Se la poesia avesse un colore sarebbe il bianco, sinonimo di purezza, di luce e d’infinito, spesso associato alla neve, al freddo invernale. Immaginiamo allora il bianco glaciale delle steppe asiatiche. In un fortino bianco, nell’ottobre del 1914, inizia la storia di Dina Karren, la principessa bionda che viene da lontano. Melania Mazzucco introduce la protagonista misteriosa di Silenzio, le sette vite di Diana Karenne (Einaudi, 2024) durante un soggiorno all’Hotel Imperial in Via Veneto a Roma. In Italia non si viene per far politica, semmai per la bellezza dei luoghi e del vivere, per il clima mite, per l’amore. Dina ha urgentemente bisogno di tre cose: relazioni, soldi, un lavoro. Si presenta all’aristocrazia romana una sera, al Teatro dell’Opera, con la sua aria algida e scostante, vestita di bianco e, per farsi notare, con un’abbagliante parrucca color neve in testa. Nel suo paese, poteva fare solo lavori manuali o l’attrice. Il lettore ancora non lo sa, ma lei era un’attrice prima ancora di diventare una star, fiamma incandescente determinata a inseguire il suo sogno. E mentre il suo destino troppo bianco inizia ad acquisire colore, ci si accorge che quella donna esotica non solo è capace di gorgheggiare, ma anche di recitare. Vuole parlare di musica, di poesia, di film. Menziona una pellicola del padre del cinema russo: La fuga del grande vecchio ha delle immagini bellissime, il candore della neve, i binari, il treno, il grande paesaggio russo raccontato con sublime poesia.
Il cinema in Italia è un «deplorevole passatempo popolare», non è «né letteratura né teatro», ma per la protagonista il cinema è luce che sovverte le coscienze: fare cinema diventerà per lei una forma di resistenza, e l’Italia, dove regna l’impero del cinema, è il paese che distribuisce nel mondo la settima arte. La Mazzucco ridisegna mentalmente la topografia dell’intrattenimento e ci offre una panoramica dei cinematografi presenti in Italia. Il silenzio è il segreto del cinema, e quella del corpo una lingua universale. È Diana Karenne, la sconosciuta: agisce in silenzio e trasmette al pubblico tutta la divina sofferenza della sua ispirazione, la gioia delle sue creazioni. Nel silenzio trova un modo di dimostrare di voler bene, di amare e di aver amato. E se il cinema è vita, la celluloide che brucerà nell’incendio alla dogana di San Martino avrà un odore di «epidermide bruciata». Una sinestesia perfetta del dolore per la perdita delle bobine dove lei ha scelto la sorte delle sue voci femminili: se in Italia le attrici vengono considerate limitate, una «razza inferiore», incapaci di ragionare e senza eleganza, lei ama definirsi «una donna che sa usare la testa» e vuole morire ad ogni film: un capriccio da diva o una sorta di espiazione delle colpe di chissà quale vita precedente. In realtà, Diana brucia dalla voglia di esistere e inizia a vivere in un’aura di fiamme, in nozze col rogo: «perché tutto è bello a questo mondo: tutto, tranne quello che facciamo o pensiamo dimenticando i fini ultimi dell’esistenza, la nostra dignità umana».
«La realtà è sempre una finzione, la verità un segreto, perfino un miraggio».
La vita di Diana viene scandita dal ritmo dell’erranza, dell’incontro e del mistero. In Italia conosce Giuseppe, il suo angelo custode: non sa se è lui l’uomo della sua vita ma, dopo il loro primo convegno, per la giovane artista la strada sarà in ascesa verso una «rasserenante luce». Solo quando le sue complete generalità vengono rese note scopriamo che il nome significa assolta, cioè vendicata. Cambierà nome più volte, un suo modo per rendersi inafferrabile. La Mazzucco insiste nel ruolo di testimone del suo tempo, della sua Kiev sotto l’egida della Russia: un paese alle frontiere dell’Asia, né Ovest né Est, madre d’Occidente, alcova d’Oriente, nazione del fato e della fatalità, totalmente «altra». La «straniera» diventerà «regina del cinema muto», una donna dotata di una personalità eccezionale, di fine cultura e intelligenza capace di disegnare un’estetica del silenzio nella solitudine dei suoi personaggi più amati: i poveri senza Dio.
