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Sergio Capogna, regista: qualcosa su mio padre

Mio padre, Sergio Capogna, amava profondamente il suo lavoro. Scriveva da solo le sceneggiature su una Olivetti 22 ascoltando spesso un disco di musica classica o jazz. Era nato a Roma il 13 ottobre 1926 e al piano di sopra viveva una famiglia di commedianti e giocolieri da cui era affascinato. Fin da adolescente amò il cinema, i libri, la musica e il teatro. Durante la Seconda guerra mondiale andava a portare cibo ai partigiani nelle campagne del Lazio e nel 1944 venne arrestato dai tedeschi e portato in un carcere, da cui riuscì a fuggire. Finita la guerra si iscrisse al corso di attore al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma (CSC) partecipando ad alcuni film, tra cui uno di Renato Rascel, ma l’esperienza più importante fu lavorare nella compagnia teatrale, allora assai nota, di Giulio Girola. Lì comprese che avrebbe desiderato fare il regista. Nel ’52 si iscrisse al corso di regia al CSC in cui conobbe Giuliana Scappino che, cinque anni dopo, sarebbe diventata sua moglie e produttrice dei suoi quattro film. Lei è stata la prima donna produttrice cinematografica italiana avendo iniziato a lavorare nel 1958. Una donna di grande umanità e simpatia.

Sergio Capogna e Giuliana Scappino
Sergio Capogna e Giuliana Scappino

Nel ’54 mio padre si diplomò al CSC realizzando il mediometraggio “Roma ’38” tratto dal racconto “Vanda” di Vasco Pratolini. Anche mia madre si diplomò in regia ma non poté girare il corto di fine corso, perché allora era ingiustamente interdetto alle allieve. In “Roma ’38” vi sono due giovani attori: il riminese Aldo Saporetti, un ragazzo sensibile, che sarebbe morto a soli 24 anni – è giusto ricordarlo – e Rosy Mazzacurati, figlia del famoso scultore Marino. Nel ’55 mio padre esordì con il documentario “I comici” che andò al Festival di Venezia e venne in seguito acquistato, se non erro, dalla Columbia, la casa di distribuzione statunitense.

Nel 1959 realizzò il film “Un eroe del nostro tempo”: tratto dal romanzo omonimo di Pratolini, ma modificato con il suo consenso e ambientato nel ’45 a Rimini:  raccontava di un adolescente fascista (Massimo Tonna) che, senza pietà, sfrutta una vedova, innamorata di lui, (Marina Berti) ma che di fronte al suicidio di lei acquista una coscienza morale e rinnega il fascismo. Il film partecipò al Festival di Venezia nel ’59 e ottenne un ottimo successo di critica.

Nel ’63 con “Le Conseguenze” mio padre affrontava un altro soggetto difficile: la storia di una ragazza, la bella e brava Marisa Solinas, che dopo varie esperienze sentimentali sceglieva di interrompere una gravidanza. Un film molto avanti sui tempi per essere di sessant’anni fa. Al film venne negato in prima istanza il visto di censura sostenendo che c’era “apologia di reato”. Il visto fu concesso dal nuovo ministro dello spettacolo, che era il socialista Achille Corona, che mio padre non conosceva, nel ’64. Il noto saggista e studioso di letteratura Vito Santoro lo ha definito in un post pubblico su un social “un capolavoro”.

Nel ’69 mio padre girò “Plagio”, una delicata e audace al tempo stesso storia di tre ragazzi nella Bologna della contestazione, che venne presentato al Festival di Cannes, nella prestigiosa Quinzaine des Réalisateurs. “Plagio” ebbe un grande successo, venne venduto dalla distribuzione, la Euro International Film, anche in Giappone dove è tutt’ora un cult movie. Era interpretato dai diciottenni Mita Medici, Raymond Lovelock e Alain Noury. Il noto saggista e docente universitario Fabio Melelli ha avuto parole pubbliche di apprezzamento per il film. Una cosa particolare: come commento musicale mio padre aveva scelto l’Adagietto dalla V Sinfonia di Mahler due anni prima che Visconti la scegliesse per il suo “Morte a Venezia”.

Nel 1972 realizzò “Diario di un italiano” interpretato dal cantante Donatello, Alida Valli, Pier Paolo Capponi, Silvano Tranquilli e dall’esordiente, appena ventenne, Mara Venier, la storia di un amore tra un tipografo e una ragazza ebrea nella Firenze, splendidamente ricostruita, del 1938. Era liberamente tratto da un racconto di Vasco Pratolini. Il film purtroppo poté essere poco visto a causa della distribuzione, ma è considerato dalla critica uno dei film più belli degli anni ’70. Da notare la bellissima fotografia di Antonio Piazza, grande collaboratore di mio padre, e l’altrettanto bella ed incisiva musica di Giuliano Illiani.

Il regista Mauro Bolognini ha avuto parole di elogio verso i suoi film conversando con Marisa Solinas.

Mio padre era un uomo sensibile e intelligente, socievole e che non scese mai a compromessi nella vita e nel lavoro. Morì per un tumore il 9 luglio 1977 a soli 50 anni. Stava lavorando a un nuovo progetto, intitolato “Un ballo in maschera”, per il quale aveva scritto una sceneggiatura e aveva pensato a Dominique Sanda e Alida Valli. La seconda aveva già accettato di interpretarlo.

 

 

L'autore

Lavinia Capogna
Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna e di Giuliana Scappino, produttrice cinematografica. Ha pubblicato finora otto libri: "Un navigante senza bussola e senza stelle" (poesie); "Pensieri cristallini" (poesie); "La nostalgia delle 6 del mattino" (poesie); "In questi giorni UFO volano sul New Jersey" (poesie), "Storie fatte di niente", (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo "Il giovane senza nome" e il saggio "Pagine sparse – Studi letterari" e "Poesie 1982 - 2025". Ha scritto 200 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film "La lampada di Wood" che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio "Ciao, Francesca" e alcuni documentari tra Londra e Zurigo. Collabora con le riviste letterarie Insula Europea, Il Randagio e un paio website. Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.