha attivato la tua personale ispirazione di musicista. Ti chiedo perciò innanzitutto qual è la tua visione sul tema e soprattutto com’è nata in te l’idea di questo album.

(FF) Il progetto è nato da un fortunato insieme di coincidenze. Conoscevo bene la produzione in dialetto di Luciano, alla quale sono molto legato perché, a mia volta, sono cresciuto in quelle zone: quel mondo antico che ha ricostruito immagine per immagine e suono per suono in Al tràgol jért e poi in Sanjut de stran è anche il mio; o meglio, quello dei miei avi, perché per molti aspetti quel mondo contadino o, nella fattispecie più propriamente silvopastorale, è quasi del tutto scomparso. Ci presentò diversi anni fa una conoscenza comune, che mi fece conoscere anche la prima raccolta ‘americana’ Lungo la traccia. Chiacchierando con Luciano scoprii che era anche un vero e proprio cultore di musica folk e country, di cui ha una vasta collezione. Si tratta per lui – sua madre Annie fra l’altro è nata e ha trascorso l’adolescenza nel Midwest – di un legame molto profondo e che rimonta ai tempi dell’infanzia: i suoi parenti emigrati in America e rimasti, al contrario dei suoi nonni materni, negli Usa, spedivano a intervalli regolari ai relatives italoamericani lettere con fotografie di figli e nipoti e, da un certo punto, anche LP e audiocassette di vari esponenti della musica country. Era un modo per ridurre le distanze e lenire la nostalgia di casa e di famiglia.
Essendo a mia volta un cultore accanito di musica popolare d’oltreoceano, ci scambiammo un po’ di rarità e, tra un discorso e l’altro, venni a sapere che aveva un ampio numero di componimenti di argomento americano, che non riteneva ancora giunti ad un conveniente stato di sedimentazione. Me ne fece leggere qualcuno. Io me ne innamorai immediatamente. Notai subito che contenevano un universo di riferimenti musicali, alcuni dichiarati, altri meno visibili, e così gli chiedemmo se potevamo musicarne alcuni. All’inizio ne musicammo cinque che gli piacquero. Allora ci prendemmo gusto e ne musicammo un’altra decina con l’intento di fare un disco intero. Nel frattempo, Luciano riprese a limare i componimenti e di lì a qualche anno molte di quelle poesie dettero corpo a Da sponda a sponda.

Un’altra peculiarità che accresce a mio avviso il valore dell’album risiede nel fatto che il poeta sia vivente e che quindi l’omaggio non sia un’operazione postuma – come solitamente avviene in questi casi – ma radicata nella contemporaneità viva del presente. Nella tesi di dottorato, che come sai sto ultimando, ho avuto modo di occuparmi lateralmente anche della pratica della lettura e/o musicazione di liriche (non destinate al canto) di poeti viventi, con una tracklist che potrebbe spaziare da Brecht a Éluard, da Caproni a Fortini, da Aragon a Pasolini. A un tratto tuttavia la pratica si è interrotta, o meglio, è stata completamente accantonata dall’industria discografica poiché questi dischi non vendevano e sono perciò stati destinati a un’obsolescenza quasi forzata. Giuseppe Garrera e Igor Patruno ne hanno fornito un vasto campionario d’ambito italiano nella bella mostra “Tu parlavi una lingua meravigliosa” che ho anche recensito; Riccardo Redivo li ha immessi in una catalogazione ancor più ampia relativa alle musicazioni del secolo scorso (Doppio canto, 2012). Con questo lavoro vi inserite quindi nel solco di una nobile e ingiustamente dimenticata tradizione: com’è stato il rapporto diretto con l’autore durante le registrazioni, ha ‘supervisionato’ il lavoro o ha voluto ascoltare l’esito solo alla fine? Hai ricevuto consigli metrici o interpretativi da lui?

