Alla Fiera Internazionale del Libro di Salonicco (7-11 maggio), verrà presentata una selezione dei Canti di Leopardi, tradotti e annotati da Ioannis Kyprianidis, per la cura di Maria Syrrou.
Un approccio traduttivo, fatto con sapere e maestria
Leggendo la nota introduttiva di Ioanniss Kyprianidis, mi è tornato in mente il libro del filosofo Paul Ricoeur Tradurre l’intraducibile. Sulla traduzione. I traduttori, nell’approcciarsi alla lingua di arrivo, devono essere visitatori consapevoli. In quanto mediatori, hanno il compito di trasportare il messaggio da una lingua all’altra nella sua integrità. È noto che alcune cose riescono a salvarle, altre invece no. Nella nostra coscienza (di lettori e traduttori), la traduzione oscilla tra una promessa di fedeltà e un sospetto di tradimento. Il traduttore guida il lettore verso il poeta-scrittore e il poeta-scrittore verso il lettore. Questo schema incrociato è lo spazio in cui troviamo l’equivalente del divenire traduttivo, che può essere paragonato al processo del ricordo.
La traduttologia, analogamente, trova il suo equivalente in un processo di lutto, che, sebbene per nulla piacevole, è comunque prezioso perché funge da correttivo, portandoci alla rinuncia dell’ideale di una traduzione perfetta. Questa rinuncia è ancora più grande quando si tratta di poesia, a causa dell’indissolubile legame tra significato e suono delle parole, tra significato e significante. Le implicazioni semantiche silenziose della lingua di partenza fluttuano tra segni linguistici, brevi frasi o sequenze più estese, difficilmente traducibili in modo equivalente nella lingua d’arrivo. Il traduttore, accettando il carattere irriducibile della coppia «proprio/estraneo» nel processo traduttivo, giunge a ciò che è stato definito «ospitalità linguistica» nella lingua di arrivo.
Quali difficoltà incontrano coloro che traducono i poeti italiani in greco? Difficoltà sintattiche, lessicali, metriche? Questa domanda mi era stata posta in un’intervista che avevo rilasciato proprio in questa sede.
La nota introduttiva di Ioanniss Kyprianidis è inclusa nella risposta che avevo dato. Dipende dal singolo poeta. Tuttavia, la materialità dei segni definisce l’essenza della poesia. Qualsiasi modifica nella loro materialità ne comporta l’alterazione, in particolare quella della loro carica emotiva. Nella traduzione poetica, ciò che chiamiamo trasferimento non può essere un semplice rifacimento, perché il rifacimento è una nuova costruzione con gli stessi materiali. Nella traduzione della poesia, invece, i materiali sono diversi: la lingua di partenza è una ri-creazione. È la creazione di una nuova poesia con i materiali della lingua del traduttore, un testo equivalente, della stessa carica emotiva.
Nel libro Approcci interdisciplinari alla traduzione, opera di professori dell’Università Aristotele di Salonicco, si afferma che l’espressione usata in cinese per indicare la traduzione è fanyi. Essa racchiude il significato di «rovesciare», poiché fan significa girare — per esempio, la pagina di un libro — ma anche una rotazione completa, un’inversione, mentre yi significa non solo interpretazione, ma è anche omonimo della parola scambio. Dunque, in Cina la traduzione è concepita come trasformazione, cambiamento, metamorfosi e rigenerazione.
Se parliamo, dunque, di ri-creazione, come sostiene Násos Vagenás nel suo libro Poesia e traduzione, poiché i materiali della lingua di partenza sono diversi da quelli della lingua di arrivo, allora forse la resa del termine inglese transcreation, tradotto in greco come metadimioyrgía (71 esempi su Google, 1.10.18) — sebbene attualmente utilizzato dagli specialisti in pubblicità e marketing nel contesto della globalizzazione, per indicare il processo e il risultato della trasposizione di un messaggio da una lingua all’altra, mantenendo le caratteristiche della lingua di partenza e affrontando al contempo gli ostacoli linguistici, culturali e sociali — sembra racchiudere il processo della traduzione poetica.
Ioanniss Kyprianidis, nel suo lavoro traduttivo, fonde con maestria gli approcci teorici del divenire traduttivo. E il suo compito è tutt’altro che facile.
Nel 2015, nell’ambito degli incontri ItaloEllenica sulla lingua e la traduzione, organizzati con grande successo da Domenica Minniti Gonias del Dipartimento di Italianistica dell’Università Capodistria di Atene, Donato Loscalzo, grecista dell’Università di Perugia, nella sua relazione intitolata Il ritorno di Leopardi in Grecia, parlò del sostrato greco nella poesia di Leopardi e della difficoltà che i traduttori greci incontrano nel far emergere questo sostrato nascosto, non solo nella scelta delle parole più appropriate, ma anche nei temi, come la concezione del tempo, dello spazio e del destino umano.
Le ragioni, come affermò, sono molteplici. La principale sembra essere il ritardo nella scoperta della poesia di Leopardi, non solo in Grecia. Anche in Italia, si iniziò a studiarla molti anni dopo la sua morte, durante il periodo tra le due guerre. Questo ritardo ha causato un evidente salto diacronico. Quanto è facile per la lingua di arrivo di oggi rispondere alla lingua di partenza del XIX secolo? Sembra un’impresa ardua, quasi impossibile, mantenere alcuni aspetti essenziali della poetica leopardiana senza considerare le peculiarità della lingua poetica del suo tempo. La scelta — da parte del traduttore e dell’editore — della scrittura politonica del neogreco, non più in uso, crea un ponte per raggiungere questo obiettivo.
Con il dovuto sapere e una straordinaria maestria, Kyprianidis affronta le sfide sintattiche e linguistiche della lingua di partenza, che scherzosamente definisce trappole. Fin dai primi versi si percepisce la sua intenzione di preservare dall’originale ciò che i traduttori precedenti avevano trascurato. Faccio un esempio: nel poema A Silvia, al verso 10 (v. 10), opre femminili è tradotto come ricamo, e non con lavori femminili. Agli occhi degli esperti, è evidente il riferimento all’Iliade. Inoltre, l’aggettivo intenta, una sfumatura chiave, è reso con successo con dedita, una parola che in molte traduzioni precedenti era stata omessa.
La maggior parte dei lettori non italofoni si concentrerà sulla lingua di arrivo e noterà sicuramente che Ioannis Kyprianidis possiede l’orecchio del traduttore. Questo è il titolo di un articolo che Antaios Chrysostomidis (il traduttore di Antonio Tabucchi in greco) mi aveva inviato poco prima che una malattia autoimmune gli impedisse di comunicare con gli altri.
Cosa significa davvero questa espressione spesso abusata? Non è altro che un amore inesauribile e altamente sviluppato per la lingua del parlante nativo. E questo amore comporta una sensibilità coltivata con cura, così come un contatto appassionato e istintivo con le parole e la sintassi.
Un grande ringraziamento a Ioannis Kyprianidis e Konstantinos Telios, direttore delle Edizioni Týrfi, per il loro contributo alla riscoperta dell’opera di Giacomo Leopardi.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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