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La Pace, obiettivo primario al Vertice di Copenaghen e agli Accordi di Helsinki

Tornando al periodo successivo alla fine del conflitto del Kippur, i Capi di Stato e di Governo dei futuri Nove paesi membri della Comunità Europea, esattamente il 14 e il 15 dicembre 1973, si erano incontrati a Copenaghen ed avevano ritenuto che fosse giunto il momento di redigere un documento sull’identità europea che consentisse, tra l’altro, di definire più chiaramente le loro relazioni con gli altri Paesi e il posto che avrebbero occupato negli affari mondiali. Da un’attenta analisi si evince che essi intendevano svolgere un ruolo attivo e quindi contribuire, in conformità agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite, alla promozione della giustizia nelle relazioni internazionali, al mantenimento dell’indipendenza e dell’uguaglianza degli Stati, all’aumento della prosperità condivisa e al rafforzamento della sicurezza individuale. Ciò, a mio parere, avrebbe portato gradualmente i Nove a definire posizioni comuni nel campo della politica estera. Ai paesi del Medio Oriente i Nove volevano conservare i loro legami storici cooperare per stabilire e mantenere la pace, la stabilità e il progresso in quella regione. Anche i rappresentanti dei paesi arabi produttori di petrolio erano giunti a Copenaghen per sollecitare l’appoggio dell’Europa alla vigilia della Conferenza di pace di Ginevra e per porre le basi di un negoziato con l’obiettivo di una collaborazione a lungo termine con i Nove paesi della Comunità Europea. L’Italia partecipò ai lavori del vertice. Nell’articolo de Il Nuovo Torrazzo del 15 dicembre 1973 dal titolo Il terzo vertice europeo di Copenaghen Michele Bertazzoli scriveva:

«Il Presidente del Consiglio Rumor è partito giovedì sera in aereo alla volta di Copenaghen per partecipare ai lavori del vertice europeo accompagnato dal Ministro degli Esteri on. Aldo Moro, dal sottosegretario e da una delegazione della Farnesina».

Si leggeva nel Bollettino delle Comunità europee del 12 Dicembre 1973, della Gazzetta ufficiale delle Comunità europee.

«I nove Stati europei, il cui passato e la cui egoistica difesa di interessi fraintesi avrebbe potuto portare alla divisione, avendo superato i loro antagonismi, hanno deciso di unirsi, elevandosi al livello dei bisogni fondamentali europei, per garantire la sopravvivenza di una civiltà comune a tutti loro. Desiderose di garantire il rispetto dei valori giuridici, politici e morali a cui sono legate, desiderose di preservare la ricca varietà delle loro culture nazionali, condividendo la stessa concezione della vita, basata sulla volontà di costruire una società concepita e costruita al servizio dell’umanità, intendono salvaguardare i principi della democrazia rappresentativa, dello stato di diritto, della giustizia sociale – obiettivo del progresso economico – e del rispetto dei diritti umani, che sono elementi fondamentali dell’identità europea».

Nel settimanale La Guida del 21 dicembre 1973 Mario Ferreri con un articolo dal titolo Europa lenta ed astratta. Copenaghen: né crollo né decollo esprimeva il suo punto di vista:

«Come sono andate le cose? Ci sono i pessimisti e ci sono gli ottimisti e veramente c’è da restare perplessi perché di fronte ad alcuni risultati positivi non mancano i punti deludenti […]. In sostanza i Nove hanno riscontrato una buona solidarietà e una certa qual identità di vedute, il bisogno di unirsi più strettamente, di sentirsi qualcosa di diverso ma di sostanziale in confronto agli altri. Perciò tutti i Capi di Stato che hanno partecipato al vertice di Copenaghen hanno dichiarato di essere veramente soddisfatti; lo ha detto anche l’onorevole Mariano Rumor che con l’onorevole Moro ha rappresentato l’Italia».

Non è dello stesso avviso Enrico Merli che nel settimanale cattolico di Novi Ligure Il Popolo di Novi del 23 dicembre 1973 scriveva l’articolo Cattive notizie dal vertice di Copenaghen – l’Europa dei popoli resta indietro in cui affermava che a causa dell’embargo petrolifero si era acuito lo spirito nazionalistico dei Paesi partecipanti e che era stato permesso che Francia e Gran Bretagna imponessero la loro risoluzione da una posizione di forza. Possiamo certamente affermare che le posizioni prese avevano provocato una grave battuta di arresto nel processo di integrazione politica europea e un conseguente affossamento di una possibile posizione autonoma dei Paesi europei. La subordinazione dei Paesi della CEE era evidente non avendo l’Europa una politica comune. Scriveva ancora Merli:

«Il conflitto mediorientale non è stato sufficiente per aprire definitamente gli occhi ai governi europei vista la totale libertà lasciata alle manovre imperialiste delle due superpotenze».

Plausibile dire che quelli erano anni in cui la stabilità e la sicurezza degli Stati era diventata ormai una necessità indifferibile e, difatti, il 1° agosto del 1975 ad Helsinki venne firmato, dagli Alti rappresentati dei 35 paesi partecipanti, l’atto finale della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE), a conclusione di un lungo processo decisionale iniziato il 22 novembre 1972. Questi colloqui portarono a definire i termini della conferenza vera e propria che si divise in due fasi: la prima nel luglio 1973 a Helsinki e la seconda dal 18 settembre 1973 a luglio 1975 a Ginevra, momento in cui prese forma scritta l’accordo che divenne pietra angolare della sicurezza europea.

