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La memoria, il potere

Non è la prima volta che Liliana Segre sottolinea la fragilità della memoria collettiva. Lo ha fatto l’altro ieri, 25 gennaio, in una video intervista con Marco Vigevani, per il Corriere della Sera. Queste le parole della senatrice a vita: “Al liceo ho sempre avuto una predilezione per la storia e da semplice appassionata – senza inclinazioni ideologiche o religiose – ho notato che alcune vicende del passato, magari fissate in una data simbolica, vengono pian piano dimenticate».

E ancora: «Un meccanismo che spiega bene George Orwell, autore che dovrebbe essere adottato nelle scuole. I governi decidono quello che le generazioni future, a scuola, dovranno ricordare».

Quindi, la conclusione amarissima: «Sono sicura che una volta spariti gli ultimissimi superstiti, o magari dopo la scomparsa dei loro figli e nipoti, con delle falsità la questione verrà dimenticata. Ci sono interessi superiori per cui alcune cose è meglio che vengano dimenticate. Rimane una riga approssimativa nei libri di storia, magari non precisa, e poi nel tempo che passa non rimane nemmeno più quella».

Il monito, o il rammarico espresso da Liliana Segre è uno snodo cruciale che porta verso la matrice vera e propria del processo di costruzione della memoria collettiva: il nesso con il potere.

Per chiarire il nesso memoria – potere partiamo dal riconoscimento che il passato da ricordare non si fissa così, in modo automatico e “naturale”, ma è sempre il risultato di una selezione. Selezionare significa attribuire valore, scegliere fra ciò che vale, e quindi va ricordato, e ciò che non vale, e quindi va lasciato all’oblio.

Chi effettua la scelta? Chi attribuisce valore a determinati eventi, che verranno documentati, costruiti, celebrati, commemorati, messi in mostra, raccontati, trasmessi di generazione in generazione, discussi e così via, tramite tutte le pratiche commemorative che alimentano le politiche della memoria in una società?

Chi ha il potere e controlla i centri di produzione della memoria (musei, scuole e università, editori, fondazioni, e altri).

Il ricordo di una persona (un eroe, un magistrato, un politico), di un evento (una battaglia, una strage), di una serie di eventi (un genocidio, lo sterminio di un popolo) può essere funzionale all’assetto del potere dominante attuale, ma può anche essere un pericolo per il potere; in una società democratica il potere può permettersi l’assunzione piena (più o meno) e responsabile del proprio passato in tutte le sue articolazioni, garantendo quindi la pluralità delle memorie. Al contrario, un potere dittatoriale non può permettersi il confronto con le memorie che conservano elementi che potrebbero provocarne la caduta. Per questo chi si oppone al regime – spesso richiamandosi a un passato cancellato – deve essere messo a tacere e così la sua memoria (e quella del gruppo che rappresenta). La memoria, infatti, ha sempre una carica critica che può essere destabilizzante (Jedlowski 1997).

Scrive Walter Benjamin (1947): “solo a un’umanità redenta tocca in eredità il suo passato. Il che vuol dire: solo a un’umanità redenta il passato è diventato criticabile in ognuno dei suoi momenti”. Con ciò riferendosi alla possibilità per una società di avviare un confronto critico con il proprio passato, in particolare con le fasi negative di esso, in relazione all’assunzione responsabile della propria storia; questo in contrasto con le azioni politiche consapevolmente finalizzate alla costruzione di un’identità utile al potere.

In ogni epoca, infatti, l’immagine del passato si accorda con i pensieri dominanti, e ciò comporta il rischio della cancellazione del passato scomodo.

Esistono forme di potere che oppongono resistenza alla narrazione del passato (alla storiografia) con tutti i mezzi di controllo offerti dalla tecnologia e dalla comunicazione di cui dispongono. I regimi dittatoriali del XX secolo ne offrono un buon esempio, tentativi di affermare l’idea che la storia si sia fermata (l’eterno presente (im)posto dal dittatore).

 Esistono però anche forme di potere che si consolidano proprio attraverso il ricordo del passato, o perché si richiamano a origini divine – come le monarchie o, in genere, i regimi dinastici – o perché si contrappongono a fasi precedenti in cui un potere diverso ha causato disastri e sofferenze per la società – come hanno fatto molti governi democratici sorti dopo le dittature del secolo breve (e, ahimè, in alcuni casi prossimi alla fine).

Ricordare – magari sullo sfondo – anche ciò che non è funzionale al potere ma potrebbe causarne la crisi, è un passo avanti in direzione della critica e del dissenso, è un’acquisizione delle democrazie moderne, costituisce una condizione dell’alleanza fra il potere e la memoria. L’alleanza fra potere e oblio rappresenta, invece, un caso di regressione della memoria, di cui è un esempio emblematico il rogo dei libri nazista (cfr. Fabietti, Matera, 2018; Shirer, 1962).

