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Tra musica e cultura. Dialogo con Andrea Mancini

Docente specializzato in attività di sostegno scolastico, lavora da tre anni come professore all’IIS Giordano Bruno di Perugia. È musicista e compositore della band “Elephant Brain” e dal 2023 presidente del collettivo “Roghers Staff”, il quale organizza il festival “L’Umbria che Spacca”.

Con il 2025 il festival perugino L’Umbria che spacca giunge alla dodicesima edizione. Puoi dirci come e quando nasce?

Il Festival nasce nel 2013 da un’idea di Aimone Romizi (io mi sono unito al progetto circa cinque anni dopo), che insieme a un gruppo di ragazze e ragazzi di Perugia ebbe l’intuizione di creare uno spazio dove le numerose band locali potessero esibirsi in un contesto professionale. L’idea di fondo era semplice ma potente: offrire a chi suona nel garage sotto casa l’opportunità di salire su un vero palco, davanti a un pubblico, contribuendo così a far nascere un vero e proprio circuito musicale cittadino.

L’intuizione colpì positivamente anche Sergio Piazzoli – storico promoter, di cui lo scorso anno abbiamo ricordato i dieci anni dalla scomparsa – che decise di sostenere questa realtà nascente. Grazie a lui fu possibile organizzare la primissima giornata del festival: un giorno, un palco, otto band locali. Arrivarono qualche migliaio di persone.

Oggi, a distanza di dodici anni, siamo arrivati a nove palchi diffusi in tutta la città con centinaia di musicisti provenienti da tutta Italia, ospiti internazionali, e chiaramente le formazioni locali che rimangono il fulcro della manifestazione. Forse la situazione ci è un po’ sfuggita di mano.

Nel Festival sono passati i cantanti e i gruppi più noti del momento. Puoi raccontarci qualche episodio a cui sei particolarmente legato?

È vero, in dodici anni i ricordi cominciano davvero ad accumularsi. A volte basta chiudere gli occhi e tornano in mente i volti, i sorrisi, l’energia delle tante persone che ogni anno scelgono di dedicare il proprio tempo a vivere il festival, ascoltando musica sotto il cielo estivo di Perugia con una birra in mano.

Di momenti a cui sono particolarmente legato ce ne sono molti, penso all’emozione che ho provato poco prima del concerto di Brunori Sas nel 2022: mi tremavano letteralmente le mani, l’attesa era carica di adrenalina ed è stato un momento davvero incredibile. Oppure Piero Pelù, ospite della Galleria Nazionale dell’Umbria (progetto Galleria Che Spacca), che la sera a cena – mandiamo spesso gli artisti al Numero Zero, un ristorante inclusivo in cui il 60% dei lavoratori soffre di disturbi psichiatrici – finisce in cucina a giocare con dei sottobicchieri insieme ai ragazzi del ristorante. Un’immagine che per me racconta più di tante parole anche il senso di quello che portiamo avanti. Ricordo ancora Pierpaolo Capovilla, sempre alla Galleria Che Spacca, che si commuove davanti a una pala d’altare del Trecento e manda in estasi il pubblico, facendo un parallelismo tra il dipinto e la società capitalistica in cui viviamo, dicendo che Cristo è stato il primo vero comunista.

E poi io e Aimone, stesi sul prato della Villa del Colle del Cardinale, nella prima edizione dopo la pandemia che ascoltiamo in silenzio le note di Niccolò Fabi, pensando tra noi che, anche quella volta, in qualche modo ce l’eravamo fatta.

Indimenticabile la fila chilometrica dall’ingresso del Frontone fino all’Arco di Borgo XX Giugno, per i concerti gratuiti della prima Rebel Sunday.