Si può asserire che l’accordo di Helsinki fu un nuovo esperimento nel quadro delle relazioni internazionali. La stampa democristiana si espresse sulle questioni legate alla Conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa e in un articolo di fondo di Filippo Paliotta sul quotidiano Il Popolo, del 9 luglio 1975 intitolato Tra Ginevra ed Helsinki, La Logica della Distensione, venivano raccontati tutti i particolari del processo di Helsinki. Paliotta aveva l’impressione che a fare da sfondo alla CSCE ci fosse una mancanza di intese nei rapporti Est-Ovest, e perciò ammoniva soprattutto gli Stati Occidentali di essere andati alla Conferenza

«alla ricerca di un’“intesa di ideali” con un’ideologia, quella sovietica, la quale nel processo distensivo non cerca altro che la conferma e il riconoscimento delle due sfere di competenza separate quella occidentale e quella sovietica».

Era un modo efficace che l’opinionista, a mio parere, aveva adottato per redarguire gli Stati occidentali, soprattutto quelli europei, e per invitarli a tenere vigili le difese, perché «anche se sembra che al momento la distensione abbia una logica funzionante questa è precaria anzi, mentre l’Europa è lacerata da ferite ancora aperte dal Portogallo a Cipro, ai Balcani, al Mediterraneo […], la Russia sembra l’unica potenza Europea a non risentirne. […] Helsinki potrebbe essere per Mosca la buona occasione per convalidare la supremazia dei suoi interessi di superpotenza visto che “l’accettazione implicita di un ordine sovietico europeo, sono tutti obbiettivi che rientrano nelle mire della grande Russia di Breznev».

La Santa Sede fu presente al vertice e svolse un ruolo importantissimo, mediando tra le parti e mantenendo una posizione neutrale. Partecipò alle riunioni preparatorie come full member della CSCE, e all’Atto finale, in cui vennero affermati oltre ai principi dell’eguaglianza e della sovranità degli Stati, quelli del non ricorso alla minaccia o all’uso della forza, della composizione pacifica delle controversie, del non intervento degli affari interni, del rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo. Su questo fondamentale principio, la delegazione della S. Sede diede un importante e riconosciuto contributo di elaborazione:

«La libertà religiosa, che concerne la coscienza individuale, ma ha anche un’imprescindibile dimensione sociale, è una cartina tornasole dell’esistenza delle più generali libertà della persona e della collettività, in quanto la positiva considerazione del fattore religioso va a vantaggio della comprensione e della cooperazione tra i popoli e tra gli Stati».

Ovvio pensare che per la Chiesa Cattolica la pace dovesse costituire il fondamentale principio ispiratore e che fosse ferma nel sostenere la libertà di coscienza come base delle altre libertà. In conclusione, nella prospettiva vaticana, non si poteva prescindere da una stretta interdipendenza tra pace, sicurezza e rispetto dei diritti umani. A tutte le fasi delle discussioni partecipò una delegazione dello Stato vaticano capeggiata dal cardinal Casaroli il quale, noto per il suo zelo, era conosciuto come il «costruttore di pace» e il «Kissinger del Vaticano». Il delegato vaticano sottolineò la necessità di

«rispettare i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali da parte di tutti gli Stati affinché possa esistere, pur nella diversità dei sistemi, una “profonda base comune”».

Il discorso di mons. Casaroli destò vivissimo interesse, sia per il contenuto del suo intervento, sia perché per la prima volta un rappresentante del Vaticano aveva partecipato ufficialmente e a parità di condizioni a una conferenza politica internazionale.

L’arco temporale che ho analizzato mostra i meccanismi della conferenza ancora in corso d’opera nel luglio 1975 con alcune questioni scottanti che erano rimaste in sospeso, e attraverso le parole dei cronisti del tempo ci è possibile comprendere quali fossero le aspettative e i giudizi sulla CSCE in Italia al momento della firma sull’ «atto finale». Nell’articolo de Il Popolo del trenta luglio 1975 intitolato La lunga strada per Helsinki, si fa una disamina della storia della CSCE citando le principali personalità presenti ad Helsinki, e gli interventi più positivi che portarono a quella che sembrò essere una delle tappe più importanti del processo distensivo. Nell’articolo di fondo in prima pagina, Un primo bilancio, L’ Italia ad Helsinki, del nove luglio 1975, pubblicato su Il Popolo, Arturo Pellegrini scriveva

«Un bilancio di Helsinki sarebbe largamente incompleto e privo di un giudizio finalmente e interamente positivo […] se non si guardasse l’azione dell’Italia che ha giocato le sue carte con intelligenza, accortezza, lucidità ed estrema lungimiranza. […]. Anzi diremmo che gli unici risultati tangibili della conferenza sono stati quelli voluti, o incoraggiati, dall’Italia […]».

E’ bene quindi dare enfasi all’intervento della delegazione italiana e del Presidente del Consiglio Moro sulla promozione della sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo, i due punti nevralgici degli Accordi di Helsinki.

 

 

 

 

L'autore

Carla Anna Penza
Carla Anna Penza, laureata in Lettere presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2024, e in Filologia Moderna, sempre presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2026. È giornalista pubblicista dal 2023, scrive per il mensile «In Comunione», dal 2020; ha pubblicato articoli sul quotidiano «Avvenire», e sul mensile «Il Fieramosca».