(FF) È stato in realtà un lavoro quasi filologico. Le indicazioni erano già tutte presenti nei componimenti, che offrono una vera e propria costellazione di riferimenti musicali, tanto di tipo tematico quanto formale. Questi ultimi, in particolare, includono immagini, citazioni dirette, costruzioni paritetiche e, a volte, veri e propri calchi. Faccio un esempio: qualsiasi cultore di musica popolare americana, e a maggior ragione se americanista come nel mio caso, di fronte ai versi “con l’affannoso verso | del martello che succhia il vento” non può che pensare al martello di John Henri, figura eroica di una celebre ballata della Guerra Civile. Non mi ha sorpreso quindi scoprire che quella particolare sezione della poesia bisbiglio di vagabondo celasse una struttura perfettamente adattabile a un ragtime. Il testo insomma, come tanti di questa raccolta, reclamava una struttura nuova e al tempo stesso tradizionale: citare il celebre passaggio al relativo minore che contraddistingue il tradizionale John Henri era una scelta obbligata; la struttura armonica, però, doveva essere quella del bisbiglio. Lo stesso vale per tante altre scelte relative ad altre figure come l’hillbilly, l’hobo, e molte altre; così come per i riferimenti a spirituals, canti di miniera, canti delle piantagioni o a brani di grandi artisti, da Johnny Cash a Dylan, da Kristofferson a Townes Van Zandt o Guy Clark. Altre volte a guidarci sono stati temi, ambienti, immagini o suoni evocati nelle liriche.
A mio modo di vedere, la musica nelle due raccolte americane rappresenta un linguaggio universale e trasversale che crea un sostrato comune all’esperienza del migrante tour court. In qualche modo, per quel che è possibile, permette di riscattare la memoria dei diseredati, delle culture minoritarie e subalterne: insomma, dell’altro nella sua accezione più ampia. Il nostro compito era in qualche modo obbligato e non poteva che essere quello di far inerire queste liriche al terreno musicale da cui provengono, di riportarle a casa. Avere la possibilità di conoscere i gusti musicali di Luciano e di scrutare la sua collezione ci ha sicuramente aiutati.

Però Guardando Full Metal Jacket è interpretata da lui in prima persona…

(AA) Certamente, qui più che altrove è evidente quel vasto arcipelago di riferimenti musicali cui accennava Fabio. Riferimenti per nulla velati peraltro, tant’è che tra le strofe del componimento appaiono proprio i titoli delle canzoni, senza rischi di fraintendimento, che poi sono le stesse della colonna sonora del film di Kubrick. Proprio grazie a questa ricchezza di suggerimenti musicali così precisi mi risultava arduo creare un mondo sonoro che riuscisse a contenerli e sintetizzarli tutti nell’ambito della pura e semplice canzone popolare. Da qui l’idea di agglomerarli in un unico lungo brano per quartetto d’archi, compagine strumentale che appunto si allontana dall’universo della canzone per avvicinarsi invece a quello della cosiddetta musica colta. Arrivato a questa conclusione, mi risultò quasi naturale riprendere e trasfigurare il generoso elenco di brani musicali citati dal poeta, mettendo in successione i loro principali elementi costitutivi e creando così un flusso di coscienza, quasi schubertiano, inserito però in una rigida struttura a pannelli di scuola donatoniana. Riecheggia in questo modo il ritornello di These Boots Are Made for Walking di Nancy Sinatra, primo brano messo in evidenza dal poeta, inserito però in un canone all’ottava frammentato e ripetuto ossessivamente dai quattro strumenti. Una volta esaurito il canone, ecco apparire un ostinato ritmico e melodico di viola e violoncello che va a riprendere gli stilemi tipici del rock’n’roll e in particolare di Surfin’ Bird, altro brano espressamente citato. Il pannello successivo è caratterizzato da un lungo pedale di tonica superiore e inferiore, all’interno del quale si dipana il motivo di Paint It Black dei Rolling Stones, reso quasi irriconoscibile dall’ampio aggravamento dei valori musicali. Questa struttura formale si chiude con una breve coda che riprende e rielabora gli elementi del canone iniziale. Di fronte a un brano finito, così eterogeneo e così lontano da un’interpretazione da musica ‘leggera’, è stato necessario inserire il testo della poesia in forma recitata. Avrebbe potuto recitarlo Fabio oppure un altro membro della band, ma poi ci siamo resi conto che nessuno meglio di Luciano Cecchinel stesso avrebbe potuto interpretare e rendere ancora più personale questo suo pregevolissimo componimento. Glielo abbiamo proposto e per nostra fortuna e gioia il poeta ha acconsentito a registrare la propria voce e dare così vita a questo brano. Il risultato, a mio parere, è stato veramente ottimo.

