Francesco Paolo Memmo[1] ci mancava da tempo. La sua improvvisa scelta nel 1992 di abbandonare tutto e smettere di scrivere poesia aveva lasciato soli amici e lettori. La sua onestà intellettuale, ad un certo punto, deve avergli impedito di continuare, e la sua insofferenza per gli usi e costumi della società letteraria, per la qualifica di “poeta” attribuita con troppa facilità, per la convinzione che il poeta abbia contribuito da solo a far perdere senso al suo possibile ruolo nella società, deve averlo convinto ad un taglio radicale con la scrittura. Le sue ultime opere l’avevano in qualche modo preannunciato. Basti pensare a una poesia come “I poeti”, contenuta ne In via esplorativa del 1991:
“I poeti sono come bambini: insopportabili
il più delle volte, e crudeli e feroci;
e sono come i giocatori di scacchi: monomaniaci,
dunque ancora più insopportabili; e sono come i preti:
un po’ viscidi, untuosi, molto falsi,
dunque a maggior ragione insopportabili.
Ovviamente con qualche eccezione: io,
ad esempio, che non sono un bambino,
non so giocare a scacchi, non ho l’aria
di un prete, non sono neppure un poeta,
se è per questo.”
Il sarcasmo qui è quello di chi constata una sconfitta, di chi confessa un distacco, di chi si prende in giro per troppa consapevolezza. Questo scrivere poesie e insieme guardarle dall’alto, nel loro stesso farsi, intervenendo con precisazioni, incisi, considerazioni, questo “dentro-fuori” nella poesia è uno dei tratti tipici della scrittura di Memmo. A partire dal primo libro del 1976, L’inverso della norma, che lo mostrò un poeta la cui scrittura era fatta di un rovello costante, un ossessivo interrogarsi sullo scopo della poesia e sul senso delle cose, una poesia in cui si seguivano i percorsi del pensiero, ma dove arrivava improvviso lo scarto autoironico o immaginativo. Una poesia immersa nelle contraddizioni e negli opposti, in cui emergeva il dissidio tra decostruzione e ricostruzione.
Da una parte emergevano una sorta di sfiducia nella parola poetica di riuscire a dire il reale e la presa d’atto di una ormai totale disarticolazione dell’Io, poetico ed esistenziale (numerosi gli episodi di discesa nell’onirico, nell’irrazionale e nel surreale: si veda la parola “delirio”, che intitola ben quattro poesie, e la presenza del “sosia”).
Dall’altra un ragionare continuo, ruminativo, fatto di “sillogismi imperfetti”, per riprendere un titolo di una poesia di quel libro, che ci consegnava un poeta teso a ritrovare una scrittura capace di superare lo iato tra cose e parole. Basterebbe in questo senso una poesia come “Sull’albero”:
“E l’albero: come lo dici
albero se albero non è se
non ha fronde e foglie
se non affonda le radici nel terreno
come lo dici (l’albero) se in quanto
tale (tale essendo) non ha
frutta né fiori se quando dici
albero albero iterando
albero ancora l’albero non c’è?”
Una poesia che lottava ostinatamente contro lo scontato porsi di fronte al reale perché impegnata a dire in maniera autentica gli affetti, i ricordi, l’amore, i momenti di smarrimento o le piccole epifanie quotidiane e – ancora una volta – il senso delle cose. In questo, “La neve” (nel volume Le precipue funzioni del 1980) rimane uno dei vertici della poesia di Memmo: un lungo monologo, che sarebbe da citare per intero, sull’impermanenza delle cose – dove la neve è simbolo di vita e di morte, “segno che rimanda ad altro”, con il suo incipit in media res:
“E poi giunse finalmente la neve ma a febbraio
(era assurdo pretenderla in altra
e diversa stagione) neppure a Roma del resto
ma fuori com’è logico in campagna:
un’enorme distesa: e tuttavia non bianca
(l’attesa ha sempre un margine di errore: eppure
doveva essere bianca così la ricordavo
affacciato al balcone: io che della memoria
– diciamo la parola – ho un culto).”
Poesia che si chiude con due versi esemplari:
“Benché fosse soltanto della neve che volevo
parlare. Di questa enorme distesa”.
La ricerca della parola che sappia vincere la “feroce resistenza” delle cose si ritrova fino a In via esplorativa del 1991[2]. In questo libro, però, la pervicacia del poeta sembra cedere alla disperazione, la sfida sembra essersi fatta più ardua:
“Se non fosse che sempre diverso
e sempre inafferrabile, sempre ferocemente
ambiguo è – un magma incandescente nei precordi –
l’obliquo infingimento delle cose,
la loro (dico) feroce resistenza,
il loro muto guardarmi”.
(L’obliquo infingimento delle cose)
La denuncia dell’io poetante si fa, in questo libro e nei versi di quegli anni, via via più aspra: arrivano i furori, che si nascondono nelle “maglie del discorso”, si affaccia l’odio per i luoghi comuni, la derisione compassionevole per i destini e le miserie umane, l’accusa accesa all’insulsaggine della Storia:
“La storia è un libro scritto
da un mediocre autore, da additare al ludibrio,
privo di stile, corrivo: uno scurrile
dipanarsi di eventi senza senso,
un immenso rumore di guerra (…)
La storia si fa scherno
della nostra poesia, dei nostri versi
avversi: ci è ab aeterno ostile.”
