Risale a più di trent’anni fa un mio carteggio con Alessandro Galante Garrone, l’illustre storico, scrittore e partigiano, tra i padri fondatori della nostra Repubblica, composto da sette lettere e una cartolina (che riproduce un angolo di Coassolo Torinese, località presso la quale, dopo l’8 settembre 1943, Galante Garrone, sfollò con la famiglia), nelle quali, negli anni tra il 1991 e il 1994, partendo da informazioni e notizie che gli avevo chiesto su Domenico Nicolai (1778-1842), esiliato e martire del nostro pre-Risorgimento, ispiratore presso Giuseppe Mazzini, secondo il giudizio critico di Galante Garrone, dell’immagine dell’albero della libertà piantato da mani cittadine, e della stessa formula “libertà, unità, indipendenza”, lo storico, nelle sue lettere, si allargava in considerazioni etiche e politiche sul presente (il presente di quegli anni Novanta del secolo scorso), che valsero per me, sin da allora, come sprone per un impegno civile in quanto docente, nel segno di quell’Umanesimo non retorico, o vacuo, ma civile, che avevo appreso dal mio maestro Francesco Tateo. In attesa di pubblicare l’intero carteggio, salutando l’anno nuovo, questo 2025, che segna un anniversario tondo, ben ottant’anni dalla lotta di liberazione dal nazi-fascismo (1945-2025), e la conseguente nascita «dalla» e «nella» Resistenza della nostra Costituzione, mi piace riportare integralmente (e per la prima volta) il testo di una di queste lettere di Alessandro Galante Garrone, che conservo amorevolmente, datata 6 maggio 1994, non soltanto per il suo valore di “documento”, ma anche per la passione etico-politica che essa, ancora oggi, trasmette (nonostante siano trascorsi trent’anni dalla sua stesura):

Caro professore, la mia tarda età (85 anni), i miei acciacchi non lievi, gli impegni di vario genere, lo sdegno per tanti aspetti dell’Italia di oggi (detesto questa nostra Destra, una e trina), tutto cospira per farmi mancare ai più elementari doveri. Eppure, una consolazione è per me pensare che c’è qualcuno che si è accinto, con entusiasmo, a fare quel lavoro che io avevo sognato da ragazzo: una biografia di Domenico Nicolai.
Spero di ritrovare l’opuscolo (un estratto delle Memorie e Atti di una Accademia storica di Parma) che riproduce il testo integrale dell’opuscolo di Nicolai, anonimo, del 1831, che avevo scoperto alla Biblioteca Nazionale di Torino, scritto dopo la rivoluzione di luglio e prima dei moti italiani del febbraio 1831. C’è, in quella mia pubblicazione, anche una mia Introduzione: il mio primo saggio storico, di una ventina o poco più di pagine: una cosa ingenua, quasi ridicola (ma scritta con la passione di un giovane antifascista, che si nutriva della Critica di Croce e di Omodeo, e già “cospirava” a contatto con gli ambienti politici che si erano riuniti attorno a Carlo Rosselli, nel movimento neonato di Giustizia e libertà). Il mio sentimento di allora (al quale sono rimasto fedele per tutta la mia vita) traspira da quelle mie pagine di scarsissimo valore storiografico, ma che sono proprio all’origine della mia passione per la storia. Le scrissi che ero ancora studente, e stavo per laurearmi in Storia del diritto (sulle Costituzioni, appunto, nate, in Italia e fuori, all’indomani delle Trois glorieuses (le tre giornate di luglio). Se legge la frase conclusiva della mia Introduzione, capirà il mio animo. Quel lavoretto (il mio primo in opuscolo, che naturalmente, nel dopoguerra, mi guardai bene dal mandare come “titolo” al concorso universitario) ebbe il solo pregio di “scoprire” che Mazzini, arrivato a Marsiglia nel 1831, lesse quell’opuscolo, e ne fece sua, poco dopo, la frase sull’albero della libertà (veda su ciò, la mia introduzione a L’albero della libertà, una mia raccolta di saggi, edita nel dopoguerra dall’editore Le Monnier). Nella primavera del 1931, poco prima di scrivere la mia introduzione, conobbi a Torino Croce, grazie a Omodeo, e gli parlai dell’opuscolo. Croce