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Il mio “Cantico”

L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni

Non ricordo esattamente quando fu la prima volta in cui mi imbattei nel Cantico delle creature: forse per voce di una maestra negli anni della scuola materna; o forse ascoltando la versione riadattata nel Dolce sentire di Benjamin, musicata da Ortolani, cantata dal coro della parrocchia del mio piccolo paese in Umbria. In ogni caso, sono più che certa di esserne entrata in contatto oralmente, prima ancora di essere in grado di leggerlo a scuola e poi studiarlo all’università. Questo testo c’è sempre stato, fin da quando ero molto piccola; c’era come parola pronunciata, come canto; era parola che manifestava una realtà che coincideva con ciò che vedevo e che vivevo, in una speciale connessione con la natura e il creato. Come accennavo, sono cresciuta in un piccolo paesino in collina, nella campagna Umbra, da cui si scorge chiaramente il Subasio e, ai suoi piedi, Assisi. Gli elementi che Francesco lodava erano  esattamente quelli che incontravo quotidianamente: “Messor lo frate Sole” era il mio sole, quello che sentivo sulla pelle, che mi scaldava mentre giocavo indefessa per ore in giardino con mia sorella; “Sora luna e le stelle” per le quali mio nonno, in una gelida notte d’inverno, venne a prendere me, mia madre e mia sorella portandoci in un’ altura isolata, per poterle ammirare senza le interferenze delle luci della città, puntando, tra tutte, la costellazione di Orione, insegnandoci gli astri che formavano la cintura del gigante cacciatore e quelli del suo fedele cane, Sirio; altre stelle erano quelle cadenti che ogni 10 di agosto attendevo con gli amici nelle fresche notti delle colline umbre, senza mai fortuna alcuna di riuscire ad acciuffarle con lo sguardo. C’era poi “sor’acqua”, quella che, cadendo con ritmi sempre diversi, non mi permetteva di scendere a giocare in giardino. E “frate focu”: ogni volta che si accendeva era una festa, tanto che crepitasse nel caminetto di casa o negli spazi del presepe vivente di San Fortunato, per riscaldare i figuranti pastori che stazionavano per ore al freddo, nella condivisione di un rituale collettivo che, oltre a tenere ben salda la piccola comunità del luogo, attirava altresì la curiositas sacra e profana di genti vicine e lontane. E ancora i “coloriti fiori” di “sora nostra matre terra” con cui preparavo ghirlande e strani intrugli profumati.
Ancor prima di comprenderne il significato religioso, quegli elementi “fraterni” erano la mia concreta realtà, qualcosa di cui io stessa ero parte: forse non identica, ma, mi piace pensare, alquanto simile a quella vissuta da Francesco.
Molti anni dopo, nel prepararmi per le audizioni presso le accademie di recitazione, mi fu chiesto, come di norma, di proporre una poesia. Ne parlai a lungo con Giulia Randazzo, mia preziosa insegnante e amica, nonché talentuosa giovane regista; conoscendomi, lei mi invitò a provare il Cantico delle creature di San Francesco. Come non averci pensato prima! Non si trattava solo del Cantico, si trattava del “mio” Cantico, così antico e così viscerale, che continua a risuonare in me come una viva presenza.

Dico “mio” perché con Giulia ne abbiamo pensato una versione poco “ortodossa”, in cui tutti gli   elementi citati risuonano con la mia esperienza di vita. Durante lo studio del testo, ho cercato di armonizzare gli insegnamenti interpretativi e una visione di quelle immagini che non trascurasse quello sguardo bambino che, con leggerezza, apriva i sensi alla percezione di tutti gli istanti della vita, inclusi quelli dolorosi; quello stesso sguardo che ad ogni evento si rivolgeva a Dio in piena fiducia, con la schiettezza e la sfrontatezza dell’innocenza.

In tutti questi anni, in cui la vita mi ha portato in terre lontane e così diverse da quella in cui sono cresciuta, questo Cantico è sempre partito con me, in quella valigia (sempre più pesante di quella da stiva) in cui ripongo pensieri e memorie; ho avuto spesso l’impulso intimo di recitarla a bassa voce tra me e me, quando sentivo di stare smarrendo il mio posto nel mondo. È questo il Cantico che condivido con voi oggi.

L'autore

Clara Borghesi
Clara Borghesi nasce a Urbino nel 1999. Cresce e si forma a Perugia, laureandosi in Filologia romanza presso l’Università di Perugia, con una tesi sperimentale, incentrata sul lavoro di rimusicazione di cantigas galego-portoghesi ad opera del cantautore galego Xoan Curiel. Da sempre dedita all’arte in ogni sua forma -in particolare il canto e la danza sin da giovanissima-, dopo l’università decide di dedicarsi totalmente alla sua passione più grande: la recitazione. Si forma tra l’Italia, presso l’accademia della Fondazione INDA di Siracusa, e l’Inghilterra, presso la Royal Academy of Dramatic Art di Londra.