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Il difficile armistizio nel Medio Oriente: il compromesso Kissinger

Il 22 ottobre dopo sedici giorni di guerra l’Onu aveva imposto, con la risoluzione 338, il cessate il fuoco, lungamente negoziato tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, anche se le ostilità terminarono definitivamente il 25 dello stesso mese. Nonostante la vittoria militare di Israele, l’Egitto riuscì comunque a trattare una pace considerata accettabile dai nazionalisti, anche perché il conflitto venne bloccato quando le truppe israeliane stavano per sconfiggere l’esercito egiziano. Le battaglie erano concluse e la tregua si andava consolidando; la diplomazia, nel tentativo di raggiungere i presupposti per una pace definitiva tra le due parti, ridimensionava la vittoria militare israeliana.

Nel settimanale Il Nuovo Torrazzo del 10 novembre del 1973, nell’articolo intitolato Positivo il viaggio di Pace di Kissinger, Bertazzoli scriveva:

«Le prime incoraggianti schiarite verso la tregua cominciavano ad avvertirsi».

Intanto il viaggio di Kissinger stava ottenendo i primi risultati con l’accordo tra Israele ed Egitto, che fu approvato dalla premier israeliana Golda Meir. L’accordo stabiliva le seguenti clausole:

  1. Scambio di prigionieri di guerra; 2. Creazione di un corridoio per rifornimenti, esclusi quelli militari, alla terza armata egiziana accerchiata sotto il controllo delle Nazioni Unite; 3. Rimozione del blocco allo stretto di Bab-el-Mandeb, vitale sbocco israeliano verso l’Oceano indiano da parte dell’Egitto; 4. Negoziati tra i comandati israeliani ed egiziani per concordare una linea di cessazione del fuoco più conveniente ad entrambi le parti; 5. Negoziati diretti tra Israele ed Egitto una volta applicate queste clausole.

La notizia non era stata ancora confermata ufficialmente dai governi interessati, ma il clima risultava sicuramente positivo. Dalla missione di pace del segretario di Stato americano si aveva l’impressione che le superpotenze operassero per un accordo globale in quanto questo quarto conflitto sembrava molto pericoloso per la pace mondiale. Secondo gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica lasciare che il Medioriente restasse in uno stato di «non pace e non guerra» non era vantaggioso per il loro prestigio e per i loro interessi. Kissinger fece visita in tutte le capitali arabe, riprese i colloqui con molti capi di Stato nella speranza di poter raggiungere un equilibrio definitivo.

Nell’articolo Il compromesso Kissinger del Il Nuovo Torrazzo del 24 novembre, Michele Bertazzoli riportava i punti stabiliti dallo statista, per arrivare ad una pace duratura:

«1. Ritiro israeliano dei territori occupati; 2. Sicurezza strategica per tutti i Paesi interessanti al conflitto; 3. Garanzia di controllo da parte dell’Onu garanzie delle superpotenze ad evitare la ripresa delle ostilità; 4. Soluzione del problema palestinese; 5. Soluzione del problema di Gerusalemme».

In una nota politica di Italo Martinazzi, sul settimanale cattolico di Acquiterme Ancora del 4 Novembre 1973, veniva riportato:

«Quello che è accaduto nella settimana dal 20 al 27 ottobre non soltanto sui fronti di guerra nel Medio Oriente, ma soprattutto nelle sedi diplomatiche e a livello di governi, è paradigmatico di una situazione che vede avidità e sopraffazione di potenti, diffidenza profonda di popoli piccoli e grandi, manovre segrete di governanti e di gruppi di potere intrecciarsi tra loro, sommandosi o neutralizzandosi, fino a sboccare, dopo aver sfiorato il massimo della tensione, a una tregua difesa da forze delle Nazioni Unite che per la loro composizione offrono quanto meno una garanzia di imparzialità e di rispetto dell’indipendenza delle parti. Non è stato un bello spettacolo e non è confortante il livello cui è giunta la politica internazionale in questa occasione, anche se poteva andar peggio come risultato politico, almeno nella prima fase che si è conclusa con una tregua meno precaria di quella precedente».