I regimi totalitari temono la memoria; a differenza dei regimi dinastici (come una monarchia) che fondano la legittimità del loro potere proprio sul tempo passato, le dittature impongono il loro potere attraverso una sospensione della temporalità: l’eterno presente in cui il partito ha sempre ragione è instaurato attraverso un cambiamento radicale e unico. L’assetto del mondo è dato una volta per tutte nel modo giusto, naturale, immutabile, divino. Un regime dittatoriale si allea con l’oblio: il passato va cancellato – e questo attraverso la cancellazione della memoria del passato – e il futuro non è sinonimo di cambiamento ma di continuità.

Da questo punto di vista lo scorrere del tempo rappresenta un rischio per una dittatura; l’enfasi commemorativa, l’ossessione per le ritualità, sono tentativi di bloccarlo. Anche la memoria, in quanto la sede in cui si elabora il passato, rappresenta, come già detto, un rischio per la dittatura, tanto più elevato quanto più una società è articolata in una pluralità di gruppi ciascuno dei quali ha elaborato – elabora – una rappresentazione del passato, e una memoria, utile ai propri interessi e alla propria visione del mondo.

Il rogo dei libri rappresenta simbolicamente l’aggressione del potere nei confronti delle memorie: niente aperture critiche, niente confronti, niente dissenso, nessuna circolazione di idee se non degli stereotipi del potere. D’altra parte, il buon nazista (così come tutti i “fedeli” del dittatore) non ha bisogno di passato: la sua identità vive e si rinsalda quotidianamente, nell’interazione con altri nazisti e con il partito. Ciò vale naturalmente per qualsiasi fedele e fervente sostenitore di un regime.

Anche il populista (nelle brutte versioni odierne, come quella statunitense) non ha bisogno del passato. Non servono pensiero critico, dibattito, partecipazione, pluralità di versioni e di prospettive, alternative. Si fa ciò che dice il leader carismatico, diretta emanazione di una sorta di volontà trascendente. Di conseguenza, anche nei confronti della nostra memoria culturale si fa strada un atteggiamento da “postdemocrazia” in cui si afferma una “postcultura” e in cui ciò che è giunto al termine vive al più come oggetto del ricordo.

Nella memoria collettiva 40 anni segnano una soglia importante (cfr. Assmann 1997): la generazione dei testimoni coevi dei crimini e delle catastrofi più gravi – nel nostro caso ciò cui Liliana Segre si riferisce – comincia a estinguersi [cfr. Todorov 1996; cfr. Agamben 1998]. Il ricordo vivo è minacciato dal declino e le forme del ricordo culturale diventano problematiche.

Disponiamo naturalmente da tempo di tutte le tecnologie utili a una efficacissima memorizzazione esterna (una memoria artificiale), e tuttavia chi ci garantisce che i cambiamenti nell’assetto politico italiano (e anche europeo, e non solo) non convergano nel produrre proprio ciò che teme la senatrice a vita Liliana Segre (una riga approssimativa nei libri di scuola, e poi magari neanche più quella)? 

vincenzo.matera@unimi.it

Riferimenti bibliografici
Agamben, G., 1998, Quel che resta di Auschwitz, Torino, Bollati Boringhieri.
Assmann, J., 1997, La memoria culturale. Scrittura, ricordo e iden- tità politica nelle grandi civiltà antiche, Torino, Einaudi, (ed. or. 1992).
Benjamin, W., 1997, Sul concetto di storia, Torino, Einaudi (ed. or. 1966).
Fabietti U., Matera V., 2018, Memorie e identità, Meltemi, Milano
Jedlowski, P., Memoria, in «Rassegna Italiana di sociologia», XXXVIII, n. 1, marzo 1997, pp. 135-47.
Shirer W. L., 1962, Storia del terzo Reich, Torino, Einaudi.
Todorov, T., 1996, Gli abusi della memoria, Napoli & Los Angeles, Ipermedium.

 

 

L'autore

Vincenzo Matera
Vincenzo Matera è professore ordinario di antropologia culturale e di antropologia linguistica nell’Università di Milano, Dipartimento di Lingue, Letterature, Culture Mediazioni. È docente di storia sociale della cultura nell'USI (Università della Svizzera Italiana), Facoltà di Comunicazione, Cultura e Società. Si occupa di teoria antropologica, di scrittura e di politiche della rappresentazione, nel quadro di una più ampia riflessione sulle pratiche comunicative. Tra le sue ultime pubblicazioni: Pensare, parlare, scrivere, videoscrivere, digitare, in L’antropologia linguistica di G. R. Cardona, a cura di C. Bologna e V. Matera, La ricerca folklorica, Grafo edizioni, n. 78, anno 2023, pp. 241-252; Storie dell’antropologia (a cura di G. D’Agostino e V. Matera, Utet università, 2022, trad. inglese Histories of Anhtropology, Palgrave, 2023).