Con questo studio ho cercato di analizzare le diverse opinioni che i giornali cattolici e democristiani espressero per tutta la durata del quarto conflitto arabo-israeliano scoppiato il 6 ottobre del 1973, comprendendo anche il periodo delle varie conferenze di pace cominciate sin dalle settimane successive alla tregua per arrivare agli accordi di Camp David del 1978. Nella prima parte, dedicata alle vicende storiche del conflitto e alla reazione della stampa cattolica e democristiana, la ricerca è avvenuta tramite una disamina della principale storiografia sul tema e dei principali articoli riguardanti il periodo in esame; nella seconda parte sono stati presi in considerazione gli articoli relativi agli appelli per il cessate il fuoco e agli atti che portarono al processo di pace. Questo lavoro ha permesso di comprendere le posizioni, di quel periodo, prevalentemente filoarabe del Vaticano, dei cattolici e dell’Italia democristiana, e non solo. Sin dal secondo dopoguerra, nei partiti riconducibili all’area di destra si creò una distinzione: mentre i monarchici potevano presentare posizioni antisemite e filoarabe, il Movimento Sociale Italiano adottò per lungo tempo una posizione favorevole nei confronti dello Stato Ebraico, in funzione anticomunista e filoccidentale. Una posizione che, dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, divenne in maniera maggioritaria filoaraba sia tra i democristiani che tra i comunisti. Anche l’Italia della Guerra Fredda guardava al dialogo con il mondo arabo con un forte interesse e con una significativa dose di realpolitik. Attualmente sebbene destra e sinistra siano cambiate nel corso degli anni, la prevalenza dei filoisraeliani a destra per ora sembra reggere, e chissà in futuro. Insomma questo studio nasce proprio da una guerra che ha rappresentato uno spartiacque nella storia non solo del Medio Oriente. Da quel disastro gli israeliani non si sono più riavuti appieno e l’immagine di invincibilità delle IDF (Israel Defense Forces) e il concetto di una superpotenza regionale furono del tutto dissolti. Ironicamente, avvenne che in Siria e in Egitto la guerra del Tisrin (ottobre in arabo) fu considerata un significativo successo militare e una rivincita del soldato arabo sul campo di battaglia, nonostante la pesante sconfitta militare. Per la maggior parte degli egiziani, Sadat aveva conseguito una prestigiosa vittoria e le forze armate egiziane potevano rialzare la testa sapendo che l’attraversamento del canale era stato un’operazione di grande abilità e coraggio. Un aspetto importante che emerge da questo studio è che l’argomento trattato sia di grande attualità. Infatti a distanza di 50 anni dalla guerra del Kippur, il 7 ottobre 2023, è scoppiato un altro sanguinoso conflitto, un brutale attacco sferrato da Hamas contro le comunità di Israele intorno alla Striscia di Gaza. Da quella data feroci combattimenti tra le forze armate israeliane e i miliziani palestinesi stanno causando morte e distruzione. Tel Aviv, ricorrendo a carri armati e ad elicotteri da combattimento, anche in contesti urbani, ha voluto vendicare le spaventose atrocità commesse dagli uomini di Hamas, i quali attraversando le barriere di divisione tra la Striscia di Gaza ed a Israele, erano entrati nelle cittadine e nei kibbutz colpendo militari e civili israeliani. Per Hamas l’attacco voleva essere un atto difensivo nel quadro della liberazione dall’occupazione israeliana e della rivendicazione dei diritti dei palestinesi, ma il conflitto ha subito intanto un’impennata di violenza in molti punti nevralgici del Medio Oriente. Nessuna delle parti coinvolte in questa guerra desiste e si va avanti senza alcuna prospettiva di pace. Come disse Golda Meir durante un’intervista al tempo della guerra del Kippur:
«Io credo che la guerra nel Medio Oriente durerà ancora molti, molti anni e questo per l’indifferenza con cui i capi arabi mandano a morire la propria gente, per il poco conto in cui tengono la vita umana, per l’incapacità dei popoli arabi a ribellarsi e a dire basta… Alla pace con gli arabi si potrebbe arrivare solo attraverso una loro evoluzione che includesse la democrazia».
Non mi pare però che la volontà di continuare a combattere derivi solo da una delle parti; ad un attacco subito, Israele risponde subito e con più ferocia. Le somiglianze tra ciò che accadde in Israele il 6 ottobre 1973, inizio della guerra dello Yom Kippur, e ciò che è accaduto il 7 ottobre 2023, inizio della guerra di Simchat Torà, sono molteplici: entrambi gli attacchi a sorpresa si sono verificati all’inizio di ottobre durante le festività ebraiche, entrambi hanno dimostrato che le linee difensive israeliane, che si presumevano inespugnabili, erano inaffidabili; anche questa volta si è visto Israele dapprima in tremenda difficoltà, salvo poi riorganizzarsi rapidamente per respingere l’invasione a sorpresa e riportare la battaglia in territorio nemico; anche questa volta si portano a logorare il più possibile gli eserciti a prescindere dalle devastazioni e dalle perdite civili. Nessun preludio per la pace, perché tra questi popoli prevale da sempre un sentimento di odio e di vendetta. Il Medio Oriente, è stato detto, è un cimitero di opportunità perdute e di promettenti piani di pace. Arabi e israeliani non sono stati capaci da soli di uscire dall’impasse nella quale si sono o sono stati cacciati: un’intesa diretta, pur auspicabile e assolutamente necessaria tra le parti direttamente interessate, non si mai è rivelata sufficiente perché ci sono, da un lato, un’autorità seduta su un vulcano e, dall’altro, un governo, spesso di coalizione, in cui i partiti che ne fanno parte si neutralizzano a vicenda. In queste condizioni un accordo finale direttamente e liberamente accettato e attuato dalle parti è diventato pressoché impossibile. L’esperienza storica, sembra avvalorare la tesi secondo la quale, in quella parte del mondo, sia venuto a mancare quasi sempre un sincronismo tutte le volte che, per iniziativa o degli israeliani o degli arabi, apparivano spiragli, per quanto modesti, verso una composizione pacifica.
L'autore
- Carla Anna Penza, laureata in Lettere presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2024, e in Filologia Moderna, sempre presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2026. È giornalista pubblicista dal 2023, scrive per il mensile «In Comunione», dal 2020; ha pubblicato articoli sul quotidiano «Avvenire», e sul mensile «Il Fieramosca».
Ultimi articoli
In primo piano28 Settembre 2026De Filippo: la Cantata di un secolo in crisi
In primo piano15 Settembre 2026Dialetto e italiano nel primo Eduardo De Filippo: una scelta ideologica
In primo piano1 Settembre 2026La questione della lingua nel teatro di Eduardo De Filippo
avvenimenti16 Luglio 2025A conclusione dell’indagine riguardante la Guerra dello Yom kippur
