Roberta Colombo è dottore di ricerca in Studi umanistici. Insegna Letteratura italiana contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove collabora con il Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita – Francesco Mattesini”, e Letteratura italiana all’Università della Valle d’Aosta. Colombo ha anche curato Il piacere di Gabriele d’Annunzio per la casa editrice spagnola Edicions Perelló e ha vinto una borsa di studio presso la Fondazione Filippo Burzio di Torino, occupandosi del paesaggio negli autori piemontesi, da Burzio a Giovanni Arpino. Fa parte del comitato di redazione della rivista “Studi duemilleschi”. Il suo ultimo libro si intitola Opere a sineddoche. Enciclopedismo e letteratura dal postmoderno a oggi ed è uscito per l’editore Interlinea di Novara nel 2025. Ne abbiamo dialogato insieme.
Cominciamo dalla fine (ma anche dal principio). Nel retro di copertina del tuo libro si legge: “Nell’epoca della complessità […] i letterati hanno aggiornato la ‘sfida al labirinto’ lanciata da Calvino, modellando le proprie narrazioni su due pattern ben distinti: il rizoma […]; e il micelio”, argomento di cui ti occupi nell’introduzione…
Sì, l’impianto teorico del libro si basa su due immagini botaniche simili ma ben distinte: il rizoma, che è un fusto sotterraneo molto simile a una radice, a sviluppo orizzontale potenzialmente infinito, capace di immagazzinare e trasferire sostanze nutritive utili alla pianta; e il micelio, una rete filamentosa con cui i funghi assorbono nutrienti e interagiscono con l’ambiente circostante: dove trovano nutrimento, i filamenti si fermano e si ingrossano. Questi due pattern vegetali mi sono sembrati fin da subito utili a isolare due tipi diversi di enciclopedismo letterario. Da una parte, quello rizomatico, ossia strabordante, aperto, tipico del romanzo postmoderno americano, che discende dalla scrittura del dettaglio alla Bouvard et Pécuchet di Flaubert e che in Italia ha il suo massimo rappresentante in Gadda. Dall’altra, quello miceliare, sineddotico, per cui è l’interesse per il piccolo, il frammento di una superficie reticolare in crescita, a costituire il fulcro dello sviluppo conoscitivo. In particolare, mi sono concentrata sul panorama italiano della seconda metà del Novecento e degli anni duemila, cioè un periodo caratterizzato dalla liquidità della cultura, per usare l’espressione di Bauman, che prevede una revisione continua dei parametri di comprensione della realtà. Nell’epoca della complessità, dove paradossalmente i legami tra i saperi si impoveriscono a vantaggio di una specializzazione sterile, l’obiettivo di chi fa letteratura enciclopedica, cioè di chi intende la letteratura come una forma di conoscenza, non è più sciogliere il caos del totale, ma catturare le cellule indiziarie, i frammenti, preservando l’unità attraverso la contemplazione del disordine. L’idea di distinguere questi due gruppi di opere enciclopediche mi è venuta leggendo un saggio di Umberto Eco, L’antiporfirio, contenuto nel volume curato da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, Il pensiero debole, pubblicato nel 1983. Qui Eco rileva la differenza tra la rigidità del modello dizionariale, gerarchico, e la flessibilità dell’enciclopedia, paragonandola alla rete del rizoma. Nel mio studio si compie un passo ulteriore: oggi la forma enciclopedica è fruttuosa perché, pur mantenendo lo stimolo all’apertura dei legami, all’infinito, ammette i limiti e li sfrutta per consentire una migliore interpretazione di un mondo non altrimenti controllabile. E in questo senso l’enciclopedia è associata al micelio, su cui mi sono documentata leggendo il volume di Merlin Sheldrake, L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi, del 2020.
Su queste basi analizzi circa cinquant’anni di “opere a sineddoche”, rapportando anche autori tra loro molto distanti. Quali sono questi autori e cosa li unisce?
