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Dall’intellettuale organico all’artista perseguitato: dialogo con Daniele Maria Pegorari

Daniele Maria Pegorari non avrebbe bisogno di presentazioni. Ordinario di Letteratura italiana contemporanea all’Universitas Mercatorum di Roma, dove è Delegato rettorale alla Biblioteca. nonché coordinatore del corso di studi in Lingue e Mercati, si occupa di sociologia della letteratura, crisi della modernità e tradizione dei classici. Condirige dal 2000 la rivista interdisciplinare «incroci» ed è autore di quattrocento studi, fra cui Critico e testimone. Storia militante della poesia italiana 1948-2008 (2009), Scritture precarie. Editoria e lavoro nella grande crisi 2003-2017 (2018), Letteratura liquida. Sei lezioni sulla crisi della modernità (2018), La conoscenza amministrata. Calvino, Pasolini, Volponi e la cibernetica sociale (2025) e libri su Dante, Fiore, Pasolini, Luzi, Maurogiovanni, Eco, Angiuli e il Realismo Terminale. Podcaster di Radio Mercatorum, nel 2021 è stato nominato Accademico Pugliese delle Scienze. Abbiamo dialogato con lui in merito al suo ultimo libro, Ceneri e gioventù. Il marxismo tragico nella poesia di Pasolini (La scuola di Pitagora, Napoli 2025).

Parto dalla questione più intricata: il Pasolini poeta civile obbliga a uno studio complessivo della sua opera, pre- e post 1960. Come giustamente scrivi, «il compito di chi voglia scrivere della sua poesia civile è una fatica improba» (p. 8). Come affrontare una tale mole di opere che, a ragion veduta, organizzi in due quindicenni distinti?

Quando Giuseppe Langella, notissimo contemporaneista e direttore della collana “Fendinebbia” dedicata alla poesia civile, mi ha proposto di scrivere una monografia su Pasolini che non superasse le centocinquanta pagine, ho accettato con entusiasmo proprio perché mi sfidava a condensare un’opera molto vasta. In ogni sua raccolta Pasolini è stato poeta civile e anche molto prolifico, se consideriamo anche i tanti testi non raccolti in volume finché l’autore era in vita, ma che oggi leggiamo nelle cosiddette “Appendici” dell’edizione mondadoriana. Ho voluto fare di quella contrainte editoriale (il limite ristretto di battute) l’occasione per razionalizzare un itinerario poetico ineludibile e complesso, che rischia di attrarre il lettore nel vortice dei continui riposizionamenti di questo autore. Rileggere oggi Pasolini significa non solo riattraversare le vicende del Dopoguerra, ma scoprire la feconda attualità di certe sue categorie: pensiamo, ad esempio, al concetto di «Dopostoria». Per prima cosa ho diviso tutto il percorso in due quindicenni, al di qua e al di là del 1960: un anno spartiacque per l’ipotesi di una soluzione politica all’oppressione delle masse.

Il tuo libro si apre con tre paragrafi molto evocativi: la patria, il comunismo, il cattolicesimo. Ce ne parli?

Sono le tre parole chiave del discorso che Pasolini elabora dal momento in cui ‘scopre’ la politica (nel 1946), fino agli inizi degli anni Sessanta, quando quel discorso si disgregherà. Il punto di partenza è la patria: il giovane Pasolini, che scrive liriche in friulano e in lingua dal 1942 al 1945, quando pensa alla ‘nazione’ la fa coincidere con la piccola patria friulana, priva di connotazione politica o economica o sociologica. I giovani contadini, per esempio, sono solo delle figurine bucoliche e autoproiezioni narcisistiche. Ma la guerra civile, che impatta anche sulla sua famiglia (poiché il più giovane fratello Guido, partigiano, viene assassinato da altri partigiani, con una falsa accusa di tradimento), gli impone di pensare per la prima volta all’Italia come patria: un’Italia liberata dal nazifascismo, ma non dallo sfruttamento dei ‘signori’ nei confronti dei ceti subalterni. Ora Pasolini guarda ai contadini, agli operai e agli emigrati come categorie sociologiche, avvalendosi della dottrina comunista che gli consente di emendare l’iperletterarietà e lo psicologismo dei suoi anni giovanili. Ed eccoci alla seconda parola chiave: il comunismo si rivela a Pasolini attraverso una breve militanza nel partito e molto di più attraverso i Quaderni del carcere di Gramsci, che vennero pubblicati a partire dal 1948. Il capolavoro di Pasolini, Le ceneri di Gramsci (1957) sarà proprio un continuo e straordinario misurarsi col rigore teorico dei marxisti italiani. L’ultimo libro di questa prima stagione, La religione del mio tempo (1961), prende invece di mira il cattolicesimo, colpevole di aver tradito la purezza del Vangelo e di essersi trasformato nello «spietato cuore dello Stato» borghese, come scrive nel poema che dà il titolo al libro.

