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Diabolik 2021 + Diabolik 2022

Il paragone corre al film del 1968. Mario Bava dietro la macchina da presa. Genio del crimine, più o meno come Diabolik, che ritornava al sangue – prodigo di pallottole e agitate irrisioni – dopo l’indisponente trio Franco, Ciccio, Vincent Price. Andava e molto la psichedelia: i sacri piedi dei Beatles, in Italia un dolce ricordo; Woodstock di là da venire e il corpo di Marisa Mell – Eva Kant (dal semifreddo al seminudo) brillava di stile svogliatamente hippy. John Philipp Law giovanottone di discrete speranze re-incantava il Diabolik appena tentato da Jean Sorel, tre anni prima: bello ma di disanimante languidezza, aristocratico, francese e deloniano da – beato lui – panchina corta.

Il messinese Adolfo Celi, rampollo di un senatore di quel che fu il Regno, eroe d’un nero pregiato di due mondi, ma da lì al Sandokan dell’efebica francesina Carole André, lo avremo malignamente dimenticato. Peccato. E dimenticato era il Diabolik né fumetto né anti-eroe, ladro, assassino, bensì icona di un mondo che ri-raccontava se stesso dopo l’anti-sbornia dei trascorsi Cinquanta. Detto fatto: quel mondo reso ricco dal boom, fabbricato sulle fondamenta di false onestà (Le mani sulla città, I mostri, Francesco Rosi, Dino Risi, entrambi del 1963), era fenomeno da tener d’occhio. Tra le morali di una commediola bella e “dannata”, e una letteratura per fanciulli eletti al rango di dirigenti di qualunque cosa di incredibilmente italiano, sorgeva l’essere infernale che di quel pianetino era, per così dire, baricentro peccaminoso. La società era cresciuta ma cresciuta male; Diabolik figlio di quello stesso male, Lady Kant l’immoralità della bellezza, Ginko l’arrancare dell’ombra del “padre”. Il notaio a cui nulla, dopo, sfuggiva perché tutto in quel mondo, assassino e assassinato, si dava alla fuga.

Ai fratelli Manetti non sfugge la destinazione di quel messaggio che è filosofia bella e buona. Bava sbraita, i Manetti sussurrano. Eva è il mondo nelle sue imperfezioni, proprio lei: iconograficamente perfetta. Le infinite avventure di cui è protagonista col compagno di cui sconosce perfino il nome, sono risposte dovute a una natura che esibisce senza censure la morte dei valori. Ma Eva e Diabolik – seppur in una duplice finzione – rischiano tutto nell’atto di punire, da cattivi, i veri cattivi, residui di una società nella quale la foggia di un abito o una collana di rubini, che attraggono e molto la borghesia italiana, sono ordinariamente collocabili e collocati al centro di abitudini tramandate. Eva e Diabolik (cioè l’uomo nero) originano dai sensi di colpa di chi dovrebbe ritenersi esente, appunto, da colpe ufficiali ma è ferocemente vittimizzato dal proprio Super-ego. Eva e Diabolik sono, in realtà, dei somministratori di “giustizia”, giusta o ingiusta, reale o presunta.

Il male non può partorire il bene. Diabolik è di un esistenzialismo saldo da fumetto, appunto, noir allo stato nascente. Se Eva non chiede, non dice e non spiega, animale di una femminilità del tutto dimenticata, Ginko ama i distinguo. Legge e disordine contro legge e ordine e nel dialogo tra i rivali, in una Trieste post-guerra, si parla appunto di legge: l’una è quella degli uomini, l’altra quella degli “attuali”. Con Diabolik nasce la frattura pop tra la dimensione dell’essere e quella del dover essere. E in quest’ordine “animico”. Nel personale stralunato di Luca Marinelli l’appetito frastagliato di un anti-eroe pronto a ricordarci quel che siamo diventati.

Ginko all’attacco!, ovvero Diabolik 2 – “la vendetta”… La bellezza vi è protagonista. Eva Kant ancora una Miriam Leone in parte fumettistica, la cui freddezza, come da copione, non produce alcuno stracco dis-affezionarsi al personaggio. Nelle alternanze tra umanità femminile e dis-umanità spietata a vincere è la sua avvenenza da “animale” sognato, da in-attuabile figura artistica. Piuttosto a suo agio, la catanese, nel fintare una coscienza da ordinario vivente tanto da quasi-bisticciare col suo Lui per accendere quel meccanismo di rivincita che è il, e nel film. Noi sappiamo, lei sai che noi sappiamo, il gioco è accarezzare, comunque, lo sguardo dello spettatore. Brava.

