avvenimenti · In primo piano

Ludwig – Gli ultimi eredi del nazismo. Dialogo con Laura Antonella Carli  

C’è un filo nero che lega l’eversione nazifascista in Italia, la cui trama è un tessuto slabbrato, a maglie larghe, ma con un punto di congiunzione preciso: il Veneto degli anni Settanta e Ottanta. È qui che un misterioso gruppo neonazista commette omicidi che scuotono tutto il Nord Italia. Le vittime all’inizio sono emarginati sociali o devianti: senzatetto, prostitute, tossicodipendenti. I delitti vengono rivendicati con volantini che inneggiano al nazismo e firmati “Ludwig”. Mentre parte la caccia al misterioso omicida, Ludwig alza il livello dello scontro e passa a massacrare preti e a compiere vere e proprie stragi dando fuoco a discoteche e sex club. Finché, nel 1984, vengono arrestati due giovani della “Verona bene”: Wolfgang Abel e Marco Furlan.

Sono davvero loro i serial killer che si nascondono dietro lo pseudonimo “Ludwig”? O fanno parte di una rete più ampia che prende le mosse da una nuova declinazione di nazismo esoterico? Il podcast Ludwig – Gli ultimi eredi del nazismo cerca di scoprirlo con interviste esclusive ad alcuni dei maggiori protagonisti della stagione degli anni di piombo. Prodotto da Lucky Red, scritto da Laura Antonella Carli e Nicolò Tabarelli, il lavoro d’inchiesta affronta i temi più spinosi della “mitologia” della destra – dall’esoterismo al culto dell’ordine – senza peritarsi di interrogare il contesto, di mettere in fila i punti più oscuri cercando, fin dove è possibile, di andare al fondo delle soluzioni.
Ne parlo con Laura Antonella Carli.

Quella di Ludwig è una storia in parte sommersa, un punto nella galassia dei cosiddetti “anni di piombo”, tanto prismatici e densi da risultare insondabili. Quando hai deciso, con Nicolò Tabarelli, di occuparti della vicenda, e perché?

L’idea di realizzare un podcast su Ludwig è nata intorno al 2018, ma la prima volta che mi sono imbattuta nel caso è stata uno o due anni prima. Una delle prime cose che ho pensato è stata: perché non ne avevo mai sentito parlare? È una storia che colpisce profondamente, non solo per l’orrore degli eventi, ma anche per la sua unicità nel panorama criminale italiano. Una storia forte e tremenda ma quasi sconosciuta. Nel frattempo stavo tenendo d’occhio il podcast come strumento di racconto e di indagine giornalistica, così è nata l’idea di combinare storia e mezzo. Prima di cominciare però mi sono chiesta: c’è davvero qualcosa di nuovo da dire su questo caso? E approfondendo mi sono resa conto che i nodi irrisolti c’erano. Il dubbio che affiorava continuamente, dalle testimonianze e dalle dinamiche di alcuni delitti, era che i due condannati, Abel e Furlan, non avessero agito da soli ma con la complicità di almeno un terzo e forse di un gruppo più ampio. Ho scritto un pitch piuttosto dettagliato e l’ho mandato a Pablo Trincia, che era da poco uscito con Veleno e che ha subito apprezzato l’idea. Per gestire la mole di lavoro e arricchire il racconto, ho coinvolto Nicolò Tabarelli, un giornalista preparato e disponibile.

Il podcast come strumento di approfondimento e analisi, forse il più adatto – per tempi, ritmi, intensità – a raccontare una storia di non detti, di ipotesi che crescono le une sulle altre. Cosa vi ha spinto a scegliere questo mezzo?

Ho unito una storia che trovavo intrigante e un mezzo che volevo assolutamente sperimentare. Ho iniziato ad ascoltare podcast ormai quasi 10 anni fa grazie ad alcuni amici della radio universitaria ed è un mezzo che mi ha subito catturato. Per un lavoro di inchiesta poi, come dici tu, il podcast è perfetto perché, rispetto alla scrittura, permette di inserire elementi narrativi interessanti, come le voci vere dei protagonisti o i suoni ambientali, dalle cicale delle campagne venete al traffico di via Padova a Milano. Rispetto al documentario video ha invece il vantaggio di essere più snello, non solo perché economicamente più accessibile ma anche perché più discreto: davanti alla telecamera molte persone si irrigidiscono, mentre un microfono o un registratore mettono meno in soggezione. Per una storia complessa come quella di Ludwig, con i suoi non detti e le ipotesi che si stratificano, il podcast offre una dimensione narrativa unica: permette pause, approfondimenti, ricostruzioni graduali che altri media rendono più difficoltose.

È di queste settimane la notizia della riapertura delle indagini sul rogo del cinema Eros di Milano, avvenuto il 14 maggio 1983. A tale vicenda voi dedicate un intero episodio, dal titolo La strage dimenticata. Quali scenari si aprono ora?

La riapertura delle indagini sul rogo del cinema Eros è molto recente: al momento si sa solo che alla procura di Milano è stato aperto un fascicolo contro ignoti. Io però non sono molto ottimista sugli sviluppi. La morte di Abel segna probabilmente la scomparsa dell’ultima possibilità di fare chiarezza. La strage di cinema Eros è uno degli episodi che più fanno pensare alla presenza di almeno un terzo uomo, è vero, ma non è certo l’unico. Mi auguro che un’eventuale riapertura non si limiti a questo specifico episodio – per quanto mi coinvolga particolarmente – ma abbracci una prospettiva più ampia.

