avvenimenti · In primo piano

Antologizzare Roberto Roversi

Tra gli intellettuali del Novecento, Roberto Roversi rimane volutamente ai margini: pur avendo pubblicato, ai suoi esordi letterari, con grosse case editrici quali Mondadori, Rizzoli, Feltrinelli ed Einaudi, a partire dagli anni ’60 ha rifiutato qualsiasi corteggiamento editoriale per intraprendere la via dell’autoproduzione. La sua scelta fu quella del singolo che, a patto di sacrificare la visibilità della propria opera, decise di opporsi ai meccanismi di mercificazione della letteratura e soprattutto di sottrarsi, con ogni forza e mezzo, al controllo dall’alto sulla propria produzione artistico-letteraria. I testi di Roversi, dunque, non furono più pubblicati da editori maggiori ma affidati alle cure di modeste case editrici o alla stessa free-press dell’autore. Le conseguenze di tale scelta si sono protratte sino ad oggi e sono osservabili da un lato, nella scarsa notorietà del nome di Roversi, specialmente se paragonato a quelli più celebri dei suoi colleghi – primo tra tutti Pier Paolo Pasolini, col quale fondò la rivista Officina nel 1955 -; dall’altro, nell’assoluta coerenza e fedeltà a se stesso e alla propria opera.

Allo stesso modo oggi, non tradendo il modus operandi dell’autore, la casa editrice Pendragon si è proposta di raccogliere in un’antologia dal titolo Non isolarsi ma ascoltare alcuni testi scelti tra l’enorme produzione del poeta, divisi in quattro sezioni, le cui prime tre coincidono con le raccolte Dopo Campoformio, Le descrizioni in atto, L’Italia sepolta sotto la neve. La quarta e ultima sezione dell’antologia, Lettura di libri e fogli sparsi, mette insieme testi composti dagli anni Settanta fino al 2010; le ultime poesie sono infine rielaborate e assemblate nel 2012, poco prima della morte dell’autore.

Quella che vive tra i versi di Dopo Campoformio, poema in dieci canti (o lasse) composto tra il 1955 e il 1960, è un’Italia impaurita, rossa in fronte, affaticata, in cui l’antica luce dell’ottimismo si è aggrumata in un’oscurità incombente: come l’Italia fu tradita da Napoleone dopo il trattato di Campoformio, con il quale si decretò la fatale cessione di Venezia agli austriaci, così l’Italia del secondo dopoguerra vede offuscati e traditi, gli ideali di libertà formatisi durante la Resistenza. La Storia è subita da una nazione stanca, ove “Tutto sembra giusto ormai o sembra falso e distrutto, in questo deserto, / alla fine di una lunga giornata. / Ma tutto ancora si può rovesciare. / Non può essere perso.” Gli anni della Seconda guerra mondiale sono i più bui che si siano mai visti: il lume della speranza è flebile, ad esso non viene concesso spazio per alimentarsi: c’è, forse, un futuro, ma rimane al di là, in un orizzonte sfocato, sempre in bilico. “La guerra è finita. Incomincia la guerra”: lo stato di disperata prostrazione in cui l’Italia è stata lasciata dalla guerra, dai bombardamenti, dagli incendi e dalle violenze è ancora guerra. La guerra è fatica, paura, è l’angoscia delle madri che hanno perso i figli al fronte, le schiene spezzate, le case distrutte. Emerge un profondo sentimento di umanità, di comunanza fraterna, tuttavia sempre schiacciata dal giogo della violenza: “e piango sul cuore di un ebreo […] vecchio stanco come mio padre ariano”.

