«La polveriera del mondo è saltata di nuovo, per la quarta volta in venticinque anni. Una volta erano i Balcani, la causa prima dei conflitti che insanguinavano l’Europa, oggi il mondo guarda angosciato al Medio Oriente e in pieno svolgimento una sanguinosissima guerra con un esito più incerto che mai».
Esordiva così Paolo Patruno nell’articolo in prima pagina intitolato I cannoni sparano odio sul settimanale modenese Il Nostro Tempo del 14 ottobre del 1973. Nel N. 78 dell’Eusebiano, bisettimanale di Vercelli, Cesare Massa, presbitero e direttore della rivista, scriveva un articolo intitolato Arabi e israeliani in cui definiva il conflitto scoppiato da pochi giorni come «una guerra tra fratelli, tra uomini che sono storicamente cresciuti nella stessa condizione di oppressione e di persecuzione. Di fronte a questa quarta ripresa della guerra tra arabi e israeliani non è difficile schierarsi dalla parte degli israeliani accerchiati, ma anche dalla parte degli arabi, popolo di poveri e sfrattati».
La biografa ebrea Livia Rokach, nel numero 20 dell’editoriale IDOC Internazionale Ora Sesta13 del 30 novembre 1973, riportava il contenuto di un articolo del quotidiano The Times dell’8 ottobre 1973: «Nessuno Stato avrebbe tratto vantaggio da questa nuova guerra: non Israele che doveva fronteggiare il problema delle ingenti perdite, non l’Occidente che avrebbe incontrato sempre più difficolta nel persuadere Israele a concessioni territoriali e non gli Stati Arabi che avrebbero subito nuove devastazioni e ulteriori e insanabili divisioni interne».
È evidente che a soffrire maggiormente, come asserisce anche il quotidiano londinese, sarebbero stati ancora una volta i Palestinesi, le vittime originali della guerra abbandonati ormai a sé stessi. Ernesto Balducci nel numero 19 di IDOC del 15 novembre 1973, a proposito della posizione assunta nei confronti del quarto conflitto arabo, scriveva: «Nemmeno in questo momento ci è possibile prendere una posizione in tutto e per tutto unilaterale sul conflitto arabo-israeliano. […] È difficile trovare nella carta politica del mondo d’oggi un luogo dove sia più stretta la convivenza tra il più spregiudicato razionalismo scientifico e pregiudizi tribali più arcaici, tra una concezione laica della vita e la sudditanza viscerale ai miti teocratici. Ecco perché, mentre riguardo della vicenda vietnamita non era difficile distribuire il torto e la ragione, la vicenda mediorientale ci costringe a chiamare in causa responsabilità remote».
Ciò che ci può apparire strano è che il nuovo Stato di Israele non era ancora riuscito a sciogliere il nodo sacrale del sionismo, visto che la sua classe dirigente era stata culturalmente del tutto secolarizzata. La popolazione araba che aveva deciso di rimanere in Israele era diventata una classe subalterna, sostanzialmente emarginata e gravata di tutti i pesi di un’economia israeliana produttiva. Nel numero del settimanale cuneese La Guida del 12 ottobre 1973, Don Costanzo Marino scriveva un articolo intitolato Né giudici, né profeti nella guerra arabo-israeliana in cui denuncia la condizione degli arabi che vivevano senza terra, senza lavoro, senza cibo e con la costante minaccia di essere attaccati da più fronti. Il programma di isolamento di Israele nei confronti dei popoli arabi e il suo ingresso nella logica del capitalismo internazionale ebbero il loro sperato successo. Infatti scriveva Ernesto Balducci: «Dopo aver allargato i suoi confini con la guerra dei sei giorni, Israele non solo considerò come un vaniloquio l’imposizione dell’ONU di rientrare nei suoi confini precedenti, ma ha applicato ai nuovi territori un programma di integrazione politica, culturale e produttiva: una minoranza etnica che tiene soggiogata una maggioranza».