Il tema che avete prediletto nella selezione poetico-musicale è stato, come suggerisce il titolo stesso, quello del viaggio come metafora spazio-temporale interiore ed esteriore nel bildungsroman di Cecchinel e di quella che l’autore stesso ha definito la sua “odissea familiare”, esplorata lungo tutta la sua produzione e particolarmente centrale soprattutto nelle raccolte Lungo la traccia (Einaudi, 2005) e per l’appunto nell’ultima Da sponda a sponda (Arcipelago Itaca, 2019), vincitrice del Premio Viareggio 2020. In questo senso la quarta traccia, Qui ebbero duro viaggiare, mi è parsa il vero e proprio punto di accesso per incamminarsi “sulla strada” insieme a voi: mi racconti di più su questo viaggio nel viaggio tra la creazione lirica e la traslitterazione musicale alla luce dell’esperienza poetica e biografica di Cecchinel?

(FF) Qui ebbero duro viaggiare è un altro ottimo esempio di quello che dicevo in precedenza. Il titolo è un calco schietto di Hard Travellin’ di Woody Guthrie, folksinger errante per eccellenza, nonché padre del cantautorato d’oltreoceano. La poesia si riferisce proprio a quel viaggio, da noi percorso a ritroso, che ogni avventuriero era costretto a fare, spesso suo malgrado: i controlli e la quarantena avvenivano proprio in quella Ellis Island che viene citata, punto di partenza obbligato del viaggio di tutti gli emigranti. Dici bene quindi, è proprio da lì che si parte ed è per questo che abbiamo deciso di porre il brano in quella posizione strategica: subito dopo stazione abbondata, relitto reale e ideale di un’epoca andata, dove gli emigranti si recavano in cerca di viaggi di fortuna, spesso nei carri bestiame di quei treni a vapore che l’intermezzo del quartetto d’archi riproduce timbricamente.

Ecco, infatti. Un ruolo fondamentale nella realizzazione del continuum di questo viaggio è svolto proprio dagli intermezzi del quartetto d’archi. Un’idea che avete avuto assieme, ma di cui ti sei occupato soprattutto tu, Andrea. Vuoi dirci qualcosa a questo proposito?

(AA) Una volta deciso di inserire il quartetto d’archi nel brano recitato da Cecchinel si prospettava l’opportunità di utilizzare questa ensemble strumentale anche in altre e diverse forme all’interno del disco. L’ipotesi di inserire l’intero quartetto negli arrangiamenti di brani di estrazione folk è stata quasi subito scartata; questo perché la presenza del suono prettamente classico tradizionalmente associato al quartetto d’archi avrebbe irrimediabilmente contaminato il nostro intento di riferirci il più fedelmente possibile al mondo della musica popolare americana. Abbiamo dunque deciso di inserire questi intermezzi di quartetto d’archi tra un brano e l’altro proprio per creare un filo conduttore che accompagnasse l’ascoltatore nelle varie tappe di questo viaggio, per collegare oltre che timbricamente anche armonicamente il passaggio da una canzone alla successiva. A questo proposito, il simbolo per eccellenza del viaggio, soprattutto nell’immaginario delle sterminate distese degli Stati Uniti è senza dubbio il treno, anche legato a quella visione dell’emigrante e del vagabondo romanticamente descritta in infiniti racconti, tra i quali spicca l’autobiografia dell’ormai mitizzato Woody Guthrie, la leggendaria Bound for Glory. Il treno viene infatti reso onomatopeicamente dai ribattuti sulle corde vuote di viola e violoncello che imitano l’ossessivo sferragliare delle bielle della macchina a vapore, con l’aggiunta di glissandi e tremoli dei violini che rifanno il verso al fischio e ai freni della locomotiva. In tutto questo, è il tema melodico del ‘bisbiglio’, variato e rielaborato più e più volte, ad accompagnarci con la sua profonda semplicità in questo sconfinato pellegrinaggio musicale.