stava scrivendo allora la Storia d’Europa, e la pubblicò allora, prima che in volume, in memorie accademiche, e mi mandò l’estratto delle puntate. Fu allora che egli ne tenne conto. Di tutto questo ho parlato poi, se ben ricordo, nella mia edizione Le Monnier, di cui le ho parlato sopra. Lei mi domanderà: ma perché ha interrotto i suoi studi, e non ha fatto il concorso per una cattedra di storia? Le dirò che ciò fu perché non avevo, non volevo avere la tessera fascista, necessaria per tutti i concorsi, tranne che per magistratura (e fu l’ultimo anno). E così diventai magistrato, e lo feci, con grande impegno, per 30 anni. Ma la passione per la storia, non del tutto sopita, si riaccese; e così… cambiai mestiere. Tutto questo le spiega la mia manchevolezza di storico, ma anche la mia fedeltà a certi principî di libertà, che oggi sento nuovamente minacciati. Spero che lei mi capisca, anzi ne sono certo, se veramente lei ha simpatia per Nicolai… Mi dica se e a che indirizzo posso mandarle una fotocopia dell’opuscolo da me pubblicato, conteneva la mia quasi ridicola ma appassionata introduzione (allora non sapevo ancora chi fosse l’autore dell’opuscolo). Anticaglie giovanili… Oggi ne sorrido. Mi scriva dunque, mi dia notizie. Le prometto una “grande” recensione. Cordiali saluti. E mi dica liberamente se condivide, o no, e perché, la mia posizione d’oggi. Un saluto da A Gal Garrone
Dal testo di questa lettera, benché riferita a un personaggio specifico (e minore) del pre-Risorgimento italiano, Domenico Nicolai, emerge, innanzitutto, la statura gigantesca di Alessandro Galante Garrone, la sua titanica dimensione etico-politica. Mi piace cogliere, inoltre, nel testo di questa lettera, lo stile autoironico, mai spocchioso, sempre attento all’interlocutore, indice di una nobiltà d’animo fuori dal comune. Pur ragionando di un suo studio giovanile (scritto e pubblicato quando era ancora studente universitario, a soli ventidue anni), Galante Garrone fonda la sua missione di storico proprio su di esso, sulla pubblicazione del testo di un opuscoletto intitolato Considerazioni sull’Italia, pubblicato a Marsiglia in forma anonima nel 1831, letto e “utilizzato” da Mazzini, che si trovava in quegli stessi mesi a Marsiglia, e che Galante Garrone, cento anni dopo, nel 1931, ri-pubblicava in Italia, con una sua Introduzione critica, ignorando ancora chi fosse l’autore (per identificarlo, successivamente, con Domenico Nicolai, deputato pugliese al Parlamento napoletano del 1820-21, tra i primi fuorusciti politici italiani). L’espressione «e già “cospirava”», contenuta in un passaggio della lettera, nel quale Galante Garrone indica in Croce, Omodeo, e Carlo Rosselli i “padri” di quell’antifascismo che nasceva intorno al gruppo “Giustizia e Libertà”, informa chi legge che, all’altezza del 1931, il ventiduenne Galante Garrone già sentiva nel suo animo la chiamata all’impegno antifascista. Leggendo la lettera, si apprende che Alessandro Galante Garrone aveva conosciuto Benedetto Croce a Torino, nella primavera del 1931, grazie ad Adolfo Omodeo, nel periodo in cui il grande storico e filosofo napoletano era impegnato a scrivere la Storia d’Europa, e che in quella circostanza gli avesse confidato delle sue “scoperte” intorno agli ambienti dei primi fuoriusciti politici italiani (e dei loro scritti e opuscoli), in rapporto a Giuseppe Mazzini, trovando in Croce un ascolto vivo e interessato, dal momento che il 16 novembre di quello stesso anno, Galante Garrone riceveva da Napoli, da Benedetto Croce, una lettera nella quale il filosofo, oltre che ringraziarlo per l’invio di copia di quell’opuscolo di Domenico Nicolai, da lui curato, così gli scriveva:
«La ringrazio con ritardo della sua memoria, che ho letto in questi giorni, e che, oltre ad essere condotta con somma diligenza, giunge a risultati importanti circa l’ambiente di idee e di tendenze e di sentimenti dal quale si spiccò l’opera del Mazzini».

