Colleghi, amici e studenti dell’Università di Pisa hanno salutato ieri, con grande commozione, Stefano Brugnolo, scomparso il 10 giugno all’età di 69 anni. Stefano ha insegnato nell’Ateneo pisano dal 2010, portando avanti il magistero del suo Maestro, Francesco Orlando. I ricordi si sono succeduti, mettendo in luce la grande curiosità intellettuale e la profonda generosità scientifica verso gli studenti, fino al bel ricordo personale della nipote, Elisabetta Mengaldo, che rievocava le storie che questo amatissimo zio scriveva per lei, per terminare con la testimonianza della sua compagna, Valentina Sturli, sulla velocità del tempo che ha caratterizzato gli ultimi giorni di vita in ospedale.
La commozione mi ha impedito di alzarmi per raccontare del periodo in cui Stefano ha insegnato e vissuto a Sassari, durante il quale si sono create amicizie profonde, che si rinverdivano a ogni incontro, un tempo che per molti di noi ha avuto qualcosa di irripetibile e che porta il suo segno. È infatti a Sassari che Stefano ha iniziato la sua vita accademica come professore associato, entrando in un mondo che gli apparteneva profondamente, dove poteva coltivare la sua passione per la letteratura e trasmetterla ai suoi fortunati studenti.
In quegli anni dividevo con Stefano e altri colleghi (tra gli abitanti fissi vi erano anche Pierfrancesco Fiorato, Gabriele Pallotti, Rodolfo Ragionieri) un grande appartamento nel centro storico di Sassari, con una terrazza che dava sui tetti, presto diventata laboratorio quotidiano di idee, confronto e convivenza, nonché luogo di incontro per tante cene con gli altri colleghi dell’allora Facoltà di Lingue. Stefano era lì, a renderlo vivo, con i suoi racconti, le sue domande sinceramente curiose, il suo modo unico di legare ogni conversazione a una lettura, perché nella bella letteratura – che per essere bella doveva parlare da sé, senza bisogno di intermediari – si trovavano le risposte e la chiave per interpretare il mondo e conoscere il proprio io interiore.
Ricordo le numerose riflessioni sui nostri articoli e libri in fieri o solo pensati, tra cui il suo bellissimo saggio sulle Strane coppie.
Uno dei tanti ricordi di questa coabitazione, di sette anni, a parte le sue paste con il tonno, erano i momenti in cui ci si preparava per andare in studio, quando Stefano usciva dal bagno cantando Mina usando lo spazzolino da denti come microfono: “Anche un uomo, può sempre avere un’anima…”. Era impossibile non sorridere, non cominciare bene la giornata. E poi le lunghe nuotate e le escursioni con i colleghi di Sassari: Linda Brodo, Alessandra Cattani, Simona Cocco, Giorgio Sale, Luigi Matt e Laura Luche. Con quest’ultima ha condiviso anche molti convegni e viaggi, perdendosi una volta, sulle strade francesi, a causa di una bufera di neve che oscurava la visibilità. È successo anche sotto il sole della Spagna, dove Stefano e Laura sono riusciti a perdere l’aereo per l’Italia. Perdere le cose, ma mai le persone, era dopotutto una caratteristica di Stefano.
Quando guidava, gli piaceva percorrere le rotonde, che spesso ripeteva più di una volta, perché “davano la possibilità di ripensarci”, seguito regolarmente dall’accenno a “Una rotonda sul mare…”. La prima volta in cui questo è successo mi ha parlato di Lacan e dell’importanza del significante. Ecco, da Stefano si imparava sempre, in modo giocoso e divertente, come i suoi studenti hanno sempre sottolineato.
Sapeva dare importanza a cose che ad altri potevano sembrare banali. In un pomeriggio come tanti, avendolo sentito leggere un brano di Libera nos a Malo, Linda lo invitò, per gioco, a confrontare il carattere dei veneti con quello dei toscani, proponendogli il film “Berlinguer ti voglio bene”. Dopo una giornata di grandi risate, durante la quale Linda dovette spiegargli tutte le battute, in quanto da veneto non capiva il vernacolo toscano, Stefano cominciò ad analizzarne ogni scena. Da quelle discussioni divertenti è nato un articolo, che del film ha offerto nuove chiavi interpretative.
La sua passione di leggere agli amici lunghi brani dei testi da lui più amati trascendeva, a volte, la mera dimensione della lettura e diventava vera e propria messa in scena. Così a diversi di noi è capitato di vestire i panni inconsueti di attori e recitare, nell’aula magna della Facoltà, davanti a un pubblico di studenti divertiti, intere scene dei drammi di Beckett o di Ionesco. C’è chi conserva ancora (Pierfrancesco), sulla propria copia di Aspettando Godot, le sapienti indicazioni di regia di Stefano: “mano dietro l’orecchio”, “sognante”, “atterriti”, “guardare il pubblico”, “sbotta” e altro ancora.
È difficile pensare che quella voce profonda non ci sia più. Rimane a tutti impressa la sua gestualità, che accompagnava la cadenza padovana, le sue espressioni ricorrenti: “ma daiii”, “insomma”, “ehhh… tu sì che la sai lunga…”, “pancia mia fatti capanna”, “pejo el tacon del sbrego”. Resta viva e nitida la memoria di un’intelligenza brillante, di una generosità senza ostentazione, di un’amicizia che sapeva aprirsi sempre all’altro, offrendo attenzione e sguardi che univano affabilità e rispetto. Riusciva a mettere tutti a proprio agio, con la sua simpatia e la sua risata contagiosa.
Gli anni di Stefano a Sassari sono rimasti nella memoria di colleghi, studenti e amici come un tempo di conversazioni aperte, di pensiero condiviso, di incontri mai affrettati. Nei corridoi universitari, nei seminari, nelle pause caffè, portava sempre con sé una leggerezza pensosa, uno sguardo ironico e mai tagliente, quella capacità rara di mettere in relazione le cose.
Chi lo ha incontrato, anche solo una volta, lo ricorda con simpatia. Chi ha avuto la fortuna di frequentarlo più da vicino sente di aver ricevuto un dono: quello di una presenza solare, curiosa e intelligente.
Grazie, Stefano, ci mancherai tanto.
Carla, con Alessandra, Gabriele, Laura, Linda, Pierfrancesco e Simona.
L'autore
- Carla Falluomini insegna Filologia Germanica all'Università di Perugia. I suoi interessi di ricerca principali ruotano intorno alla lingua e alla cultura dei Goti e dei Longobardi.
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