Karenne prende la forma e le sembianze di un incantesimo. Il cavalier Pasquali non aveva mai conosciuto un’attrice di cinema informata dell’esistenza di Nietzsche e scopre non solo di ignorare le teorie del tedesco ma trascura anche l’importanza del fatale incontro a Roma con la russa Salomé, incarnazione della «donna moderna che ha conquistato la sua libertà, senza preoccuparsi di altro che trovare la strada che porta a sé stessa». Nella richiesta dell’ammaliante Dina c’era l’esigenza di anticipargli la costruzione di una piccola comune intellettuale, simile alla famosa sorta di «santissima trinità». Vuole diventare uno spirito guida per il suo uomo e inseguire la sua «missione» fin a quando era in vita, come Salomé aveva confidato al suo prediletto dopo aver scoperto la travolgente affinità elettiva tra loro. E lui: «Che due esseri umani si riconoscano l’un altro, non è soltanto splendido; ma è della più grande importanza che si incontrino nel momento giusto e che insieme celebrino feste profonde e silenziose in cui crescere uniti nel desiderio per essere uniti contro le tempeste».
Il romanzo della Mazzucco è intriso di avventure e di tempeste d’amore tra anime affini, mistiche, fragili e sensibili. La femme fatale interpreterà vari ruoli, inventando personalità femminili per raccontare le sue trasformazioni, per liberarsene. Nei suoi nomi e nella sua esistenza è tatuata a fuoco la storia culturale d’Europa: diventerà ogni volta dissimile e plurale, ma sempre una donna in carne e ossa, fedele a se stessa e alla sua libertà intellettuale, dimostrando che «la donna non si libera competendo con gli uomini e diventando come loro, ma femminilizzando il mondo e facendo in modo che gli uomini trovino e sfruttino il loro lato femminile». Il suo vero elemento è l’aria: lei è vento che non incontra ostacoli e non può essere fermato; il suo segno è l’acqua, e l’acqua non brucia. Vola da una casa cinematografica all’altra per diffondere la sua arte rivoluzionaria e silenziosa.
Se in un primo ritratto Diana Karenne viene paragonata alle donne di Dürer, Holbein e Klimt – «una donna – secessione, povera di carne, ricca di pensiero, dura di linee e fantastica di sfumature», tutti concordano nel considerarla superlativa, un’artista eccezionale, senza rivali. Un anno dopo, del «genio tragico» viene lodato l’estrema sensibilità, la bellezza, la raffinata cultura, la forza dell’istinto, la tensione verso il meglio, il desiderio di essere se stessa, e il suo segreto: trasfigurarsi, essere vera. Eccentrica, fatale, complicata, artificiosa e crudele; eppur semplice, istintiva, cui la cultura e l’intellettualismo letterario accrescono il fascino. Muta nuovamente: si adegua ai gusti del pubblico e cita versi in tedesco, inglese, francese, italiano. Sempre alla ricerca dell’Arte e continuamente in fuga, porta sempre con sé le sue icone, la menorah e due angeli di legno dorati.
Poi arriva Nikolaj, un crocevia nella sua vita, e viceversa, che pone in avanti il «bene più grande», che è quello di lei. Parlano la stessa lingua e si riconoscono nei versi di Waiblinger: «in questa Roma immortale / Trovò la patria dei suoi sogni / «qui solamente felice». Nick, dall’impercettibile delicata signorilità, arriva con la primavera, senza annunciarsi, ed è un preludio alla felicità. In lui convergono la figura del poeta e del profeta, fino al punto d’ustione, d’incendio. Entrambi adorano Cechov e hanno letto Blok. Alla Rivoluzione sociale, si anteponeva quella spirituale e artistica. Blok, Gor’kij e Majakovskij diventano bandiere della nuova Russia rivoluzionaria. Ha una missione il poeta: essendo «figlio dell’armonia», deve «liberare i suoni dalla nativa anarchia degli elementi in cui sono immersi e condurre quei suoni all’armonia». «Pace e libertà» gli sono indispensabili per la liberazione dell’armonia, continuerà a ripetere Gogol’.
Perché per dire qualcosa, per scrivere, occorre accettare quell’oppressione, con tutto il ferro dello spirito e del cuore – accettare la Russia, la Russia così com’è ora, fino al midollo – la vita russa – in un’unica divampante sete di libertà.
Diana Karenne emigra sempre dal suo nido d’amore, quintessenza del cattivo gusto borghese per una russa. Inseguita dal fantasma di un tetro, banale appartamento, fugge senza rimorsi per ricominciare una vita nuova, vincendo l’insonnia e la solitudine e, fin quando non deciderà dove stabilire la sua casa, si diletta a disegnare quadri per scacciare l’incubo di appendere brutti quadri nelle pareti del salotto buono, simbolo di un’esistenza provinciale meschina e insopportabile da cui non si può fuggire. Nikolaj, alter ego di Diana, al quale piaceva vestirsi bene e profumarsi, diventerà docteur en lettres; lei il suo giunco, la musa salvatrice, l’amante, la confidente, la maestra, il suo dio.