Con scrupolo (e con legittimo orgoglio), Galante Garrone, nella Prefazione al suo libro L’albero della libertà, annota che Benedetto Croce, poco tempo dopo, mettendo mano alla sua Storia d’Europa nel secolo decimonono, raccogliendo i vari saggi già apparsi nelle memorie dell’Accademia di scienze morali e politiche della Società Reale di Napoli, aveva tenuto conto del suo opuscolo (sul Nicolai), fino a correggere, a proposito del monito mazziniano in favore delle mani, del sangue e delle spade “cittadine” per piantare e far crescere e difendere l’albero della libertà, l’originaria espressione «egli diceva», con quella più plausibile «egli ripeteva»:
«Insomma, registrava una circostanza significativa. Quella frase sull’albero della libertà non era di Mazzini, ma era l’eco diretta di una viva propaganda già corrente negli ambienti dell’emigrazione italiana, nel momento del suo arrivo in Francia. Una formula non creata da lui, bensì una ripetizione tolta dai compagni più anziani che lo avevano preceduto sulle vie dell’esilio».
Quanta distanza, mi preme sottolineare, rispetto a Domenico Nicolai (ma anche rispetto all’atteggiamento civico e pugnace di Benedetto Croce, prima, e di Alessandro Galante Garrone, poi), nell’assunzione di responsabilità e nell’aperta sfida al Potere, a partire dall’acquisizione della necessità di un impegno rivoluzionario diretto (mani, sangue e spade cittadine), rispetto a chi, invece, come un Alessandro Manzoni, pur celebrato come “padre della patria”, in quegli stessi anni, al riparo e al caldo della propria casa, protetto dal doppio cognome di famiglia (Beccaria e Verri), nel marzo del 1821, iniziava a scrivere la sua ode “patriottica”, per poi interromperla velocissimamente e tenerla nascosta per ben ventisette anni, fino al 1848 (quando fu pubblicato senza il suo consenso), temendo ritorsioni politiche e poliziesche. Altro che padre della patria, direi, piuttosto, campione di pavidità e di ignavia, che tenne una «imbelle condotta», in questa come in altre circostanze. Domenico Nicolai, esule del 1820-1821, era giunto a quella consapevolezza politica e rivoluzionaria a Marsiglia, in esilio, soffrendo anche la fame, e adattandosi a dare lezioni di italiano per tirare a campare, ma non piegandosi mai (fu l’unico, infatti, di quegli esuli del nostro pre-Risorgimento a non chiedere mai, e a non ottenere mai il perdono del re di Napoli, e a non rientrare più in Italia).
Negli Annali dell’Università degli Studi di Bari, volume XXXVII-XXXVII, 1994-1995, pubblicai un piccolo saggio intitolato «Su alcuni sonetti inediti di Domenico Nicolai», fornendo, in quella sede, anche un profilo biografico ragionato del patriota pugliese.
