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Golda Meir e gli accordi di pace: Considerazioni della stampa cattolica

«Al tempo della guerra dello Yom Kippur il leader politico israeliano era la formidabile Primo Ministro Golda Meir. Nata a Kiev nel 1898, all’età di otto anni la sua famiglia emigrò negli Stati Uniti. Si stabilì in Palestina nel 1921 e divenne una delle figure leader del movimento laburista. Occupò la posizione di ministro del lavoro dal 1949 al 1956 e di ministro degli esteri dal 1956 al 1966. In seguito si preoccupò di crearsi una cerchia di consiglieri fidati, il famoso “cucinino”, ma la decisione finale in molte questioni spettava a lei. Per tutta la guerra di ottobre, fu lei a tenere saldamente il timone mentre gli altri esitavano e si facevano prendere dal panico, salvando alla fine lo Stato di Israele. Ma tutto questo non le risparmiò l’indagine della Commissione di Agranat nel 1974, anche se non fu giudicata responsabile di aver interpretato male le intenzioni belliche degli arabi. Morì a Gerusalemme nel 1978».

Simon Dunstan presenta così il personaggio di Golda Meir nel suo libro La Guerra dello Yom Kippur. Il conflitto arabo israeliano del 1973. Il suo vero nome era Golda Mabovitz Meyerson, ma il padre fondatore di Israele Ben Gurion le suggerì di prendere un cognome che suonasse più «ebraico», infatti Meir significa «illuminato».

Un episodio memorabile della sua vita fu l’incontro con papa Paolo VI, il 16 gennaio 1973 in Vaticano:

«Restai profondamente colpita – e sarebbe impossibile non esserlo – non solo dal Vaticano, ma anche e soprattutto dalla persona del papa, dalla semplicità ed eleganza dei suoi modi e dallo sguardo penetrante dei suoi occhi».

Emozioni che mutarono ben presto, quando il papa disse alla premier che non capiva perché gli ebrei, i quali più di ogni altro popolo avrebbero dovuto mostrarsi compassionevoli verso altri per le sofferenze vissute, si erano comportati con tanta durezza nel loro paese. La Meir rispose:

«Mi permetta Sua Santità di assicurarLe che il mio popolo conosce perfettamente il significato della parola “durezze”, e anche che abbiamo imparato tutto quello che c’era da apprendere circa la vera pietà, quando siamo stati sospinti verso le camere a gas dai nazisti. […] Può darsi che non fosse una maniera molto convenzionale di parlare al papa, ma sentivo che stavo parlando a nome di tutti gli ebrei di ogni parte del mondo, vivi come quelli che erano periti mentre il Vaticano, durante la Seconda guerra mondiale, preferiva mantenersi neutrale».