Per finire l’energia di tutte le ragazze e i ragazzi dell’associazione, che culmina nel dj set finale: siamo tutti sul palco, a liberarci della tensione accumulata nei giorni precedenti. Sappiamo bene che da lì a poco inizieranno i tre giorni più duri, quelli dello smontaggio. Ma prima ci abbracciamo, cantiamo a squarciagola il pezzo finale – Hold the Line dei Toto, ormai diventato un rito – e solleviamo in aria, uno per uno, tutte le persone che hanno reso possibile ancora una volta questa piccola magia.

Nelle prime edizioni il Festival si limitava a organizzare solo eventi musicali, ma dal 2017 ha ampliato il programma con incontri culturali nei luoghi più prestigiosi della città. Fermo restando che apprezzo moltissimo questo nuovo formato, ti chiedo qual è stata la ragione che vi ha spinto a farlo?

Un festival si muove su un terreno che è quello della cultura, e la cultura non è mai univoca: è fatta di tanti linguaggi, attori, contesti. Con il tempo, mano a mano che il festival cresceva e l’associazione si allargava e diventava sempre più partecipata, è stato naturale allargare lo sguardo e iniziare a esplorare anche altri ambiti oltre la musica.

Un ruolo importante lo ha giocato anche la percezione esterna: essere riconosciuti come attrattore culturale e come soggetto capace di comunicare in modo efficace sui social ci ha fatto capire che avevamo una responsabilità, ma anche una possibilità concreta, di raccontare le eccellenze del territorio in modo contemporaneo e dinamico, contribuendo alla crescita del tessuto culturale cittadino.

Uno dei nostri obiettivi è sempre stato quello di mettere in rete i diversi attrattori culturali della città, creare sinergie, e con il tempo questa visione è diventata un vero e proprio faro per le nostre azioni. Da qui nasce la spinta a portare il festival nei luoghi simbolici di Perugia: luoghi di grande valore storico, artistico e identitario. Le idee non sono mai mancate, e negli anni il gruppo ha maturato competenze sempre più solide, che ci permettono oggi di immaginare e realizzare progetti ambiziosi.

In generale, se sai raccontare bene quello che fai e riesci a coinvolgere un pubblico sempre più ampio, tutto questo diventa anche uno stimolo a crescere ancora, ad alzare l’asticella della qualità, a promuovere le eccellenze del territorio e, naturalmente, ad attrarre le risorse economiche necessarie per continuare a farlo.

Qual è la reazione dei vostri ospiti quando gli proponete un incontro culturale piuttosto che un concerto?

Proporre esperienze diverse ai nostri ospiti è ormai diventata una prassi, ma quando abbiamo iniziato – nel 2017 – non era così scontato. Gli eventi paralleli de L’Umbria che spacca erano ancora in fase di lancio, quindi dovevamo spiegare bene il progetto, la sua natura, le finalità artistiche e culturali. Il segreto è sempre stato proporre attività coerenti, ben pensate e con un senso chiaro. In generale, quando questo succede, la risposta degli artisti è quasi sempre entusiasta.

Un esempio emblematico è stata l’esperienza con la Galleria Nazionale dell’Umbria, allora diretta da Marco Pierini, un vero unicum sul territorio nazionale. Abbiamo portato musicisti e cantanti contemporanei a confrontarsi con opere d’arte del medioevo o del rinascimento, chiedendo loro di condividerne una lettura personale assolutamente libera da sovrastrutture. Al loro fianco c’era una storica dell’arte, o il direttore del museo, che offriva invece un’analisi formale. Il cortocircuito che si creava – tra la sensibilità dell’artista e la competenza accademica – era estremamente potente. Da una parte, avvicinava al museo persone che magari non ci sarebbero mai entrate. Dall’altra, elevava lo sguardo sull’artista “pop”, mettendolo a confronto con un patrimonio solitamente percepito come distante o “alto”. In alcuni casi, è successo persino che gli artisti notassero dettagli o dessero interpretazioni che la critica tradizionale non aveva mai considerato, e questo secondo me è un aspetto di di inestimabile valore che solo il dialogo tra linguaggi artistici diversi può generare.

