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Appunti sulla materia del contendere

La foto di copertina è di Dino Ignani

Il ritorno alla poesia di Giancarlo Pontiggia, a otto anni dal bellissimo lucreziano Il moto delle cose, segna nella sua ricerca un sensibile mutamento di angolatura. Se i libri precedenti del poeta milanese, a comporre un ideale trittico, si volevano pensati in una configurazione spaziale, come egli stesso racconta sottolineandone l’ispirazione bachelardiana –  e a un libro-giardino (Con parole remote, Guanda 1998) avevano fatto seguito un libro-bosco (Bosco del tempo, Guanda 2005) e un libro-cosmo, appunto Il moto delle cose (Mondadori 2017) – per ognuno di essi si era resa necessaria un’articolazione accurata al proprio interno, stabilendo ogni volta un’architettura poetica quale ragione costitutiva. Con La materia del contendere (Garzanti, Milano 2025, 96 pp., 18 euro) Pontiggia ha scelto invece di situarsi in una dimensione schiettamente meditativa, rinunciando a ogni definizione di partenza suscettibile di imbrigliare un pensiero lasciato libero di muoversi, nei tempi e nei modi proposti da un’immaginazione che insieme ad esso costituisce il vero fascino del libro.

Principale tema, ma si vorrebbe dire assillo del libro, concepito dunque come un carmen continuum, è la ricerca disvelamento di una parola originaria che possa, sia pure per frammenti e concrezioni enigmatiche, ritrovare quanto è andato perso fin dalla fondazione del mondo; un tema che ha radice in tanto pensiero greco precedente la sistemazione platonica e segnatamente in Eraclito. È del grande filosofo efesino una celebre massima che Pontiggia pone in significativo esergo al suo ultimo libro e soprattutto l’idea di una parola che a modo di oracolo “non dice né nasconde, ma accenna”. O se si vuole “invia segni”. Può allora la straordinaria esuberante forza immaginativa della poesia andare incontro a questa parola, coglierla nell’incerto lume del suo mostrarsi prima che sia tardi? Se è vero che “c’è più fossile in noi / che in tutte le rocce del mondo” si può pensare che non tutto sia andato perso. E tuttavia può mai un fossile riprendere vita? Quale memoria al nostro foro interiore custodiamo? E di chi?

Sono solo alcune delle domande che il poeta suscita nell’andamento erratico e felicemente aperto del suo lavoro: “Non credere a chi crede troppo, / e neanche a chi non crede, sii / come la luce di questa baia, dove fa notte, / e basta”. Dove è appena il caso di sottolineare come tale sentenza sia posta in explicit a una splendida variazione sul tema del carpe diem, configurando una delle non poche epifanie poste a far urto ai dubbi e alle aporie del pensiero. La baia nella trasparenza del giorno che tramonta, forse di un’isola cicladica cara all’autore, così come il basolo dell’Appia Antica che fra i troppi rivolgimenti della Storia ha sguardo solo per “lo zampettìo di un passero” o ancora il fregio di una brocca infranta a ricordo della gioia che il suo vino dispensava: si nutre di tali immagini la speculazione poetica di Giancarlo Pontiggia, nella sua nostalgia immedicabile dell’origine.

In una quête quale non sembra ammettere ritorno, centrale e operante appare allora la situazione dei quattro elementi archetipici, a richiamare un percussivo lessico di soffi, fiamme, polveri, sommovimenti dell’acqua, in una visione sempre ampia, distesa e a un tempo inquieta che chiama il verso lungo e addirittura la prosa. Una prosa, non occorre aggiungere, musicalmente attrezzata, e incline tuttavia a ritornare al verso in ragione di quella stessa febbrile mobilità e ambiguità che informa l’insieme. In tale ampiezza e, va aggiunto, eleganza di fraseggio Pontiggia impasta forme rare e preziose (dilucolo, bruire, cliname, estuosa, mugliare, imago) insieme a lemmi e usi più colloquiali: “e te che leggi”, sporta, graspi… E forse, con una coloritura regionale, anche “lo scuro” – lemma dalle molte occorrenze in questo libro – che non sta per buio e nemmeno per ombra, ma è come un qualcosa che sembra possedere uno spessore maggiore, una concretezza tangibile.