La sineddoche indica il gioco della parte per il tutto e in questo senso è miceliare. È una figura retorica che rappresenta bene il tipo di enciclopedismo locale che ho in mente, con cui si riesce a salvaguardare l’autonomia gnoseologica delle porzioni rispetto all’intero. Da un punto di vista contenutistico, il singolo prototipo, che sia evento, situazione o persona, permette di descrivere un tema o una problematica universale. Ma anche l’organizzazione dei testi, talvolta micronarrazioni, dove compaiono cataloghi, liste, frutto della pratica dell’accumulo per cercare di trattenere il mondo, riflette l’idea di una parzialità compiuta, che tende alla completezza. Ho quindi tracciato alcuni percorsi tematici, che coinvolgono necessari riferimenti strutturali, facendo naturalmente delle scelte sulla base dell’emblematicità dei testi e tentando di costruire un quadro complesso, non definitivo. Nel libro ci sono riferimenti diffusi a Borges, Gadda, Calvino, Celati ed Eco. Si trova poi, per esempio, un percorso sui bestiari contemporanei, da quelli dell’area padana di Pederiali, Barbolini e Pazzi, alle raccolte zoologiche a metà tra scienza e fantasia di Cortázar e Buzzati, Benni e Cavazzoni, fino ai casi peculiari di Cattabiani e Alessandro Boffa. I binomi parte-tutto, contingente-assoluto, vita-morte, vengono inoltre esaminati attraverso la pratica collezionistica, cui è dedito, per citare un autore, Michele Mari. Il catalogo diventa una possibilità di gestione del disordine, nonostante l’irriducibilità ad unum dei caratteri delle forme e dei saperi, come accade con le biografie anomale o beffardamente ordinarie raccolte da Wilcock, Campanile, Pontiggia e ancora Cavazzoni. Questa prospettiva permette di ripensare il canone novecentesco-duemillesco, secondo un raggruppamento non storico, geografico o di corrente, ma in definitiva di genere e stile.
Il primo capitolo di Opere a sineddoche congiunge cartografia ed enciclopedismo. Ci spieghi i motivi di questa unione?
Accostare cartografia ed enciclopedismo è venuto spontaneo. Innanzitutto in entrambi i casi, che siano immagini o parole, si instaura una relazione tra segno e oggetto, basata su presupposti convenzionali che bisogna accettare per comprenderne lo sforzo rappresentativo. Inoltre, si tratta di forme di comunicazione, che consentono di vivere orientandosi, di costruire la propria identità anche attraverso l’incontro con l’altro. Questo a maggior ragione se immagini e parole si adattano al globo e tentano di raccontarlo. Hans Blumenberg, nella Leggibilità del mondo, parla di «libri totali» in cui «cose disparate» si raccolgono in una «unità», in una sintesi. È un aspetto che vale sia per gli atlanti, unità sintetica di tavole cartografiche, analitiche, sia per le enciclopedie, con i loro elenchi e voci interconnesse. Inoltre, seguire l’evoluzione di mappe ed enciclopedie consente di capire i cambiamenti culturali del mondo, tenendo in considerazione il continuo aggiornamento delle coordinate spazio-temporali. Per questo capitolo, che è il più teorico del libro, ho fatto affidamento soprattutto agli studi di Franco Farinelli e Massimo Quaini, ma naturalmente ho inserito molti riferimenti letterari: dal Pasticciaccio di Gadda alle opere combinatorie di Calvino, dal Borges cosmologico alle geografie in movimento di Gianni Celati, dalla Nuova enciclopedia di Alberto Savinio al Nome della rosa di Eco.
Il libro prosegue poi con un’analisi interessantissima sui bestiari, che passa da Darwin per giungere a Borges, Manganelli, Pederiali, Buzzati, Cortázar. Una panoramica sull’illuminismo contemporaneo, insomma, in cui, come dici: “la smania di mettere ordine accompagna anche la comparsa di una prima forma di pensiero evoluzionistico, che mira a sciogliere il groviglio zoologico, risultato di un accumulo progressivo di eventi, scoprendo delle costanti nelle trasformazioni della natura” (p. 63) …
Sì, questa “smania” si riferisce alla tendenza classificatoria del Settecento, da cui è sempre opportuno partire quando si parla di enciclopedismo. Nel caso dei bestiari, prendere in esame le summae naturalistiche del periodo illuminista aiuta non solo a tracciare un confine tra l’allegorismo di stampo medievale, metafisico, e il nuovo paradigma scientifico; ma anche a segnare una base di partenza del processo evolutivo che dall’analisi, ancora una volta, conduce alla sintesi. In altre parole, nella contemporaneità i bestiari inseriscono spesso una vena narrativa nell’impianto analitico per schedature, che diventano di fatto brevi racconti. Si pensi a Stranalandia di Benni o a Guida agli animali fantastici di Cavazzoni: proprietà scientifiche o realistiche degli animali si uniscono a elementi del tutto immaginari. L’impianto è quello per schede, di matrice classica, ma la fantasia consente di inserire i testi in una rete più ampia in cui ciascun nodo animalesco è legato all’altro. Emerge quindi la ricerca di un metodo con cui rispondere alle esigenze conoscitive di un pubblico ormai deluso dalla progressiva parcellizzazione delle discipline, dalla mancanza di profondità interpretativa. All’analisi deve subentrare la sintesi. Non solo: il principio della sineddoche è riscontrabile tanto nella struttura, nell’organizzazione del testo per micronarrazioni inserite in un unico flusso narrativo, quanto nel valore universale che l’animale, spesso con la sua veste fantastica, folclorica o pseudo-scientifica, assume su di sé.