Monica Bellucci, la mora, è un’Altea che ben simula la propria “non-sfuggenza”, recita per quel che c’è da recitare da innamorata di sangue blu e tenta di strappare dal compassatissimo Valerio Mastandrea, cioè da Ginko, un impossibile sentimento di abbandono. Anche la sua è, tutto sommato, freddezza da carta e inchiostro ma il suo “spessore” non vale quello della bionda concorrente. Ma vi è una terza “bellezza” affrontata dai registi: bellezza di movimento per oggetti colti nella loro essenzialità di materia, forma e funzione. Nella buona versione che i romani fratelli Manetti fanno di un fumetto che vive di narrazione del dettaglio, la cura per il dettaglio diviene azione del “doppiamente narrare”: per se stesso (e in se stesso) e per noi destinatari divertiti.

Non si può apprezzare questa seconda prova dei Manetti Bros. se non si fa lo sforzo, non molta roba per chi ha l’età giusta, di intellettualizzare una pellicola che intellettuale non è. Qui sta la scommessa, ovviamente vinta. Se osservata e pensata con occhi e mente da terzo millennio ingenuità (soprattutto verbali) e pensionabili lentezze figurerebbero come forme narcisistiche di auto-compiacimento, di tesa ricerca di alterità tra le super veloci e nevrotizzanti proposte cinematografiche dei giorni nostri. “Reazioni” di sostanza tra un regista italiano che dirige urla e sciagure e un americano che esorcizza la fine del mondo. Ma se il (“giusto”) gusto cognitivo per un’immagine del mondo vecchia e forse non “invecchiabile”, se quell’indugiare sui semplici spazi di oggetti (gioielli) e soggetti (volti), oltreché ricerca pulsionale di bellezza, e non è poco, vorrebbero significare la ri-consegna di un copione al suo ambiente reale e ideale, allora la riproposizione di un mondo di uomini-mostrificabili (come dovrebbe esserlo Diabolik, demonio o mostro) e non di mostri (meccanici) fattisi uomini in forma e “pensiero”, ci ri-darebbe un creato-dei-vivi-e-per-i-vivi nelle sue ovvie umanissime dis-umanità.

Diabolik (un Giacomo Gianniotti un po’ troppo “bamboccio” se accostato a Marinelli), Eva, Ginko (tutto lavoro e lavoro), Altea, le guardie, i ladri… “personalità” tutte (peccatori, per intenderci, carne, sangue e valori) che occupavano ruoli in un trascorso qui e adesso nel quale e per il quale i fenomeni odoravano di una realtà indimenticata. La bellezza, il danaro la ricchezza perfino l’onestà di un ispettore eternamente perdente erano guadagni “operai”, momenti di uno spirito terreno, fasi di una guerra con armi e divise. E cosa meglio di un film che ri-cerca ordini e disposizioni di un fumetto dei Sessanta, uno spazio virtuale che ri-diventa superficie, può sortire un effetto di un positivo ridestarsi se non altro “teatrale”?

Anche le musiche riportano al periodo nel quale sperimentare era virtù esibita da pochi e per i molti; perfino i rumori ri-costruiscono un’immagine del mondo non adattabile ai nuovi sensi. Miglior colonna sonora è l’attimo nel quale un agente della squadra di Ginko chiudendo una portiera produce un suono metallico e “disarticolato”. È dunque in quegli anni che, utilizzando proprio le parole del re del terrore, Diabolik avrebbe avuto un ruolo essenziale, quello del “giustiziere” in uno spazio umano in equilibrio quasi-imperfetto tra melodie estranee a se stesse.

marcoiacona@libero.it

 

 

 

L'autore

Marco Iacona
Marco Iacona, ricercatore e scrittore. Ha pubblicato circa venti volumi. Del suo percorso intellettuale ricorda, finora, la citazione del suo primo libro, in un saggio di un teologo australiano, in compagnia di Joseph Ratzinger e Michail Gorbaciov e il giorno in cui sentì pronunciare, per la prima volta, da Carmelo Bene la frase: «Faccio il possibile per rendermi inutile!»