Domenico Nicolai, quinto marchese di Canneto di Bari (oggi, Adelfia, dall’unione con Montrone), patriota liberale e fiero oppositore dei Borboni, deputato al Parlamento napoletano del 1820-1821, entrò nelle pagine del romanzo di Pietro Citati, Storia prima felice, poi dolentissima e funesta, edito da Rizzoli nel 1989, come personaggio minore, ma di primaria importanza per lo sviluppo narrativo di quella storia. Mi colpì subito che uno dei più importanti scrittori italiani ospitasse nel suo universo fantastico il marchese di Canneto, il pugliese Domenico Nicolai, tratteggiandolo come figura nobilissima, ancorché isolata, negli ambienti del fuoriuscitismo politico marsigliese di quegli anni, gli anni tristi della prima ondata della repressione e della emigrazione politica italiana, che avrebbe conosciuto, decenni dopo, ben altre stagioni (e tutte tristissime). Il romanzo di Pietro Citati è ambientato nel mondo dell’emigrazione politica italiana del primo Ottocento, a Marsiglia, e narra la storia d’amore tra il bisnonno e la bisnonna paterni dello scrittore, Gaetano Citati e Clementina Sanvitale. In questa cornice storico-narrativa (e affettivo-sentimentale) che trova posto Domenico Nicolai, esiliato politico a Marsiglia, tra il 1829 e il 1842, anno della sua morte. Sarà proprio Domenico Nicolai a dare a Jacopo Sanvitale, padre di Clementina, rassicuranti informazioni sul giovane (esiliato) Gaetano Citati, e sulla sua famiglia, favorendo così l’unione tra i due ragazzi.
L’emigrazione politica valse a inserire in maniera organica alcuni intellettuali napoletani (di area “napoletana”, quindi pugliesi, calabresi, molisani, abruzzesi, siciliani) in un orizzonte culturale e politico nazionale. Questo accadde a Domenico Nicolai, che, a Barcellona prima, e a Marsiglia, poi, luoghi del suo esilio politico, entrò in contatto diretto con altri emigrati e fuoriusciti politici, non solo del Regno meridionale, compreso Giuseppe Mazzini. Nel 1831, Nicolai pubblicò, a Marsiglia, in forma anonima, un libretto politico, Considerazioni sull’Italia, nel quale, per primo, scriveva di “unità, indipendenza, libertà”, che poi Mazzini, suo lettore, avrebbe rilanciato come triade (così la chiamava Domenico Nicolai) nel programma della Giovine Italia (come ha ben dimostrato, in termini storici e filologici nei suoi libri, Alessandro Galante Garrone, storico del Risorgimento italiano):
«L’Italia sparpagliata in piccoli stati, l’Italia serva dello straniero riconquisterà una triade di meraviglie nella unione, nella indipendenza, nella libertà del suo popolo».
In un saggio, incluso nel volume L’albero della libertà, Alessandro Galante Garrone così scriveva dei rapporti tra il giovane Mazzini e gli ambienti del fuoriuscitismo politico italiano di quegli anni:
«Il 1831 fu veramente l’anno critico, decisivo nella storia della nostra emigrazione politica. Gli esuli appena giunti in massa dall’Italia s’incontrarono con quelli del 1820 e del 1821 […]. L’amarezza della sconfitta esacerbava le rampogne e le recriminazioni, induceva a discolpe e severi esami di coscienza, a supremi sconforti e a nuovi propositi di lotta. La catastrofe poneva in crisi la vecchia Carboneria […]. Da questo amaro disinganno e da questo ansioso fervore degli esuli antichi e nuovi balzò fuori Giuseppe Mazzini […] la novità, la grandezza dell’esule genovese appare ancor più evidente se si considera l’ambiente di esuli dal quale egli prese le mosse […]. Si vedrà da quali e quanti insospettati legami il giovane Mazzini fosse avvinto agli altri esuli, e come costoro, in più di un caso, gli fornissero i loro sentimenti e i loro pensieri, i temi propagandistici, perfino le stesse parole: come è il caso – per citare un solo esempio fra i molti – del pugliese Domenico Nicolai, marchese di Canneto. L’originalità di Mazzini consiste nell’audace risolutezza con cui egli scelse e fece sue, fra le tante voci discordi della nostra emigrazione, proprio quelle che potevano indicare la via della ripresa».