Il viaggio poetico di Cecchinel è però un po’ diverso da quello dell’emigrante tradizionale. C’è una sezione di là dell’Oceano e una su questa sponda. Cosa ci dice questo sull’esperienza di Cecchinel?

(FF) Ci dice che i paradigmi critici tradizionali non sono sufficienti per inquadrare una figura così complessa. Nel contesto odierno, del resto, il fenomeno della migrazione non è più meramente, o perlomeno principalmente, unidirezionale e la stessa distinzione tra migrante di prima e seconda generazione si fa più labile. In altri termini, sempre più spesso, l’emigrante va e torna. Il caso di Cecchinel è emblematico e la sua produzione anche sotto questo aspetto precorre i tempi. Per certi versi lo si potrebbe considerare un migrante di seconda generazione, ma con la precisazione che il nonno materno era emiliano e gli altri veneti. Potremmo forse definirlo un migrante di ritorno, ricorrendo a una categoria critica proposta da alcuni studiosi negli anni Sessanta e mai realmente approfondita, su cui proprio in questo periodo sto concentrando alcune delle mie ricerche accademiche. Per quanto riguarda la letteratura italoamericana nello specifico, Francesco Carese scrisse un articolo interessante su questo tema. Il contributo, tuttavia, rimonta al 1967 e non c’è quasi nulla di più recente a questo proposito.
È bene tenere a mente poi che la raccolta è frutto anche di un nuovo soggiorno americano, molto complicato e impegnativo per il poeta perché legato alla tragedia familiare della morte della figlia Silvia. Al viaggio a ritroso che ripercorre le orme degli avi se ne aggiunge uno ancor più doloroso, che porta il poeta a visitare nuovamente luoghi inestricabilmente legati alla memoria di Silvia. Forse in parte anche per questo, più che il fascino del sogno americano, in questa nuova raccolta emergono le contraddizioni e i limiti della società statunitense e del modello culturale che ha imposto ed esportato. L’ultima poesia, un lungo componimento sperimentale che richiama la forma del talkin’ blues, è forse il più indicativo di questa sua mutata percezione.

Da fine dylanologo quale sei, Fabio, non posso non farti una domanda su di lui, anche perché mentre registravi il disco stavi contemporaneamente lavorando alla pubblicazione del volume Bob Dylan and the Arts, che hai curato assieme ad Alessandro Carrera e Maria Anita Stefanelli, al quale ho avuto il piacere di partecipare anch’io (Edizioni di Storia e Letteratura, 2020). C’è tantissimo Dylan in questo lavoro – nello stile, nelle scelte strumentali, negli arrangiamenti, nel mood generale – ma accanto al riferimento dylaniano posso dirti che in egual misura ascolto un preciso riferimento nostrano, Fabrizio De André, che è molto presente anche nella dizione interpretativa dei testi che hai scelto (ed è secondo me una scelta felice, hai cantato benissimo e Cantilena nella sera dove sei da solo, chitarra e voce, ne è una prova). Finora abbiamo dialogato a partire da una prospettiva precipuamente letteraria, invece da una prospettiva strettamente musicale come collocheresti l’album nella tradizione cantautorale, italiana e non, quali generi hai voluto mescolare? La band e i musicisti conoscevano Cecchinel già prima o li hai guidati passo passo nel suo mondo poetico?