In che modo Pasolini affronta la questione del marxismo che – lo scrivi a p. 52 – «come dottrina generale, sostanzialmente conferma e si tiene stretta come strumentazione analitica» (a differenza del comunismo, col quale si apre una profonda frattura)? Cosa intendi per marxismo tragico?

Come tutti gli intellettuali che vivono senza schermi protettivi la crisi della modernità, Pasolini è dilaniato fra caos e ordine: è tanto anarchico, sfuggente, controcorrente, esasperato nelle sue adesioni e nei suoi risentimenti morali e sentimentali, quanto attratto dalle istituzioni che cristallizzano le idee. Vale per la chiesa cattolica, di cui parlavo poc’anzi, da lui tanto più cercata quanto più la copriva di sarcasmo e di scandalo; e vale per il Partito Comunista, di cui si sentirà militante sempre, nonostante l’espulsione che lo colpisce alla fine del 1949. Questo perché Pasolini ha ben chiaro che è il Partito a dare consistenza storica e collettiva a un marxismo che altrimenti rischiava di rimanere un apparato teorico e di accentuare l’individualismo dell’intellettuale borghese, quale il poeta sa di essere. Ma il marxismo è per sua natura ‘eroico’, il suo spazio è la storia dell’umanità, il suo motore è la volontà d’azione dei subalterni che prendono coscienza del proprio sfruttamento. Non a caso la sua prima poesia ‘ideologica’, La scoperta di Marx, scritta nel 1949, culmina con una dichiarazione d’amore per la «Storia», che – correttamente – per il poeta è tutt’uno col marxismo. Ma quando Pasolini cesserà di credere nello sviluppo storico (a partire dai primi anni Sessanta), il suo marxismo subirà una mutazione paradossale: non sarà più ‘epico’, ma ‘tragico’, cioè confermato come modello utopico, ma negato nella sua realizzabilità. Potremmo dire che Pasolini trasforma il ‘sol dell’avvenire’, nel ‘sole del passato’. Come nelle tragedie greche (di cui Pasolini era cultore), per quanto l’eroe sia depositario di virtù, sul suo capo pende una sentenza già scritta.

A pagina 75 scrivi: «L’anno 1960 in cui si conclude la stesura delle liriche de La religione del mio tempo è destinato a rappresentare una cesura netta nell’itinerario di Pasolini, certo preparata da una crisi ideologica che scorreva carsicamente già fra le pagine dei libri precedenti, ma rafforzata da accadimenti politici nazionali che lasciarono il segno nella storia tanto dei partiti istituzionali, quanto dei movimenti di contestazione». Cosa succede nel 1960 e come vive Pasolini questo stravolgimento?

Tutti i migliori poeti e narratori italiani (da Morante a Sereni, da Calvino a Luzi) colgono subito il carattere traumatico degli anni Sessanta. È il momento in cui la piena industrializzazione e lo sviluppo delle comunicazioni di massa rivelano il doppio volto dello sviluppo capitalistico. Da un lato il progresso tecnologico, la scolarizzazione di massa, l’apparente livellamento dei consumi e delle capacità di acquisto si mostrano inarrestabili e illudono circa una nuova modernità felice; dall’altra questi stessi processi portano all’assorbimento dei ceti subalterni all’interno della cultura borghese e ne spengono l’alterità ‘rivoluzionaria’. Pasolini comprende che il processo è irreversibile e che quell’idea di storia come flusso perenne verso la trasformazione (così come era stata pensata dalle grandi filosofie: il cristianesimo, l’umanesimo, l’idealismo e il marxismo), si è esaurita, bloccandosi su un eterno presente che non lascia scampo. La chiama «Dopostoria», un concetto che anticipa di gran lunga quello di «fine della storia» elaborato dal politologo americano Francis Fukuyama dopo la caduta del Muro di Berlino. Cambia la valutazione (negativa quella di Pasolini, positiva quella di Fukuyama), ma la constatazione è la stessa: il neocapitalismo ha vinto, There Is No Alternative, come disse Margaret Thatcher. E ha vinto non solo sulle altre ipotesi di organizzazione economica, ma anche sulla politica, portando all’odierna ininfluenza della liberaldemocrazia rispetto ai dispositivi tecnocratici.