Questo probabilmente accadeva poiché la risoluzione 338 si prestava ad equivoci e l’unica cosa chiara era l’intimazione di cessare il fuoco non oltre dodici ore dall’approvazione del documento. Avvenne che la risoluzione fu accettata da Israele ed Egitto, Golda Meir e Sadat fermarono le ostilità, la Siria la sottoscrisse dopo qualche giorno, l’Iraq invece si rifiutò di accettarla, ma essendo solo indirettamente coinvolto nel conflitto, il suo rifiuto non fu rilevante. Il testo della risoluzione n. 338 era il seguente:

«Il Consiglio di Sicurezza: 1) intima a tutte le parti impegnate negli attuali combattimenti di cessare il fuoco e interrompere ogni attività bellica immediatamente, non oltre dodici ore dal momento dell’adozione di questa decisione, nelle posizioni ora occupate; 2) intima alle parti coinvolte di iniziare immediatamente dopo il cessate il fuoco l’attuazione della risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza in tutte le sue parti; 3)decide che immediatamente e in concomitanza con il cessate il fuoco comincino le trattative tra le parti interessate, sotto gli auspici appropriati, per stabilire una giusta e duratura pace in Medio Oriente».

Formalmente la tregua iniziò alle 17.50, ora italiana, del 22 Ottobre ma l’accordo fu violato da entrambe le parti e poche ore dopo ripresero i combattimenti. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, si riunì il 23 ottobre e approvò una nuova risoluzione, la n. 339, che riconfermava l’intimazione di cessare le ostilità. Le violazioni continuarono fino al 25 ottobre quando finalmente fu accettata in via definitiva la tregua.

In vista della Conferenza di Ginevra per la pace nel Medio Oriente, il Segretario di Stato americano Henry Kissinger aveva programmato un altro dei suoi viaggi-lampo in tutti i paesi interessati al conflitto nella speranza di arrivare a una definitiva linea di tregua. Dopo considerevoli negoziati della sua cosiddetta «shuttle diplomacy», la conferenza si aprì il 21 dicembre 1973.

Ritengo sia utile inquadrare la figura di Kissinger in questo particolare contesto storico il quale come studioso, analista, statista e politico, ha visto una sua evoluzione storica e personale e al tempo stesso, ha conservato caratteristiche peculiari ed emblematiche. Heinz Alfred Kissinger era nato nel 1923, in Baviera, in una famiglia ebreo-tedesca. La sua origine europea, oltre ad essere un dato biografico, rappresentò un elemento caratterizzante delle sue innovative teorie di politica estera. Dopo la fuga dalla Germania nel 1938, a seguito dell’inizio delle persecuzioni antisemite dei nazisti, Kissinger si trasferì a New York dove conseguì gli studi. Da tener conto che il suo ruolo nell’implementazione delle relazioni tra gli Stati Uniti ed Israele costituisce un aspetto significativo della sua carriera, caratterizzata anche da una intricata interazione con la sua identità ebraica. Resta infatti vivo il ricordo di quando, durante uno dei negoziati, Kissinger rivolgendosi a Golda Meir disse: «Golda, devi ricordare che in primo luogo sono americano, in secondo luogo sono Segretario di Stato ed in terzo luogo sono ebreo».

E Golda Meier gli rispose: «Ti dimentichi che in Israele si legge da sinistra verso destra».

In realtà mi sembra opportuno dire che per Kissinger Israele non poteva essere un Paese come gli altri, non solo per via della sua storia familiare ma anche per i legami che si sentiva di avere con uno stato democratico che si era costruito per diventare una forza politica. Ma lui era il segretario di Stato americano e, si può ben immaginare quanto gli costasse far coincidere gli interessi di Israele con quelli degli Stati Uniti.

Utile, per una migliore comprensione dello statista, è concludere con una riflessione di Stephan R. Graubard, uno dei più autorevoli studiosi statunitensi di storia contemporanea e di scienza politica:

«In tutta la storia degli Stati Uniti non si è mai visto un uomo con la personalità di Henry Kissinger occupare un importante posizione governativa. La sua carriera è singolare per almeno tre aspetti: Kissinger è un intellettuale che ha passato quasi tutta la vita in un’università a riflettere e a scrivere su problemi di politica estera […]; Kissinger è uno studioso che non si è mai accontentato di vivere esclusivamente entro le regole della vita accademica, convinto di poter fruire di un’esperienza più vasta al di fuori di esse; Kissinger, infine, è europeo, aperto al senso della tradizione della storia, disposto ad accettare la tragedia, ma anche americano, conscio di certe forme di potere e non di rado preoccupato dalle istanze morali».

 

 

 

 

L'autore

Carla Anna Penza
Carla Anna Penza, laureata in Lettere presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2024, e in Filologia Moderna, sempre presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2026. È giornalista pubblicista dal 2023, scrive per il mensile «In Comunione», dal 2020; ha pubblicato articoli sul quotidiano «Avvenire», e sul mensile «Il Fieramosca».