Oltre a Wolfgang Abel e Marco Furlan, alle loro vittime, a chi ha incrociato i destini degli uni e degli altri, è il Veneto il grande protagonista di questa storia. L’episodio Tutti gli uomini di Ludwig si apre con una citazione di Dino Buzzati che fotografa la natura misteriosa di questa terra, talmente placida da risultare, a volte, spettrale. «Il male si direbbe debba sentirsi spaesato», scrive l’autore. Che peso ha la regione e il clima politico-sociale di quegli anni nelle vicende di Ludwig? Come è stato attraversalo, che sensazioni ha prodotto?

L’idea, con Nicolò, era proprio restituire l’ambiente che ha prodotto questa storia: un territorio la cui complessità storica diventa chiave di lettura per comprendere Ludwig. Il Veneto che abbiamo attraversato noi è molto diverso da quello dell’epoca: il boom della piccola e media impresa, che aveva trasformato questa regione povera in “locomotiva d’Italia”, non solo non si respira più, ma si vedono chiaramente i segni di declino nei capannoni industriali e nei negozi all’ingrosso abbandonati. Anche Verona è diversa. La destra ha cambiato faccia ma l’impressione è di una città ancora molto intrisa di politica, con un clima ancora teso per i militanti di sinistra. All’epoca, il Veneto era un territorio politicamente densissimo: la Democrazia Cristiana conviveva con una sinistra radicale, soprattutto a Padova. Ma è stata soprattutto la regione cardine del terrorismo nero, da piazza Fontana alla strage di Brescia. Particolarmente significativo è il ruolo di Ordine Nuovo, che ha saputo connettere dimensione politica e religiosa attraverso un’ideologia esoterica e suprematista. Questo humus culturale rappresenta probabilmente il “brodo di coltura” che ha reso possibile l’emergere di un gruppo come Ludwig. La citazione di Buzzati che apre l’episodio – «Il male si direbbe debba sentirsi spaesato» – diventa una chiave di lettura perfetta: un male che non sembra tale, che si nasconde dietro la rispettabilità, ma che nel Veneto di quegli anni sembrava muoversi con sorprendente naturalezza.

Le vittime di Ludwig sono individui fuori-norma, soggetti considerati “deviati”, incompatibili con una certa idea di ordine: prostitute, barboni, omosessuali, tossicodipendenti, preti “lussuriosi”, discoteche. Che idea vi siete fatti in merito, e quanta coerenza c’è con i principi e/o “valori” della destra eversiva?

La scelta delle vittime di Ludwig non è casuale, ma segue una logica precisa di “pulizia sociale”. I soggetti colpiti – prostitute, rom, omosessuali, tossicodipendenti – sono tutti individui considerati “fuori-norma”, incompatibili con un’idea estrema di ordine. È importante premettere che Abel e Furlan non si sono mai espressi direttamente sui loro moventi. Restano quindi i volantini di rivendicazione, espliciti nei richiami nazisti ma rozzi e più provocatori che programmatici. Eppure, la selezione delle vittime parla chiaro: c’è una volontà dichiarata di “purificare” la società, eliminando chi viene percepito come “indegno”. La nostra tesi è che, a prescindere che Ludwig sia solo Abel e Furlan o parte di un gruppo più ampio, l’elemento politico – riconducibile all’area della destra eversiva – sia assolutamente centrale per comprendere questi delitti. La scelta di colpire i soggetti più vulnerabili diventa essa stessa un manifesto: un modo violento di ridisegnare i confini della società secondo una logica di estrema esclusione.

Consentimi ora una domanda personale: cosa ha rappresentato, per te, immergerti in questa storia? 

Immergermi nel caso Ludwig è stato come esplorare un territorio buio della nostra storia recente, dove la cronaca si intreccia con la dimensione morale e psicologica. Non è stata solo un’inchiesta giornalistica, ma un viaggio dentro meccanismi sociali profondi che generano violenza. Per questo ci interessava non solo andare in fondo alla storia ma esplorarne anche il contesto. L’insistenza sul movente politico è forse l’aspetto che ha reso il podcast più difficile rispetto a una comune storia true crime. Per noi però era essenziale, e non solo perché la politica e la storia italiana – soprattutto gli anni di piombo – sono temi che mi appassionano. Un aspetto cruciale emerso dall’indagine è quanto sia deresponsabilizzante – e pericoloso – liquidare questi casi come atti di “pazzi isolati”. Dietro ogni gesto criminale c’è sempre un contesto: una rete di relazioni, una cornice culturale, un humus ideologico che lo rende possibile. Bollare Abel e Furlan come mostri individuali significa sottrarsi al compito più importante: comprendere come certi meccanismi di esclusione e violenza possano radicarsi in un tessuto sociale.

ginevraamadio@yahoo.it

 

 

 

 

 

L'autore

Ginevra Amadio
Ginevra Amadio si è laureata con lode in Scienze Umanistiche presso l’Università Lumsa di Roma con tesi in letteratura italiana contemporanea dal titolo Raccontare il terrorismo: “Il mannello di Natascia” di Vasco Pratolini. Interessata al rapporto tra letteratura, movimenti sociali e violenza politica degli anni Settanta, ha proseguito i suoi studi laureandosi con lode in Filologia Moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con tesi magistrale dal titolo Da piazza Fontana al caso Moro: gli intellettuali e gli “anni di piombo”. È giornalista pubblicista e collabora con webzine e riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema e letteratura otto-novecentesca. Sue recensioni sono apparse in O.B.L.I.O. – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca. Collabora stabilmente con Treccani.it, con il blog del Premio Letterario Giovanni Comisso e con le riviste Frammenti, Npc Magazine, Sapereambiente, Cronache Letterarie. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del Cinema Italiano dedicato al cortometraggio.