A proposito delle critiche al neocapitalismo, a p. 100 affermi poi che «Ad essere bollati come “fascisti!” non sono più gli oppressori dei ceti economicamente deboli, ma le “masse feroci” che abitano nelle case popolari dell’INA e nelle borgate, che sono diventate “complici del mito”, cioè della narrazione che su di lui si è costruita». Ce ne parli?

I versi che citi provengono da La persecuzione, un poemetto incluso in Poesia in forma di rosa (1964), e sono indicativi dello stato d’animo del poeta nell’ultimo quindicennio del suo itinerario: man mano che perde rilievo l’analisi politica in senso stretto (quella analisi che lo aveva portato solo pochi anni prima a considerare il male assoluto il riproporsi sulla scena italiana del Movimento Sociale Italiano, il partito dei neofascisti), Pasolini passa a considerare i rischi di altri ‘fascismi’, come il perbenismo, il conformismo e soprattutto il cinismo propri di quelle masse operaie nel cui riscatto egli aveva creduto negli anni Quaranta e Cinquanta: ora, invece, egli vede il proletariato del tutto integrato nell’individualismo e nell’egoismo propri della borghesia. Dieci anni dopo, nel romanzo Petrolio, egli rappresenterà gli stessi giovani borgatari, che nel 1955 aveva guardato tutto sommato con condiscendenza (in Ragazzi di vita), come dei fascistelli, incapaci di rappresentare un’alternativa. Degli automi, insomma, che avrebbero riprodotto il mondo all’infinito, senza sospettare di poterlo cambiare.

In chiusura, una considerazione più generale su Pasolini, che vorrei estrarre da un altro tuo recentissimo libro, La conoscenza amministrata, apparso per Mimesis a gennaio del 2025; qui affermi che «l’elevazione al rango di classico» abbia reso PPP «personaggio e figura, prima e ancor più che scrittore» (p. 145). Quali sono i rischi critici di questa visione?

Ne La conoscenza amministrata faccio di Pasolini, accanto a Calvino e Volponi, il maestro della critica al capitalismo in quanto amministrazione tecnica e ‘antipolitica’ della società; in questo senso sono esemplari soprattutto le poesie di Trasumanar e organizzar (1971) e i saggi di Empirismo eretico (1972). Ma al contempo metto in guardia circa il depotenziamento che subisce la lezione di Pasolini, quando ne facciamo un’icona, strattonata un po’ da tutte le parti. Pasolini è stato uno dei più grandi poeti italiani del Dopoguerra, certamente un classico della nostra letteratura di tutti i tempi, ma non poche sue pagine recano il segno di ossessioni personali che nulla c’entrano con gli pseudo-fascismi altrui e che solo la sua autoindulgenza lo portava ad ammantare di significati politici; accanto ad acutissime analisi sui processi sociologici in atto, ci furono anche tremendi abbagli, come quello sulla relazione fra israeliani e palestinesi (che oggi sarebbe interessante rileggere, e non certo per consenso) o l’attacco alla scuola media unificata, che è invece è stato l’ultimo vero ascensore sociale del nostro Paese. Come ogni grande artista, Pasolini ha espresso intuizioni geniali, ma anche grossolanità dettate dalla contingenza personale o dalla sua vis provocatoria. Non abbiamo bisogno di venerare la sua vita di presunto martire o profeta, bensì di studiare le sue parole con rigore; allora sì che faremmo detonare la sua voce di poeta.

teresa.agovino@unimercatorum.it

L'autore

Teresa Agovino
Teresa Agovino (1987) ha conseguito il dottorato di ricerca nel 2016 presso l'Università 'Orientale' di Napoli con una tesi incentrata sulle riprese manzoniane nel romanzo storico del Novecento. Insegna Letteratura italiana presso l'Università Mercatorum (Roma) e Metodologie di scritture digitali presso l’Università Europea di Roma. Si occupa di ricerca su Alessandro Manzoni, Primo Levi, Giancarlo De Cataldo, Andrea Camilleri, autori sui quali ha pubblicato numerosi articoli in rivista e atti di convegno. Ha pubblicato i volumi: Dopo Manzoni. Testo e paratesto nel romanzo storico del Novecento e Elementi di linguistica italiana (Sinestesie, Avellino 2017 e 2020); I conti col Manzoni e «Sotto gli occhi benevoli dello Stato». La banda della Magliana da Romanzo criminale a Suburra (La scuola di Pitagora, Napoli, 2019 e 2024);“Non basta essere bravi. Bisogna essere don Rodrigo”: Social, blog, testate online, Manzoni e il grande pubblico del web (Armando editore, 2023). Ha vinto il premio 2023 dell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, Classe di Lettere, con il saggio Da Manfredi all’innominato. Suggestioni dantesche in Manzoni.