L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni
Francesca Tuscano, laureata in Lingua e Letteratura Russa e in Italianistica, ha pubblicato saggi sui rapporti tra cultura russa e cultura italiana, specialmente in Pasolini, Gobetti e Alvaro, sulla storia dei musicisti dell’ordine francescano e sull’opera di Pasolini. Traduce dal russo. Ha pubblicato le raccolte di poesie M.Y.T.O. (Era Nuova 2003), La notte di Margot (Hebenon-Mimesis 2007), Gli stagni di Mosca (La Vita Felice 2012) e Thalassa (Hebenon-Mimesis 2015). Ha scritto libretti d’opera, testi teatrali e racconti.
Francesca Tuscano sarà ospite di Francesco tra le righe mercoledì 24 settembre, alle ore 17, presso la Biblioteca del Convento di San Francesco al Monte di Perugia.
Nel ringraziarti d’aver accettato di essere tra gli ospiti del ciclo di incontri Francesco tra le righe, ti chiedo a quando risale la tua prima conoscenza del Cantico delle creature?
Il Cantico delle creature è una lettura che appartiene alla mia infanzia. I miei genitori si erano trasferiti ad Assisi quando avevo due anni, e lo avevano fatto scegliendo volutamente questa cittadina tra le diverse nelle quali avrebbero potuto insegnare, perché mia madre, durante il viaggio di nozze, aveva sentito Assisi come un luogo famigliare (fino al giorno della sua morte tenne tra le cose da cui non si separava mai una bacca di cipresso che aveva raccolto non lontano dalla Basilica, quando vi era entrata per la prima volta). Dunque, la fede di mia madre da una parte, profondamente legata alla figura di Francesco, e dall’altra gli studi di mio padre (italianista che ben presto entrò a far parte degli studiosi del Francescanesimo), facevano sì che in casa i Fioretti e gli scritti di Francesco fossero parte integrante non solo della biblioteca “adulta”, ma anche di quella di me bambina. Ricordo ancora il libro illustrato del Cantico che mio padre e mia madre avevano comprato a me e ai miei fratelli proprio nella piccola libreria che si trovava dentro la Basilica. A diciotto anni, poi, lavorai allo spettacolo di burattini di Roman Ukleja ispirato ai Fioretti. Il mio primo lavoro, che m’insegnò a tradurre la poesia nel linguaggio del teatro (che non è mai solo parola, ma sempre gesto e parola insieme). Lo spettacolo si concludeva con la lettura del Cantico, “illustrata” dai meravigliosi oggetti scenici, le scene e i burattini realizzati da Ukleja. Far muovere ogni elemento naturale cantato da Francesco dava un’emozione inspiegabile, fuori da ogni retorica. Feci così una nuova lettura del Cantico, che era lezione di bellezza, che è tale solo quando è priva di ogni elemento che tenti di spiegarla. Infine, sempre a diciotto anni, entrai nel Coro dei Cantori d’Assisi, diretto da Padre Evangelista Nicolini, minore spirituale, e la lettura del Cantico divenne canto, accanto a quella del Laudario di Cortona. Questa fu, a tutti gli effetti, la più importante lettura della lauda di Francesco. La musica è parte integrante del Cantico. Non c’è preghiera (che si creda o no) più alta di quella cantata. La musica ha la funzione dell’oro negli sfondi delle icone – è l’elemento “innaturale” che innalza alla trascendenza. Il canto di Francesco, così radicato nel mondo, umano e naturale, ha nella musica (anche quella originale che non è riuscita a giungere a noi) il tratto che permette di comprendere come la bellezza terrena (che è sempre anche pietas, carità) e bellezza spirituale siano recto e verso di uno stesso specchio sapienziale.
Ci sono dei versi del Cantico che ti hanno particolarmente colpito e perché?