Il ritratto di Domenico Nicolai, che Alessandro Galante Garrone traccia nelle pagine della Prefazione al suo libro è commovente, e fa di Nicolai un protagonista di primo piano del nostro pre-Risorgimento:
«Nel corso di quelle ricerche risorgimentali, sollecitate anche dal centenario degli infelici moti rivoluzionari italiani del 1831, mi ero imbattuto in un opuscolo, Considerazioni sull’Italia, scritto all’indomani della rivoluzione di Luglio e alla vigilia dei nostri moti del ’31. L’ignoto autore, chiaramente un italiano rifugiato in Francia (e solo qualche anno dopo riuscii a identificarlo: era il pugliese Domenico Nicolai, marchese di Canneto, rifugiato a Marsiglia: una delle più belle figure della rivoluzione napoletana del 1820), così si era espresso: “L’albero della libertà non acquista salde e robuste radici, se non è piantato da mano cittadina, se da cittadino sangue non è fecondato, se ogni suo adoratore prima di cantare l’inno del risorgimento non dice: la libertà della patria è dono che noi dobbiamo alle risorte virtù cittadine”».
Per precisare, subito dopo, che di lì a qualche mese Giuseppe Mazzini si espresse negli stessi termini (di Nicolai):
«Nel dicembre del 1832, in una lettera a Pietro Giannone, lo stesso Mazzini riecheggiava lo stesso concetto: “Credo anche teoricamente che l’albero della libertà non frutti se non impiantato da mani cittadine, e fecondato da sangue cittadino, e tutelato da spade cittadine”. Da quel che ho detto sin qui, con un minuzioso raffronto di testi, mi pare risulti chiaro che Mazzini, giunto a Marsiglia in un momento di grande euforia ed effervescenza degli esuli politici vecchi e nuovi – quelli delle rivoluzioni del 1820 e 1821, e degli ultimi moti del ’31 -, aveva raccolto da loro, con quella prontezza di percezione che lo caratterizzava, e a non molti mesi dalla rivoluzione parigina che aveva scatenato fermenti e sussulti in molti paesi europei, la nuova idea che ogni paese dovesse conquistare con le sole sue forze la propria libertà. questa idea era nell’aria […]. Mazzini non aveva fatto che appropriarsi della bella immagine dell’albero della libertà, aggiungendovi di suo una calda perorazione sui doveri dell’Italia nell’”edificio europeo”».
La storia delle origini della «Giovane Italia», suggerisce Galante Garrone, fu:
«molto più complessa e corale di quanto comunemente non si pensi. Al centro c’è indubbiamente la personalità eccezionale di Mazzini; ma non si possono trascurare tutti gli altri attorno a lui, quelli delle vecchie generazioni, e i superstiti, ancora sulla breccia, delle ondate di esuli provenienti dalle rivoluzioni sconfitte del 1820, 1821, 1831, e i giovani che, dall’Italia o espatriati, risponderanno al suo appello».
Un composito mondo di «espatriati», in modo particolare gli esuli delle rivoluzioni fallite o sconfitte del 1820, 1821 e 1931, che, però, in un contesto europeo, e dal contatto con ordinamenti e apparati statali più avanzati, maturano nuove idee e nuovi progetti politici:
«Avevano maturato nuove idee e nuovi propositi d’azione, e più risoluti programmi liberali e unitari e di indipendenza per l’Italia. È in questo mondo dei superstiti (attori o spettatori) delle rivoluzioni di Spagna e d’Italia, fino alla rivoluzione di Luglio, che si attua una mediazione fra la caduca e astratta libertà giacobina, dono dello straniero, e l’incipiente consapevolezza di doversi battere per la conquista di una sia pur moderata libertà».
In un’altra delle lettere di Alessandro Galante Garrone a me indirizzate, datata 31 luglio 1994, si leggono le seguenti parole: «Non molli quell’argomento […]. Lei deve fare il lavoro che io sognai da giovane». A distanza di tanti anni, per tenere fede alla promessa fatta ad Alessandro Galante Garrone, e in concomitanza con gli ottant’anni della lotta di liberazione italiana dal dominio nazi-fascista, ho deciso di rimettere mano a questo mio progetto sulla figura e sull’opera di Domenico Nicolai, “padre” della patria.
L'autore

- Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.
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