(La storia)
Il poeta se ancora una volta prende la parola sulla sua parola lo fa in modo paradossale:
“Io sul sogno che ho fatto stanotte
non ce la scrivo una poesia
nemmeno per sogno e nemmeno
te lo racconto a voce: passo
subito ad altro, o meglio ancora
passo la mano, passo a te la parola,
passo e chiudo (…)
(Interno notte)
Postosi volontariamente, fin dal suo esordio, al di fuori dei canoni poetici riconosciuti, Memmo, se già allora rinnegava sia il modernismo che l’ermetismo (“ora qui a grandi lettere/spaziando LA POESIA/ per lei recitando un deprofundis”) – e celebrava il funerale di Eliot, Pound, W.C. Williams, Ungaretti e Montale – ancor di più oggi ritiene che la poesia abbia come via privilegiata per “l’esplorazione del senso” l’intelligenza creatrice, la tecnica, i metri, i ritmi[3], e il ragionare, ancora una volta: perché la poesia “è un gioco in cui si vince di testa”.
La vocazione antilirica di Memmo e il rifiuto dell’apparato retorico della tradizione, assume nel corso degli anni forme di gioco linguistico, dove si rincorrono e affastellano – quasi una partitura jazz – assonanze, allitterazioni, parallelismi (tra le figure più usate, la simploche), calembour, accumuli, rime interne. È l’invenzione musicale, l’insistito lavorio dei rimandi, a costruire la sequenza dei versi e, alla fine, lo stesso senso della poesia.
Ne è un esempio il gruppo di poesie intitolato Esercizi di metrica e Variazioni:
“Io so che non dovrei dire io:
ahi se lo so, io lo so bene, io.
(…)
Io lo nego, lo annego, lo rinnego:
stupido ego, stolto super-ego
(Distici dell’io)
“In ogni verso c’è un po’ di universo:
velenoso, perverso. Io me ne verso
uno ogni tanto accanto, a me avverso.
E perso in un pensiero controverso:
dove vado, mi chiedo, dove verso
che luogo della mente, oscuro o terso”
(Variazioni sul verso)
Così, partito dalle cose – “non poi: l’oggetto prima di tutto / poi la parola che disperde e annienta” (da L’inverso della norma) – Memmo arriva alla parola che sospende l’oggetto, non ne fa più il suo referente: perché quello che conta è sì la cosa, ma ancora di più “il tuo pensiero che pensa di pensare” (da In via esplorativa), in un curioso gioco di prospettive a metà tra suggestioni magrittiane e pensiero filosofico.
Non rimane, dunque, che sperare che Memmo riprenda presto il “mestiere di poeta” da cui si era dimesso e torni a parlarci con il suo lucido guardare il mondo.
[1] Memmo è nato nel 1948 a Lanciano (Chieti) e vive a Roma. È stato giornalista e critico letterario. Amico e studioso di Vittorio Sereni e Vasco Pratolini, ha scritto su entrambi una monografia (rispettivamente 1973 e 1977). Di Pratolini ha curato diverse opere e i Romanzi, nella collana “I Meridiani” Mondadori (vol. I, 1993; vol. II, 1995).
[2] Un discorso a parte andrebbe fatto per i titoli dei libri di questo poeta: mai evocativi o lirici, ma sempre suggestivi nel loro rimandare ad altri sistemi con cui misurare il fare poetico: si pensi a Le precipue funzioni o a La sezione aurea del 1980. O ancora a, Linea di basso ostinato (2023) – titolo del volume che, per benemerita iniziativa delle edizioni “Il Labirinto”, raccoglie oggi tutta la sua opera fin qui scritta – dove è la musica (meglio, il disegno musicale) a dare significato al progetto poetico di Memmo.
[3] Non va dimenticato il Memmo metricista, autore di un apprezzato Dizionario di metrica italiana (Roma, 1983)
L'autore
- Baldo Meo è nato a Roma nel 1957. Ha pubblicato le sue prime poesie su “Alfabeta” e “Paragone”. Per diversi anni ha collaborato a riviste e quotidiani, occupandosi di letteratura angloamericana e di poesia italiana. Ha scritto saggi sul critico canadese Northrop Frye e sul poeta americano Wallace Stevens e pubblicato interventi su poeti italiani (primi fra tutti, Attilio Bertolucci, Antonio Porta, Amelia Rosselli). Nel 1993 è uscito il suo primo libro, “Porte e finestre” (Campanotto), con prefazione di Biancamaria Frabotta. Del 2003 è invece “Parole su scale” (Mobydick), con prefazione di Elio Pecora, finalista alla XVII edizione del Premio “Lorenzo Montano”. Alcune sue poesie sono apparse nel 2006 sull’ “Almanacco dello specchio”, Mondadori. Nel 2010 esce “Epifanio e altre meditazioni” (LietoColle), con prefazione di Mario Santagostini, con il quale l’anno successivo vince il Premio “Luciana Notari”. Il libro è stato anche finalista al Premio “Mauro Maconi”, sempre nel 2011. Il suo ultimo libro, “Conservazione della specie”, del 2017 (Stampa2009 Editore), con prefazione di Maurizio Cucchi e nota critica di Roberto Deidier, è stato finalista al Premio “PonteDiLegnoPoesia” 2018. Il suo ultimo libro è “Pareri sul mondo oscuro” (Puntoacapo Editrice, 2022), con una nota di Giancarlo Pontiggia, terzo premiato al “PonteDiLegno Poesia” 2023.