Da bambina mi piacevano molto i versi dedicati a Sora Acqua. Mi trasmettevano serenità, gioia. Molto più tardi, quella stessa serenità me l’hanno trasmessa i versi che io considero in assoluto i più profondamente umani del Cantico – quelli dedicati a Sora nostra Morte corporale. Già il solo appellativo, quello stesso dato all’acqua, rende la morte alla sua realtà, che non solo i cristiani dovrebbero intendere, ma anche i non credenti. La morte ha un senso prezioso nel creare il cerchio della vita, ce lo fa percepire come unico (si creda o meno ad una possibile resurrezione) e perciò sacro. Sono versi che, accanto alla Ginestra di Leopardi, tutti dovrebbero stamparsi nella memoria, per necessità etica. La morte ci rende alla nostra vulnerabilità e nello stesso tempo alla nostra unicità – come si può accettare la volontà di uccidere, quando è proprio “sorella” morte che ci rende fratelli?
Ritieni che la sua lettura possa aver ispirato la composizione di qualche tua poesia?
Credo di sì, dopo la morte di mia madre particolarmente. La natura (umbra e calabrese) è sempre al centro di ciò che scrivo. Anche quando non appare, è sottintesa. E anche il senso della morte, in quanto lezione di pietas e di amore per l’unicità della bellezza e della vita.
A 800 anni dalla sua composizione, credi che il Cantico abbia ancora una sua attualità?
La poesia non può perdere mai di attualità, perché, al netto di ogni retorica, è al di là del tempo. Come ha scritto Jurij Lotman (La struttura del testo poetico), “capire la vita, significa studiare la sua oscura lingua. E in tutti questi casi, e in molti altri, non si parla di metafore poetiche, ma di una profonda comprensione del processo di assimilazione della verità, e, più largamente, della vita […] l’arte è la lingua della vita, col suo aiuto la realtà ci parla di sé”. Per questo il Cantico (come ogni vera poesia) ci fa ancora intendere l’oscura lingua della realtà e della sua bellezza. E poco importa che si creda o no che questa realtà e questa bellezza siano opera di Dio. Francesco ci insegna comunque che la bellezza è il segno della verità (quella che, come fa dire Pasolini a Totò/Jago in Cosa sono le nuvole, non va detta, altrimenti non è più verità). La bellezza non può essere accumulata, non si capitalizza. Non ti segue come un oggetto. Non la vendi, non l’acquisti. Puoi tutt’al più nasconderla o distruggerla. Non puoi farne una proprietà. La bellezza è libera per sua stessa natura. Non appartiene a nessuno perché appartiene a tutti. Quando scelsi di vivere alle spalle di Assisi, in quella che gli assisani chiamano Montagna, ero grata per la bellezza di ogni albero e di ogni animale che viveva accanto a me. E quando arrivò mio figlio, Giacomo, cercai di guardare quella bellezza anche con i suoi occhi. Per molto tempo fu così. La vita poi, prese direzioni che rendevano la bellezza sorda. Inutile. Colpevole. Eppure, la bellezza era lì, mi aspettava. Quando la rividi, ancora con gli occhi di mio figlio ormai adolescente, capii che non aveva bisogno di noi. Neanche della nostra ammirazione. Vivere nella natura, che è la bellezza prima, t’insegna anche la sua indifferenza. La vita (la bellezza) ci prescinde. Perché le apparteniamo. Basterebbe questo, però, per farci percepire lo spreco orrendo della distruzione. Non dovremmo difendere la bellezza della natura per compiacerci. C’è della vanità anche nella scelta della bellezza. Persino nella sua difesa. Noi dovremmo difendere la vita, che ci ignora, perché ne siamo parte. Una parte irrisoria, che ha valore solo all’interno di una logica che non ha bisogno di noi, ma alla quale dovremmo essere grati proprio per la nostra ridondanza. E tutto questo, io credo, Francesco lo ha saputo cantare come nessuno più, dopo di lui.
L'autore
- Carlo Pulsoni è il coordinatore di Insula europea (http://www.insulaeuropea.eu/carlo-pulsoni/).
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