Il nome di Morandi rievoca già dal titolo molte cose, non ultima una ricerca artistica delle più assolute e intransigenti nel definire una propria arte metafisica partendo dalle cose. Inoltre, Morandi, non è solo il pittore delle cose, degli oggetti, le sue famose e tremolanti bottiglie dentro un’aria tesa e inquieta determinano un sentire della propria arte che appunto diventa assoluta, quasi poco rappresentabile oltre quel dire figurativo, Morandi è l’immagine di tante altre cose indimenticabili. I suoi paesaggi giovanili che osservano la pittura francese, gli impressionisti, ma anche il maestro di tanti Corot, la strada di Grizzana (ecco il titolo del libro di poesie di Marco Vitale, La strada di Morandi, Passigli, 2024) che portava nell’appenino bolognese verso il rifugio-atelier del pittore, ed, infine, ma non sarebbe proprio la fine se aggiungiamo le straordinarie acqueforti e incisioni, gli spasmodici e ultimi acquerelli di blu e d’azzurro ricamati nel bianco acquareo a ridefinire anche qui oggetti e stati d’animo. E’ tutto un tragitto emiliano, quasi una definizione di una scuola emiliana del sentire, dove la scrittura studiosa e appassionata di Francesco Arcangeli ha tracciato linee (basti il nome di Wiligelmo) inesauste fino ad arrivare, attraverso l’impressionismo, a Morandi, e a considerare l’epicentro di Pollock come una materialità istintiva in atto che riprendeva Wiligelmo e i suoi antichi e bellissimi bassorilievi. Anche il nome dunque di Attilio Bertolucci (giustamente richiamato nella bella introduzione di Gabriella Palli Baroni) è un fatto consistente che c’è nella poesia elegante (come poche se ne leggono) ma non svagata anzi precisa e come diretta nel suo alone metafisico di Marco Vitale. Le sue poesie ambiscono, ma è uno stato di potenza molto risolto nella poesia, a ricostruire una percezione della memoria che in Vitale è essenzialmente visiva (può dunque essere il tema del titolo del libro), nel ritrovare un punto come focale che ha determinato l’origine di una ferita rimasta aperta. Un po’ come accade a rileggere certi poeti come Sandro Penna, dove entro una certa serialità espressiva (in Penna dolcemente meno screziata) si insinua in maniera capillare una nostalgia che sa come fecondare ciò che non c’è più. Si può inoltre aggiungere il nome di Montale. Perché è colui che è vicino nel novecento a Morandi, l’uno nella pittura, l’altro nella poesia; Montale anche qui, in questo libro denso di sfumature interiori, è un poco il baricentro linguistico di una azione poetica mai inerme, che parte dagli Ossi fino ad arrivare alla cronaca ironica, sulfurea dei Diari. Certi strappi, quasi trasgressioni ironiche, che s’intravedono nella poesia di Vitale, si introduce il tema dell’opera, della visita teatrale, sviluppano una dizione sorprendente che magari uno non si aspettava nel contesto di una parola suggestionata dai sensi o, meglio, dalla verità dei sentimenti, e ciò rende La strada di Morandi, non dritta, ghiaiosa, non soltanto nostalgicamente bianca con le case di campagna e fronde degli alberi estivi appoggiate sul corridoio della strada, ma come se al posto del serio poeta avesse preso posto invece il poeta travestito da pulcinella che dal palchetto della Scala immaginiamo lanciasse le sue parole di poesia in aria prima di spegnersi le luci e dare inizio, come si dice, alle danze, allo spettacolo vero e proprio. Scrive Vitale: «Dicono che Mehmet VI/ ultimo sultano di un Impero/ che moriva sul Bosforo/ o forse era uno dei suoi fratelli/ pure assiso su un trono vacillante/ rifuggisse e pour cause dalle malinconie/ i dignitari, se al teatro di corte nello splendido/ Topkapi era di scena la Traviata (…). Insomma, anche in questi pochi versi, tira un’aria che potrebbe essere definita demodé, di certo non rarefatta dentro al disegno direi oscuro e ripetitivo di ciò che stiamo tutti attraversando. Ma l’eleganza, una certa raffinatezza sintattica e come di portamento musicale che hanno questi versi, non intendono svelenire un vissuto altrui, anzi vogliono ricreare un’altra pressione della realtà che è