Roversi, forse rifacendosi a una certa preferenza sabiana per gli animali, spesso li usa come immagini di sofferenza: l’Italia si accascia muggendo, assimilata a una vacca al macello; gli italiani sono “pecore nell’Italia morta” e ancora, gli ebrei nei campi di sterminio, “mandrie nei macelli”. Gli effetti di realismo espressionistico vengono affidati ai sensi: numerosissimi i lemmi che rimandano alla sfera dell’udito, ferito da grida e gemiti, tagliato dal silenzio della morte. Altrettanto sferzanti le fitte pennellate di colore: il rosso del tempo e del fuoco, il verde dell’erba, le bionde risate, il nero delle vedove condannate a morire d’amore; come quadri a chiazze, le immagini dipinte, quasi gettate sotto i nostri occhi dalla poesia di Roversi, non si piegano alle strette forme del senso. Quella all’interno di Dopo Campoformio è quasi esclusivamente poesia di guerra: essa si avvicina volutamente all’opera di Ungaretti per identità d’argomento: la ballata “Quando venni in Lombardia” richiama esplicitamente il poeta dell’Allegria nel primo verso, “Buttato riverso / ascolto la terra sospirare”. Il tema della guerra viene però declinato con notevoli differenze tra i due autori: un primo scarto sta nella forma, notevolmente estesa in Roversi, notoriamente contratta in Ungaretti; quest’ultimo procede per analogie, il primo per strofe ad andamento narrativo-descrittivo. Inoltre, la storia che Roversi racconta è una storia collettiva, i cui protagonisti vengono spesso osservati dall’alto, come una moltitudine di affaccendate, doloranti formiche: non vi è nulla, in Roversi, dell’io ipertrofico ungarettiano, dell’autobiografismo; come osserva Marco Antonio Bazzocchi, l’io “rifiuta di mettersi in primo piano”. I rari affioramenti della prima persona si concretano rapidi in forma d’apologo, di presa di coscienza: “Scusatemi. Ma occorre proprio cadere / colpito da questo rigore che ferisce, / cadere in siffatti pensieri, perdere / (dice così l’amico tedesco, verloren) / le ultime giornate dell’autunno, splendide”. La riflessione poetica appare inevitabile e imposta dalle circostanze, è una battaglia nobile e necessaria che, a discapito della sua forza, non può che risolversi nella perdita.

La seconda raccolta dell’antologia, Descrizioni in atto, i cui testi coprono l’intero arco temporale degli anni Sessanta, compone il proprio titolo in forma antifrastica: Matteo Marchesini, nel commento prefatorio, nota che le descrizioni in atto sono descrizioni in fieri, le quali guardano da fuori il loro stesso formarsi: descrizioni e, al tempo stesso, narrazioni. L’effetto di queste ampie composizioni è quello di poesie che sembrano comporsi nel momento della lettura, attraverso un gioco di incastri simultanei di passato e presente, citazioni e virgolettati, ammiccamenti e riflessioni. Le descrizioni s’ammantano via via di un progressivo sperimentalismo, che porta il poeta a viaggiare da una parodica rappresentazione di Hitler agli ozi di Annibale a Capua, da Omero sino alle petroliere dell’Eni e alle automobili della Fiat, dal miracolo americano dell’ice-cream all’ormai canuto Marx.

Nella moltitudine d’immagini che si susseguono rapide di verso in verso, spesso sovrapponendosi, si fa strada l’ammonizione inutile di chi ha vissuto il disastro ormai collettivamente rimosso, in un tempo in cui la partecipazione viene considerata una “debolezza romantica”: “non dimenticateli i morti. / Quando scoppiano i fucili / i passeri volano.” Il poeta condanna l’indifferenza, attribuendola alla fisiologica viltà dell’uomo, privo di memoria storica: tra mille anni “Cuba e Congo suoneranno / come Tessaglia e Tebe”, il tempo appiattirà ulteriormente la memoria, livellerà le epoche, le incrosterà di polvere.

Nella raccolta dal titolo apparentemente più cupo, L’Italia sepolta sotto la neve, si fa strada una nuova e diversa concezione del poeta e della poesia: se prima l’autore di versi era impotente di fronte alla constatazione degli orrori e non poteva fare altro che, inutilmente, denunciarli, ora il suo ruolo viene rivalutato: “[…] i poveri scrittori di versi sono indispensabili solo quando si deve ricominciare dopo una sconfitta. Ecco perché prima di nascere devono morire”. Il contesto è cambiato, la raccolta vede la sua prima pubblicazione solo a metà degli anni Ottanta: sono gli anni delle stragi di Stato, delle sconfitte delle sinistre, della Guerra fredda. Il poeta accoglie le complesse sfumature del reale e le fa rimbalzare sotto gli occhi del lettore in ampi versi dal respiro epico; l’ultimo pensiero va, inevitabilmente, alla letteratura: “Vanno letti tutti i libri che si scrivono nel mondo. / Vanno letti con pazienza poi dolcemente teneramente… / dimenticati”.

grillenzonigiulia00@gmail.com

 

L'autore

Giulia Grillenzoni
Cresciuta tra le nebbie della campagna padana a piada e filastrocche popolari, oggi studia Lettere moderne all'Università di Perugia. A volte scrive, altre dipinge; si interessa di Letteratura italiana e in particolare di poesia del Novecento. Di natura errabonda, sogna di girare il mondo con uno zaino in spalla.