Intanto in pieno conflitto nella notte fra il 21 e il 22 ottobre, USA e URSS potevano presentare al Consiglio di sicurezza dell’ONU uno schema di risoluzione, che risultava soddisfacente e che fu approvato dopo breve dibattito. Eccone il contenuto:
«Il Consiglio di sicurezza:
1) Rivolge un appello alle parti impegnate nel conflitto in corso per la cessazione del fuoco e per la sospensione immediata, sulle posizioni occupate, di tutte le ostilità non oltre dodici ore dopo l’adozione della presente risoluzione
2) chiede a tutte le parti interessate di attuare, immediatamente, in ogni sua parte, dopo la cessazione del fuoco, la risoluzione n. 242 del Consiglio di sicurezza (22 novembre 1967);
3) decide che le parti interessate, immediatamente e concordemente, inizino negoziati, sotto appropriati auspici, per stabilire nel Medio Oriente una pace giusta e duratura».
Lo schema fu approvato con 14 voti su 15. L’accoglimento dell’appello da parte di Israele, preannunciato dal capo della delegazione israeliana all’ONU Joseph Tekoah, fu comunicato ufficialmente al termine del consiglio dei ministri, riunitosi in seduta straordinaria a Gerusalemme nelle prime ore del 22 ottobre. La decisione, come dice un comunicato, fu unanime, ma con la clausola che il rappresentante israeliano alle Nazioni Unite chiarisse che l’accettazione del paragrafo 2 dello schema (quello in riferimento alle attuazioni della risoluzione 242 del 1967), fosse condizionata al senso definito da Israele nell’agosto del 1970, quando decise di accogliere l’iniziativa del governo degli Stati Uniti per la tregua (nel canale di Suez, durata fino al 6 ottobre del 1970), come era stato notificato all’ONU il 4 agosto 1970 e annunciato alla Knesset dal primo ministro Golda Meir. Il giornalista Rulli si domandava se si fosse giunti, con la risoluzione dell’ONU, alla fine del contrasto arabo-israeliano e quale fosse il significato della cessazione del fuoco. Certo è possibile immaginare che la risposta al secondo interrogativo fornirebbe una spiegazione e una garanzia per il primo. La risoluzione prevedeva, infatti, l’inizio «immediato e concorde» di negoziati: il cammino verso una pace stabile sarebbe dipeso da alcuni principi come il riconoscimento dell’imprescrittibile diritto di ogni popolo alla vita e all’indipendenza, la lealtà dei propositi, il superamento dei rancori e furori razzistici e nazionalistici, l’attuazione entro confini sicuri e riconosciuti, al riparo da minacce e atti di forza della pacifica convivenza di ciascuno là dove ognuna delle genti in conflitto ha radici legittime di origine, di religione e di storia.
Nell’articolo Incontro con giovani palestinesi, del quindicinale Rocca della Pro Civitatae Christiana di Assisi datato 15 novembre 1973, Antonio Verdolin raccontava di aver incontrato un gruppo di studenti palestinesi che studiavano nelle università italiane, per parlare della situazione della loro terra, delle prospettive della lotta e del significato della resistenza. La rivista Rocca portava avanti, a quel tempo, un tenace impegno per la pace, i diritti umani, la democrazia e la giustizia, non super partes ma dalla parte degli emarginati, dei poveri e degli oppressi. Tra le testimonianze interessante è quella di Marwuan, uno studente di medicina: «Il giorno in cui la guerra è scoppiata abbiamo pensato che fosse un complotto. Il fatto è che non abbiamo più fiducia nei governi arabi. Da sette anni, e forse più, giocano alla diplomazia sulla nostra testa».
Potrebbe sembrare che gli Stati Arabi avessero dato più enfasi agli interessi personali dimenticando la causa palestinese. Lo slogan sionista che si predicava agli ebrei intenti a sfuggire dai campi di concentramento «voi siete un popolo senza terra che va in una terra senza popolo» non era assolutamente giusto, poiché gli ebrei non avevano trovato in Palestina un vuoto demografico e in più i palestinesi non avevano mai accettato quanto aveva detto Golda Meir: «Gli ebrei non potevano che andare in Israele mentre i palestinesi possono scegliere tra 18 Paesi arabi».