tutta intimamente legata all’arte della poesia e alla sua introspezione interiore. Nel caso della dimensione elegiaca di Vitale si descrive uno scrittore in versi contemporaneo, dico il nocciolo della questione, che come tanti (tutti quelli che hanno il senso dell’umiltà e della ragione) vogliono attraversare il novecento (e il novecentismo stilistico) senza troppi trucchi o con mascherate facendo capire che hanno modi nuovi per dire le cose in poesia e non è vero. Rispetto a questa idea siamo invece dentro a piè pari nel secolo che fu, ma ciò viene fatto con una certa ostentazione di causa, a volto scoperto, con un qualcosa che si sente che nella scrittura va già oltre (in una sorta di impatto stilistisco come tra due correnti di fiumi che sfociano nello stesso mare) e senza tante e fredde sperimentazioni linguistiche. A riprova si può far notare che il libro di versi di Vitale è anche un libro di citazioni, di un mosaico intessuto come di svariati colori. Difatti si possono mettere in fila a memoria Sbarbaro, Novalis («Una croda di anemoni di cardi/ di silene, sassigrafe/ e poi l’azzurro di Novalis) Rilke, tanto per richiamare una linea europea tra romanticismo ed eclettismo lirico. E’ insomma come documento di una specie in estinzione questo libro. Come se un Darwin poeta scienziato rivedesse ancora in vita delle specie che invece sembravano del tutto scomparse. Basta leggere il repertorio delle traduzioni dal francese che Vitale fa (aggiungo che ama un poeta non compromissorio e verticale come il poeta francese Jude Stéfan). Le sue traduzioni sono imitazioni (tra lui e il poeta ritrasmesso c’è una affine eleganza, un affine respiro) fatte con una lenticolare empatia; si veda Toulet, la bellissima di Francis Jammes. Dove si sente, lo voglio sottolineare, dietro un certo gusto estetico la precarietà della vita, la precarietà della storia, che può inibire tutto e far finire una talento, una maniera estetica.
Scrittore in versi dunque iperraffinato Vitale, con una sua musica interiore che sta sempre alla base di ciò che scrive. Il poeta però quando è non dimentica la realtà, sa come far filtrare la sua formula attraverso il proprio intimo sentire in una percezione (equilibrata, poi in una sintassi ritmica che non prevede quasi la punteggiatura formale) che è immagine poetica di ciò che si è vissuto. Questo trapasso tra realtà e poesia e viceversa nel suo ritorno di fenomeno legato alla poesia, lo possiamo definire non attraverso un sintagma trattenuto di surrealismo espressivo (c’è una componente onirica importante e come dilettevole), ma cercando di andare più a fondo come in un click espressivo che possiamo definire come quello legato a una dimensione lirica tra punte segrete di realtà e compressione onirica, in sostanza dentro a un tipo di poesia ipnagogica in cui la poesia si installa in una soluzione quasi fisiologica tra veglia e dettagli dettati dal sogno. Ciò per dire che per scrivere il poeta dopo un suo lungo daffare è arrivato a incistare dentro al proprio sé come il sogno della poesia.
L'autore
- Andrea Gibellini è nato nel 1965 a Sassuolo. Ha pubblicato quattro raccolte di versi: Le ossa di Bering (Nce, 1993), La felicità improvvisa (Jaca Book, 2001, "Premio Montale") Le regole del viaggio (Effigie 2016) e Planetario e altre osservazioni (Marcos y Marcos 2022). Suoi testi poetici e scritti sulla poesia sono apparsi su «Nuovi Argomenti», «Antologia Vieusseux», «La Rivista dei Libri», «Poesia», «Oxford Poetry», «Agenda», «Poetry Review», «Babel». E' presente nell'antologia 20th – Century Italian Poems (Faber&Faber, 2004). Ha curato un volume della rivista «Panta» dedicato alla poesia (Bompiani, 1999) e l'almanacco Stagione di poesia (Marsilio 2002). Per le Edizioni L’Obliquo è il saggio Ricercando Auden (2003). Sue poesie sono state pubblicate nell' “Almanacco dello specchio” (Mondadori, 2008). Ha pubblicato il libro di saggi sulla poesia L'elastico emotivo (Incontri Editrice, 2011) e il quaderno in prosa Diario di Vaucluse (Edizioni Psychodream, 2014).
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