(FF) Oltre ai riferimenti indicati da Luciano stesso, inevitabilmente affiorano anche i gusti musicali degli autori e degli strumentisti che hanno preso parte alla realizzazione del disco. Da questo punto di vista, la nostra formazione non potrebbe essere più varia, anche perché siamo quasi tutti polistrumentisti. Cesare Cusan (percussionista e arrangiatore), ad esempio, viene da ambienti bandistici e ha un retroterra abbastanza morriconiano, tratto che emerge molto chiaramente in Bisbigli. Paolo Bottecchia, che qui suona un’infinità di fiati diversi, è più vicino alle sonorità gipsy, nonché a quelle del blues e del jazz, come del resto anche Davide Baldo (chitarra) e Silvia De Min (corista). Jacopo Mazzer (violino), invece, frequenta molto di più ambienti completamente differenti, come l’indie e il rock. Qui e lì emerge un po’ di tutto questo, ma sicuramente spiccano maggiormente i riferimenti al folk e al blues d’oltreoceano, per cui per forza anche a Bob Dylan, come giustamente fai notare. Tra i grandi cantautori italiani che si rifanno a questa tradizione andrebbero sicuramente citati anche, perlomeno, Guccini e De Gregori.
Mi fa piacere che tu abbia citato proprio Cantilena nella sera, che è un brano un po’ speciale. È l’unico che non potete trovare all’interno della raccolta perché Luciano lo ha riscritto e pubblicato in una veste molto diversa. Noi avevamo già composto le musiche, che purtroppo non si adattavano al nuovo componimento, e così gli abbiamo chiesto il permesso di pubblicare una variante d’autore precedente: è un gioiellino che dà l’opportunità di entrare nello studio del poeta e vederlo all’opera.

Insomma, ho parlato tanto perché tanto è stato l’entusiasmo nell’ascolto. Vi lascio tutto lo spazio che volete per il Farewell finale di questo viaggio insieme a Cecchinel e per parlare dei progetti futuri, credo (e spero) abbiate intenzione quando si potrà di portarlo in giro live; quel giorno, decisamente, sarà per tutti noi che viviamo anche della dimensione performativa della poesia un nuovo mattino, un new morning come diceva qualcuno…

(AA) Senza dubbio, il musicista a cui viene negata la necessità di esibirsi dal vivo si sente senz’altro più vuoto di prima, più incatenato; lo dico purtroppo descrivendo le mie sensazioni personali. Confermo quindi che il nostro primo desiderio è quello di portare dal vivo queste poesie messe in musica, con il proposito di mettere in musica anche tutte le nuove meravigliose storie che verranno.
Per il momento stiamo iniziando a prendere accordi per presentare il disco in varie situazioni differenti, ma per ora è difficile definire delle date. Covid permettendo, dovremmo intanto riuscire a presentarlo nel corso del prossimo mese all’interno della rassegna Music Bridge del Centro Studi Americani di Roma e poi, dal vivo (si spera!), il 16 luglio a Spresiano, in un evento organizzato dal comune nel parco monumentale della Villa Giustiniani-Recanati. Speriamo si possa tornare presto a far risuonare i versi e a farli uscire dalla carta stampata. Ce n’è un grande bisogno.

 

 

 

L'autore

Giulio Pantalei
Giulio Pantalei
Nato a Roma e laureatosi in Italianistica all’Università di Roma Tre con una tesi su P. P. Pasolini, Giulio Carlo Pantalei è oggi dottorando in Lettere nella stessa Università e Visiting PhD presso la University of Cambridge. Cantautore e musicista, oltre che ricercatore, è fondatore della band “Panta” e ha collaborato con artisti nazionali e internazionali tra cui Paolo e Carlo Verdone, Calexico + Iron & Wine, David Lynch Foundation, Capovilla, Canali e l’ong ONE di Bono Vox. La sua tesi, svolta tra Roma e Oxford, riguardo il rapporto tra la Letteratura Italiana e la musica angloamericana è stata pubblicata nel 2016 da Arcana col titolo di Poesia in forma di Rock, oggi alla seconda edizione.