Fra tali coordinate si gioca la materia del contendere, in un qui e ora che ci pone inevitabilmente a contatto con il tempo, questo “girovago folle, / che sparge i suoi semi a caso – esita, / si disperde negli acquitrini / del suo procedere.” E tocca allora chiederci di quali difese disponiamo, se anche “nomi che furono grandi / […] sono già ombre”. Un pensiero, questo, che ha l’intonazione dei Ricordi di Marco Aurelio, figura decisiva del libro tanto che se ne riscontra la presenza in due diversi luoghi di esso, in uno addirittura nella suggestiva rielaborazione invenzione dei suoi pensieri. L’estremo luminoso frutto della cultura stoica al pari dell’ultimo tentativo di restaurazione imperiale – la sfortunata spedizione di Giuliano – sono al centro dell’elaborazione critico-fantastica di Giancarlo Pontiggia, autore affascinato dal mondo greco, non solo arcaico, come dalla tarda latinità, qui nel rifacimento di un passo di Ammiano Marcellino in cui Giuliano è ritratto nella sua tenda da campo, mentre “meditava sulla frase oscura di un filosofo”, alla vigilia della battaglia decisiva. E la tenda, nel suo chiarore di attesa, fa stranamente pensare a quella del ben più fortunato Costantino, dipinta da Piero in San Francesco, ad Arezzo. Giuliano, dalla storiografia cristiana detto l’Apostata, è tema che avvicina Pontiggia a uno dei poeti da lui più apprezzati, il troppo e inopinatamente in ombra Alessandro Ricci, così come la riflessione su Marco lo pone in sintonia con altri autori della sua costellazione, Zbigniew Herbert in primo luogo, ma anche la da lui pure stimatissima Maria Clelia Cardona. Di Cardona, in una poesia in dedica (Avernalia), fa rivivere Fusca, la giovane e dotta schiava di Rutilio Namaziano, protagonista de L’altra metà del dèmone, il racconto capolavoro della poetessa romana recentemente scomparsa. Quanto ad Ammiano è lo stesso Pontiggia a fornirci indicazioni di lettura dalle pagine dello stimolante Orgine (Vallecchi 2024), il saggio-racconto che sta criticamente alle spalle di questa Materia del contendere e in cui di quel passo ci viene svelata la natura allegorica: l’impossibile restaurazione di Giuliano sarebbe in definitiva la stessa che tenta o dovrebbe tentare il poeta, nel sogno di una parola remota che non può fare a meno di cercare. Tuttavia quel fossile che ci raccorda ad altre ere della vita sulla Terra è forse meno fossile che non si pensi e la sua luce non va persa nei “palinsesti del vivere”. Si tratta probabilmente di qualcosa che ha a che vedere con il passaggio individuale alla coscienza quando ciò che si acquisisce è pagato con una perdita sostanziale, pur nella reminiscenza di “un tralcio di vite, l’uva nera di qualche infanzia”, possibile trasposizione di un riflesso autobiografico, come farebbe pensare un bellissimo racconto pure in Origine. Prima di allora c’è solo il sonno, come nel delicato rifacimento di una ninna nanna di Simonide di Ceo, che è bello qui riportare per intero:

Ma tu dormi, piccolo mio,
sotto un cielo di chiodi di bronzo, abiti
nel legno senza gioia delle cose, non sai
cos’è notte, e cosa
il dolce che si consuma delle ore, cosa
aver paura di ciò che fa paura
ma dormi,
e dormono
le onde del mare, dorme
l’immensa ventura delle cose

marcovitale58@gmail.com

 

 

L'autore

Marco Vitale
Marco Vitale
Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro in biblioteca unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024) mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. È stato tradotto in tedesco da Maja Pflug (Ein Winter, Josef Weiss Editore, Mendrisio 2008) e in inglese da Barbara Carle (Emblems of Sleep, Gradiva, New York 2020). Collabora a “Cenobio” e a “Succedeoggi” e fa parte della redazione delle Edizioni di poesia Il Labirinto.

(foto di Dino Ignani)