Quest’anno affrontate temi molto sensibili, quali l’affettività, il cambiamento climatico e così via. Come decidete le tematiche da affrontare?

L’Associazione è composta da oltre cento volontari attivi sul territorio, e questo ci permette di avere uno sguardo ampio e plurale su ciò che accade intorno a noi. Ci confrontiamo spesso anche su tematiche di attualità, su ciò che sentiamo urgente, necessario, o semplicemente giusto affrontare. È un processo partecipato, orizzontale, in cui sono le ragazze e i ragazzi stessi a proporre i temi che poi diventano parte del programma culturale del festival.

La scelta delle tematiche nasce proprio da lì: dall’ascolto reciproco, dal bisogno di dare spazio a voci che altrimenti rischierebbero di restare ai margini. Che si tratti di affettività, cambiamento climatico, salute mentale o diritti civili, cerchiamo di creare contesti in cui se ne possa parlare liberamente, con competenza e rispetto, coinvolgendo chi questi temi li vive o li studia da vicino. Una volta individuate le tematiche, si lavora insieme alla programmazione degli incontri, e i contenuti vengono condivisi e sviluppati anche con i nostri partner, che ne rendono possibile la realizzazione.

Per noi è importante non solo cosa si dice, ma come e a chi lo si dice. Ecco perché lavoriamo per rendere il festival quanto più inclusivo e accessibile possibile. Lo scorso anno, ad esempio, abbiamo introdotto la traduzione in LIS (Lingua dei Segni Italiana) per alcuni eventi divulgativi, e continueremo su questa strada.

L’obiettivo è che chiunque possa sentirsi parte del festival, non come semplice spettatore, ma come soggetto attivo, coinvolto, ascoltato. In fondo, crediamo che la cultura debba servire anche a questo: ad aprire spazi di partecipazione reale, dove tutte e tutti possano riconoscersi.

Un’ultima domanda. Nel settembre 2022 si è tenuta un’edizione del festival a Terni. C’è ancora l’intenzione di portare alcuni eventi fuori Perugia?

Quella del 2022 a Terni è stata davvero una bellissima edizione, un’esperienza intensa e partecipata che ricordiamo con grande affetto. Così come sono significative, seppur più raccolte, le esperienze legate a “Un calice, un concerto”: cinque live in contemporanea ospitati in altrettante cantine del territorio, scenari suggestivi che raccontano la ricchezza culturale e paesaggistica dell’Umbria.

L’idea di espandere L’Umbria che spacca anche fuori da Perugia è qualcosa che ci piacerebbe molto continuare a coltivare. Non si tratta solo di “replicare” il format, ma di farlo con lo stesso spirito che ci guida da sempre: creare eventi che non siano calati dall’alto, ma costruiti in modo partecipato, insieme agli attori, alle associazioni e ai territori che li ospitano. Per noi è fondamentale che ogni evento abbia un senso, una radice nel contesto in cui si inserisce e che, una volta finito, lasci qualcosa di duraturo: un’impronta, una connessione, un seme per il futuro. La provincia di Terni ha bisogno – come tutta la regione – di eventi significativi, che non siano solo appuntamenti di passaggio, ma occasioni vere di valorizzazione culturale. Quando torneremo a realizzare qualcosa lì, vogliamo che non sia una “versione ridotta” del festival, ma che abbia lo stesso peso in termini di risorse, visibilità, direzione artistica, partecipazione e percezione.

Nel 2022 è stato così, e il risultato è stato eccellente. Purtroppo, negli anni successivi non si sono create le condizioni per replicare quell’esperienza. Per ora quindi non c’è nulla in programma, ma non escludiamo affatto di tornare. Mai dire mai: quando i tempi saranno maturi, ci faremo trovare pronti.

L'autore

Carlo Pulsoni
Carlo Pulsoni è il coordinatore di Insula europea (http://www.insulaeuropea.eu/carlo-pulsoni/).