Un’altra testimonianza significativa è quella di Deir Yassin, anche lui studente di medicina: «I palestinesi non si illudono di battere Israele sul piano militare, almeno a breve scadenza. La guerriglia serve a mantenere nelle loro mani un minimo di forza contrattuale, di mostrare che Israele non sarà un’oasi di pace fino a quando si ostinerà a misconoscere i diritti dei palestinesi».
Con questo pensiero capiamo come solo con la guerriglia la coscienza mondiale non avrebbe mai potuto dimenticare il problema palestinese accontentatosi della pace fra Israele, Egitto e Siria. La stampa cattolica sosteneva fermamente che in questa nuova atroce guerra arabo–israeliana non vi potevano essere né vincitori né vinti, ma l’unica soluzione poteva essere la creazione di una Palestina laica e democratica nella quale politicamente avrebbero potuto coesistere ebrei, musulmani e cristiani. Il giornalista, scrittore e politico italiano Ettore Masina nell’articolo di Rocca intitolato La Guerra del Sinai del 1° novembre 1973 scriveva: «Limitandosi a inorridire per gli atti di terrorismo nati dalla cupa disperazione di un popolo ferocemente emarginato, e a sopportare passivamente il colonialismo di Israele, il mondo per sei anni si è cresciuto in seno la creatura mostruosa dell’ingiustizia: adesso la creatura è venuta alla luce ed è solo per ipocrisia che il mondo inorridisce nel vedere in questo “Vietnam mediterraneo” che essa ha il volto atroce della guerra. Gli “uomini del libro sacro” hanno ricominciato a scannarsi».
È plausibile pensare che la ripresa del conflitto fosse il frutto di rancori repressi e di ingiustizie sopportate a lungo. Un’ipotesi che appariva sulla stampa del tempo era quella di attribuire alla parte araba la volontà di spezzare una condizione di stallo in cui si trovava il problema mediorientale, vantaggiosa solo per Israele, e di indurre le superpotenze a intervenire per risolvere i problemi sorti con la Guerra del 1967. Gli Arabi volevano giustamente riappropriarsi di tutto il loro territorio ma soprattutto conquistare un settore sufficientemente esteso per poter trattare da una posizione di forza. Speravano inoltre di distruggere il mito di invincibilità che Israele si era creato con la Guerra dei sei giorni e costringerlo a trattare. Il 18 novembre 1973, il giornalista del settimanale Ancora di Acquiterme, nell’articolo Molte le questioni insolute a cominciare dal problema dei palestinesi, scriveva: «Questa guerra, che sta dilagando sullo scacchiere mediorientale con grande asprezza che già ha provocato cumuli di rovine e materiali e perdite ingenti anche in vite umane da entrambi le parti, avrebbe dovuto scoppiare – posto che fosse stato proprio necessario- prima che la distensione internazionale congelasse lo status quo del Medio Oriente. Infatti, Nixon e Breznev lo scorso anno a Mosca, avevano già preso la decisione di bloccare il pericolo di nuovi conflitti, specie quello latente tra Israele ed Egitto che minacciava l’equilibrio del Mediterraneo in vista degli accordi tra est e ovest».
Un’idea comune è che quella guerra avesse avuto un effetto deterrente per gli equilibri degli stati del Mediterraneo e che per tale ragione urgevano concrete manovre di riappacificazione.
L'autore
- Carla Anna Penza, laureata in Lettere presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2024, e in Filologia Moderna, sempre presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2026. È giornalista pubblicista dal 2023, scrive per il mensile «In Comunione», dal 2020; ha pubblicato articoli sul quotidiano «Avvenire», e sul mensile «Il Fieramosca».
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