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L’orto di Eliseo

L’órt ad Liséo di Tonino Guerra, pubblicato nel 1989 per Maggioli Editore nella collana “I serpenti acrobati” a cura di Roberto Roversi, è un poemetto “a stagioni” in dialetto romagnolo, in cui i singoli testi si susseguono in senso cronologico, all’interno di sezioni corrispondenti ai mesi dell’anno. Immediata è l’apparizione del protagonista, un anziano di “utènt’an e piò” intento a rivoltare pere ammaccate e a distendere semi di zucca su una latta arrugginita: Eliseo vive solo nel suo orto a Ranco, in val Marecchia, al quale dedica interamente le proprie giornate. Vedovo, il vecchio giardiniere è l’unico superstite rimasto nella casa, “eremóita” in un borgo di ruderi e catapecchie alle pendici del Sasso di Simone. L’atmosfera umile e dimessa, tuttavia, non cede mai alla desolazione grazie all’irrompere costante di elementi vitali, rassicuranti: il profumo delle ciliegie, il canto delle cicale, la visita di qualche conoscente. Ai pochi pellegrini che lo vanno a trovare, Eliseo dispensa parole di saggezza dal tono proverbiale, come accade nel caso della parente recatasi da lui in occasione del suo compleanno, che prima di congedarsi gli domanda se crede o no nell’esistenza di Dio: “Liséo ch’u n s’aspitéva una dmanda acsè / u s’è mèss a fè al nasètti mi laz dal schèrpi. // Mo quant i è stè sla pórta u i à dè la rispòsta: / ‘A dói che u i è e’ Signòur e’ pò ès una buséa, / a dói ch’u n gn’è e’ pò ès una buséa piò granda’” (Eliseo, che non si aspettava una domanda così / si è messo a rifare il nodo ai lacci delle scarpe. // Ma quando stavano sulla porta le ha dato la risposta: / “Dire che c’è il Signore può essere una bugia, / ma dire che non c’è può essere una bugia più grande”).

Nella struttura del poemetto – imperniato su versi liberi e sciolti, privi di inarcature e dunque inseriti in strofe sintatticamente unitarie – il punto di rottura coincide con l’arrivo del nemico, una talpa, che ha preso ad abitare nell’appezzamento devastando la terra coi suoi scavi: “Ormai la zvòlla, al frèvli e l’insalèda, / l’era un campsènt” (Ormai le cipolle, le fragole e l’insalata / sembravano un cimitero). Come scrive Roversi nella prefazione al libretto: “è la guerra di Troia. L’orto è subito una città assediata, il vecchio non è il re Priamo solo bagnato di saggezza e di anni ma Ulisse assai poco rassegnato, che non cerca neanche il sonno.” L’accanita battaglia contro la talpa diviene la spina dorsale dell’andamento narrativo: Eliseo, eroicamente, le fa la posta, l’insegue con la vanga, cerca di farla fuori in tutti i modi. Un amico venuto a conoscenza del problema gli regala un gatto; le vicende che vedono protagonisti il giardiniere e il suo nuovo alleato costituiscono una breve parentesi dal gusto donchisciottesco: lo stralunato micio, invece di cacciare il roditore insegue le farfalle, finché Eliseo, scontratosi più volte con la sua inefficienza, lo afferra per la collottola e lo getta nel fiume.

Benché l’anziano eremita emerga nettamente quale protagonista principale, Guerra non si orienta mai verso una visione antropocentrica: se la materia umana può dirsi preponderante, ciò si deve solamente alla maggiore disposizione all’azione da parte dell’uomo, poiché a ciascuna creatura che circonda Eliseo, nel suo piccolo mondo sterminato, viene conferita pari dignità ontologica. A tutti gli elementi, dall’animale al vegetale, sono attribuite caratteristiche e stati d’animo umani: “L’órt l’avéva digeréi al spurchèri de purbiòun / e tótti al piènti al stéva za in saléuta. / Sultènt al zócchi masèdi sòtta al lati / agli avéva paéura dla bróina” (L’orto aveva digerito le porcherie del polverone / e tutte le piante stavano già in salute. / Soltanto le zucche, nascoste sotto le latte, / avevano paura della brina). Oppure: “E’ vléva fè curàg ma cla scaràna / ch’la era sémpra pròunta a dè l’arpòuns, / sénza capói che quei dla chèsa i l’éva abandunèda. // E’ consulèva li e u s consulèva par lèu”. (Voleva fare coraggio a quella sedia / che era sempre pronta a dare riposo, / senza capire che quelli della casa l’avevano abbandonata. // Consolava lei e si consolava lui).

La vitalità dei soggetti co-protagonisti contribuisce a conferire all’opera una complessità epico-ariostesca, piuttosto che la linearità di un rustico poemetto eroico; si tratta comunque di un’epica dai colori smorti, destinata a una fine breve: anzi, è proprio il suo perdurare anacronistico a conferire alla vicenda di Eliseo un afflato tragico, a tratti tragicomico, rocambolesco. “Disperato lirismo e disperato realismo”, commenta Pasolini in Poesia dialettale del Novecento (1952) a proposito della prima raccolta di Guerra, I scarabócc (1946); qui, a distanza di più di quarant’anni, permane forse il disperato realismo, non il lirismo, declinato a favore di una rappresentazione corale. O meglio, è la stessa disperazione a svaporare per lasciare il posto a sorrisi amari, talvolta a distorte ironie; la malinconia del passato emerge, ma non sconfina nell’abbandono: il mondo di Eliseo è ben calato in un presente che è già Storia, un presente “invecchiato”, come scrive Contini nel saggio che apre la più nota raccolta di Guerra, I bu (1972).

Emerge dunque di sbieco il ricordo di un tempo lontano, ed esso si concreta nel dialogo col nemico: Eliseo si racconta proprio alla talpa che ha intenzione di ammazzare. Le due guerre mondiali vengono narrate senza particolari sentimentalismi né afflizioni, come un dato di fatto, con tratti di pittoresco realismo; Eliseo ha assecondato le vicende della propria vita come le piante del suo orto accolgono il passaggio delle stagioni. Allo stesso modo è raccontata l’origine del suo mestiere di giardiniere: “In zóir u s’è savéu che l’éva al mèni d’or / par fè crèss al fòi ènca mi sas / e il ciaméva a pagamént d’in qua e d’in là” (In giro si è saputo che aveva le mani d’oro / per far crescere le foglie anche ai sassi / e lo chiamavano a pagamento qua e là).

La chiusa del poemetto, che coincide con l’epilogo della battaglia, si risolve in un’immagine di sconfitta: Eliseo, col fucile in mano, in una notte di biancore lunare, intuisce d’aver perso la guerra: “Agli òmbri niri dal fòi di chèval al s muvéva / a ma léu u i paréva che l’órt / e’ fóss ormài tal mèni dal tópi” (Le ombre nere delle foglie dei cavoli si muovevano / e a lui pareva che l’orto / fosse ormai nelle mani delle talpe).

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L'autore

Giulia Grillenzoni
Cresciuta tra le nebbie della campagna padana a piada e filastrocche popolari, oggi studia Lettere moderne all'Università di Perugia. A volte scrive, altre dipinge; si interessa di Letteratura italiana e in particolare di poesia del Novecento. Di natura errabonda, sogna di girare il mondo con uno zaino in spalla.