La stampa israeliana, soddisfatta per lo «storico incontro», affermò che così si apriva «una nuova era» nei rapporti fra Israele e il Vaticano e in particolare il giornale religioso Hatzofeh apprezzò il fatto che Paolo VI avesse ascoltato il punto di vista del primo ministro israeliano. La stampa araba, da parte sua, disse che non vi era stato nessun cambiamento nell’atteggiamento del Vaticano perché quella visita era avvenuta su richiesta della Meir e non aveva avuto alcun carattere ufficiale. Ovviamente nessuno tra i politici e i diplomatici si erano fatti illusioni sulla possibilità che il colloquio potesse produrre risultati anche minimi. Il motivo è chiaro e lineare: sul problema del Medio Oriente la posizione di Gerusalemme e quella della Santa Sede erano in antitesi. A questo si aggiungeva anche il fatto che tra Papa Montini e Golda Meir esisteva un precedente: quando nel 1964 Paolo VI effettuò un viaggio in Palestina la Meir fu l’unico esponente politico a non volerlo incontrare perché il papa non aveva riconosciuto ufficialmente lo Stato di Israele. Allora, tra la Santa Sede e Israele non c’erano rapporti diplomatici ma vi erano nati solo dei rapporti bilaterali. Era risaputo inoltre che tra il Vaticano e il movimento sionista la situazione era alquanto delicata. Fu un pellegrinaggio senza alcun carattere politico per volontà del Papa anche se fu accolto con grande rispetto da tutti: la cordiale accoglienza del re Hussein fu accompagnata dall’entusiasmo travolgente dei musulmani: le autorità di Israele gli riservarono cortesia e riguardo, anche se il Papa non nominò mai la parola Stato di Israele, come non aveva parlato di Giordania o di Regno Hashemita di Giordania. Forse il Papa, senza dirlo, voleva favorire una distensione tra arabi e ebrei e il suo viaggio rappresentò uno spartiacque, di cui non si può non tener conto per comprendere l’evoluzione di molte dimensioni sia della Chiesa locale che di quella universale. Paolo VI ha voluto che non ci fosse la politica al centro del suo viaggio eppure credo che senza entrare in politica, lui l’abbia fatta nel senso vero e nobile del termine, richiamando i principi alti e decisivi per la convivenza tra gli uomini. La determinazione che il suo viaggio avesse un carattere eminentemente religioso aveva disinnescato tutti gli inevitabili ostacoli e le prevedibili polemiche di carattere politico-diplomatico, ma non gli aveva impedito di pronunciarsi su temi decisivi. Fu con la Dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II che si inaugurò una nuova era di dialogo con gli ebrei. Ma negli anni Settanta la questione sembrava leggermente cambiata e nonostante quell’incontro non avesse portato ad alcun cambiamento, qualcuno lo considerò un inizio di distensione e un motivo di speranza.

Intanto la guerra del Kippur sfaldava tutto l’apparato di uno stato forte e la Meir soffriva per il suo popolo sconfitto e ferito. Comprende che l’unica via da percorrere era quella per una pace imminente. Vi sono due articoli interessanti in cui la premier, pur volendo la pace, non si mostrava però disponibile ad accettare le condizioni avanzate dagli arabi: su Il Nuovo Torrazzo del 1novembre 1973 nell’articolo di Bertazzoli L’incontro di Golda Meir con Nixon e la prossima visita di Kissinger nelle capitali arabe e su La Voce del Popolo, nell’articolo intitolato Ginevra: Egitto e Israele a colloquio del 30 dicembre 1973. In quest’ultimo articolo il giornalista Vercelli scriveva:

«Il suo governo fu costretto a sedersi al tavolo dei negoziati: fallita nel dicembre del 1973 la Conferenza di pace riunita a Ginevra, israeliani ed egiziani iniziarono a discutere accordi di disimpegno e di non belligeranza».

La trattativa tra arabi e israeliani si era ben avviata soprattutto per la disponibilità costruttiva denotata da Abba Eban per Israele e Fahmi per l’Egitto. I due Paesi sembravano pronti ad un reciproco riconoscimento ma vi erano molti ostacoli da superare per giungere ad un’intesa di pace. Il dialogo fu interrotto anche per le elezioni in Israele. La guerra del Kippur aveva segnato il declino del Mapai, il Partito Laburista al potere dal 1948, e vedeva l’avvento delle Destre. La società israeliana si avvicinava ad uno scontro ideologico denso di tensione e violenza fra falchi e colombe. Tra i falchi si collocavano Dayan (destra laborista), il partito religioso Nazionale ed il Partito Liberale (alleati del governo Meir) e, infine, il gen. Sharon (fronte delle Destre). La Meir lavorò intensamente in quel periodo difficile. Ma nonostante tutto la sua carriera politica si avviava alla decadenza. Avi Shlaim, il grande storico anglo-israeliano tra gli esponenti di punta del cosiddetto Revisionismo storico, ha scritto di lei:

«La sua granitica certezza che in ogni dibattito il suo partito, il suo Paese erano nel giusto, e che lei aveva sempre ragione, rendeva estremamente difficile ragionare con lei. E questo era ancora più evidente nelle relazioni col mondo arabo».

Infatti la Meir riteneva giuste le rivendicazioni territoriali del suo Stato: Israele era la sua patria e non accettava che i palestinesi rivendicassero il diritto ad uno Stato indipendente nei territori che gli israeliani avevano occupato nel 1967. La questione dei rifugiati palestinesi, che avevano lasciato le loro case durante i conflitti, non era risolvibile e tantomeno era inimmaginabile un ritorno in massa di quella popolazione nella loro terra ormai occupata perché questo avrebbe minato la sicurezza di Israele.