Prima di fare qualunque cosa, pensa cosa farei io – aggiunge sul biglietto, in caratteri più piccoli perché non c’è spazio. E se vuoi davvero cambiare, segui questi comandamenti. Non fare il lupo mannaro. Non vantarti della tua arte. Non prendere soldi in prestito. Mantieni il decoro e tieniti pulito. Non imbrogliare. Non mentire. Cerca di avere paura della tua seconda anima. Non uccidere i ragni. Nadja.
Trascorrono anni di supplizi e di persecuzioni: il crollo dell’impero russo, la Rivoluzione d’ottobre, le leggi di Norimberga in Germania e quelle sulla razza in Italia; due guerre mondiali. Nel suo lento cammino verso il tunnel nero della disperazione, Melania Mazzucco documenta una vita discontinua e frammentaria che procede per strappi e curve improvvise, e conclude il calvario della protagonista con una provvidenziale, improvvisa sospensione del dolore, con una pacificazione della coscienza tormentata. L’artista continuerà a credere che è stato il cinema, una professione legata non tanto a intelligenza e libertà di giudizio ma alle mode e agli umori del pubblico, a sceglierla per svolgere la missione del cinematografo. Quando il talento e la vocazione entrano in crisi Diana rifiuta ogni etichetta ideologica preconfezionata e dimostra con i fatti il proprio impegno civile; sebbene visse d’arte e d’amore, i suoi occhi videro l’orrore. Per mezzo secolo gode di una fama considerevole, amando e costruendo la sua vita con grande talento. Deve quindi cercare di non guastare il finale da donna libera, lieve come una farfalla, eterea, candida e pura: sceglie la vita di un uccello nel paese dove regna la libertà creativa, quella che mancava agli autori russi. Ma deve ancora trovare il paese in cui si muore meglio.
Il romanzo Silenzio della Mazzucco è una lunga, dettagliata e documentata relazione sulla letteratura che serba la memoria dei tempi oscuri. L’amore da lontano diventa un infinito intrattenimento in cui l’amante stringe l’amata e lei del suo sangue si colora. Le ultime pagine sono abbacinanti: non si odono più parole, tutto tace in un incubo notturno pieno di paura, sospeso, immobile, in cui risuonano solo le bombe. «Da quali stelle dell’universo siamo caduti entrambi per incontrarci qui?». Nietzsche risuona come un sollievo. Il lettore si interroga e vuole essere consolato. Ma davvero sarà la fine? Piuttosto si ha la sensazione di aver ommesso, senza accorgerci, qualche particolare importante; oppure come se la melodia fosse interrotta, senza aspettare che gli accordi attesi venissero a concluderla. Quando la melodia è familiare e il finale enfatico, non si può sbagliare: ma quando la melodia è poco familiare e alla fine c’è un punto di domanda o semplicemente un dialogo non concluso, ci vuole un senso della letteratura assai coraggioso e attento per riuscire a cogliere la melodia e, in particolare, le ultime note che completano la melodia.
Solo nella musica, nessuno è straniero. Ma per scoprire la vera essenza bisogna spogliarsi di tutto. Seguendo le vicissitudini e le sette vite di Diana Karenne, il lettore scopre a un certo punto di essere un vinto, perciò è inutile continuare a pensare e a discorrere. Sta seduto in silenzio ad aspettare quello che sarà. Ed ecco l’illuminazione: il verseggiare libero, la poesia, è la più importante, la più bella, la più necessaria nella vita terrena, la più alta manifestazione dell’amore, l’unico mezzo con cui l’essere umano riuscirà a trionfare sulla natura e su sé stesso. Probabilmente, l’unica cosa sacra sulla terra, in cui affiora qualche lampo di bellezza. Siamo esseri superiori, e se davvero riuscissimo a valorizzare tutta la forza del genio umano, a dedicare la nostra vita solo a nobili mete, alla fine diventeremo come dèi. Sebbene parecchi film dell’artista siano andati distrutti, attraverso il suo brillante lavoro di ricercatrice e abile tessitrice di storie Melania Mazzucco è riuscita a far risorgere la voce della Karenne e a tracciare in questo monumentale romanzo la vita luminosa e fosforescente di una donna straordinaria, una cometa, tornata a spargere dietro di sé una scia di lapilli di polvere cosmica.
L'autore

- Ermira Shurdha è nata in Albania. Si è trasferita in Italia appena adolescente. Oggi vive con la sua famiglia in Abruzzo, regione eletta per crescere le sue due figlie. Dopo una formazione scientifica si è dedicata alla sua vera passione, le lingue straniere, laureandosi all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara con una tesi sull’opera teatrale di Antonio Buero Vallejo. Nel 2017 ha conseguito una laurea magistrale con una tesi dal titolo “Últimas tardes con Teresa, més que una història”, romanzo eversivo ambientato nella Barcellona degli anni cinquanta di Juan Marsé, Premio Cervantes nel 2008 e prolifico scrittore di testi in castigliano. Ha pubblicato articoli nella rivista sapereambiente.it.
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