In chiusura, la follia. “Matti, lunatici, idioti e persino inutili”, perché “è grazie all’inferno che esiste il cielo, così come l’ordinarietà del reale passa attraverso la follia, da prendere sempre sul serio in quanto possibile apertura alle oscillazioni inedite della totalità” (p. 202) …
C’è una linea letteraria della rappresentazione del folle o dello strambo che ho iniziato a studiare partendo dal concetto di repertorio. Il repertorio è sineddoche: si tratta di una compilazione selettiva, ma che vuole rappresentare la totalità di una categoria; e inevitabilmente rimane precario, perché incasella, dà ordine, ma non conclude. L’impianto repertoriale imprime un’organizzazione e al contempo permette le connessioni tra le figure intertestuali e extratestuali, inserite negli stravolgimenti della storia e della cultura. Il filone che ho analizzato comincia da Wilcock per arrivare ad Alajmo, Baroncelli. Diventa una vera e propria linea letteraria, emiliana, con il magistero di Gianni Celati, che apre la strada ad autori come Cavazzoni, Cornia, e Nori. Non si tratta sempre di raccolte di racconti, come le cavazzoniane Vite brevi di idioti o i Repertori dei matti compilati alla maniera di Alajmo, ma anche di romanzi, in cui i personaggi si accumulano con tanta insistenza sulla pagina da creare comunque un microcosmo della stramberia. È interessante che la vocazione enciclopedica al catalogo, che tenta di raddrizzare il materiale caotico, si applica con insistenza alla trattazione della follia o della stramberia, ossia a ciò che è extra-ordinario, storto rispetto ai parametri ordinari. Questo in realtà fa capire quanto di dritto ci sia nel rovescio, illuminando con un effetto straniante la verità del nostro mondo, che troppo spesso confonde l’abitudine con ciò che è giusto. Celati diceva che «la pazzia non è nei matti», perché «l’essere fuori di sé è la normalità». O meglio ancora, è l’autenticità.
teresa.agovino@unimercatorum.it
L'autore
- Teresa Agovino (1987) ha conseguito il dottorato di ricerca nel 2016 presso l'Università 'Orientale' di Napoli con una tesi incentrata sulle riprese manzoniane nel romanzo storico del Novecento. Insegna Letteratura italiana presso l'Università Mercatorum (Roma) e Metodologie di scritture digitali presso l’Università Europea di Roma. Si occupa di ricerca su Alessandro Manzoni, Primo Levi, Giancarlo De Cataldo, Andrea Camilleri, autori sui quali ha pubblicato numerosi articoli in rivista e atti di convegno. Ha pubblicato i volumi: Dopo Manzoni. Testo e paratesto nel romanzo storico del Novecento e Elementi di linguistica italiana (Sinestesie, Avellino 2017 e 2020); I conti col Manzoni e «Sotto gli occhi benevoli dello Stato». La banda della Magliana da Romanzo criminale a Suburra (La scuola di Pitagora, Napoli, 2019 e 2024);“Non basta essere bravi. Bisogna essere don Rodrigo”: Social, blog, testate online, Manzoni e il grande pubblico del web (Armando editore, 2023). Ha vinto il premio 2023 dell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, Classe di Lettere, con il saggio Da Manfredi all’innominato. Suggestioni dantesche in Manzoni.
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