Rivendicazioni territoriali arrivavano anche da altri fronti ma la Meir perseverava nei suoi obiettivi.

Lo storico ricorda che quando il 5 settembre 1972, alle Olimpiadi di Monaco, un attacco di terroristi palestinesi trasformò i Giochi olimpici nel teatro di una strage che si concluse il 6 settembre con l’uccisione degli 11 atleti della delegazione israeliana alle Olimpiadi, Golda Meir, allora premier israeliano, lanciò in risposta all’attacco l’operazione «Ira di Dio» il cui scopo era di eliminare i terroristi palestinesi. Una task force composta da 15 uomini del Mossad, il servizio segreto israeliano, avrebbe dovuto sopprimere una trentina di membri di Settembre Nero e di Al-Fatah in Europa e in Medio Oriente. Ma come scriveva Sergio Bertona in Resistenza Unita nell’articolo Prima, durante e dopo Monaco nel numero di agosto- settembre 1972:

«La verità è che quella dei guerriglieri di “Settembre nero” è stata un’impresa disperata compiuta da gente disperata. Come rivoluzionari e come amici sinceri del popolo palestinese non possiamo giustificare la disperazione, non possiamo ammettere il terrorismo individuale o di piccoli gruppi, che, come anche questa esperienza ha dimostrato, finisce per andare a vantaggio degli imperialisti e dei sionisti».

In ogni caso quella granitica donna che ordinava l’eliminazione di chiunque fosse ritenuto colpevole o coinvolto in azioni contro Israele aveva anche un lato vulnerabile, come ben si comprende leggendo la sua biografia My Life:

«Di tutti gli argomenti che ho affrontato in questo libro, nessuno è arduo, per me, come quello della guerra dell’ottobre 1973, la cosiddetta guerra dello Yom Kippur. La quale però ha avuto luogo, per cui deve aver parte in queste pagine, non già quale resoconto di carattere militare, che preferisco lasciare ad altri, bensì come un’esperienza che per poco non fu disastrosa, un incubo che mai dimenticherò. Non sarò mai più quella che sono stata prima della guerra dello Yom Kippur».

Quel conflitto aveva disorientato tutti, ma per la Meir era stato un duro colpo; alla fine lei voleva la pace per concludere un triste capitolo della sua vita. Lei non voleva distruggere l’Egitto, e nemmeno il regime, assai più sanguinario, di Assad in Siria; lei non voleva vendicarsi dell’attacco a sorpresa, delle vittime civili e nemmeno di quei piloti israeliani abbattuti e crocifissi in diretta tv nel Golan. Lei voleva vincere la guerra in modo da poter poi fare la pace da una posizione di forza. La Meir sosteneva:

«Gli ebrei non sono amati, e gli ebrei deboli sono meno amati ancora. Se non ci mostriamo forti saremo fatti a pezzi».

Era assolutamente convinta che, se Israele si fosse mostrata, agli occhi del mondo e degli arabi, debole, soccombente, non ci sarebbe stata alcuna sicurezza né alcuna pace nell’immediato, e tantomeno in futuro. L’audace Operazione Valiant con cui gli israeliani avrebbero attraversato il Canale di Suez, raggiungendo la sponda egiziana, e circondato la Terza armata che si trovava sulla sponda israeliana, consentì di far cessare la guerra. Unita all’accortezza di non umiliare più di tanto Sadat, diede avvio a un lento processo di pace con l’Egitto, e poi con la Giordania, una pace che non mise fine alle guerre, ma impedì una nuova guerra generalizzata.

 

L'autore

Carla Anna Penza
Carla Anna Penza, laureata in Lettere presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2024, e in Filologia Moderna, sempre presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2026. È giornalista pubblicista dal 2023, scrive per il mensile «In Comunione», dal 2020; ha pubblicato articoli sul quotidiano «Avvenire», e sul mensile «Il Fieramosca».