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“C’è un tempo”

L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni

“Il troppo è per poco e non basta ancora ed è una volta sola”. Ricordo ancora il palpito di commozione profonda che provai nell’ascoltare questa strofa cantata da Vinicio Capossela nella sua struggente “Ovunque proteggimi”. Bussò alla porta del cuore con la stessa audacia risolutiva della spada di Alessandro di fronte al nodo Gordiano: la rivelazione della Vanità di ogni gesto umano e la percezione del Nulla come una foglia che declina dall’alto senza eco. La strofa seguente afferma “I vecchi già lo sanno il perché e anche gli alberghi tristi” restituendo in questo sapere la forza icastica: dello scorrere inesorabile del tempo, del duro travaglio, dell’amara disillusione ed irrequieta solitudine dell’uomo al tramonto ma un tempo bambino. E nell’accarezzare arrendevolmente quella che avevo definito come ‘teoria dei gesti umani’ (bramosie, ambizioni, lotte di potere etc.), ecco ritornare alla mente una vecchia lezione di catechesi: una pagina del Qoelet. Già il Qoelet! quello che Guido Ceronetti scandalosamente definì come il “Libro assoluto, Il buco nero del canone biblico”, il cui leitmotiv straziante di inappellabili sentenze sulla Vanità della Vanità s’ infrange come un’onda implacabile sulla scogliera dell’eterna uguale quotidianità dell’uomo, o come piace dire nei pulpiti: “uomo tra gli uomini”, visto nella sua fragilità e nudità esistenziali.

Un po’ di etimologia non guasta: la parola ebraica Qoèlet deriva dal participio presente femminile del verbo qahal, che significa “radunare in assemblea” e al contempo designa anche una funzione” colui che prende la parola in assemblea per darle voce” (in greco “Ekklesia-Ekklesiastès)

Il Qoelet, identificato in Salomone, è dunque colui che ha la dignità di prendere parola per dare corpo e fiato a ciò che ciascuno intimamente pensa e che spesso non ha l’onestà e la franchezza di dire a sé stesso e/o agli altri, forse per non nuocere alla propria immagine-ruolo sociale faticosamente-artificiosamente costruiti e resi-percepiti all’ esterno. Qoelet, però, non sembra alzare il dito come un profeta confessionale, non intende lanciare moniti, più umilmente brandisce la mano da vecchio saggio, invitando: “uomini e donne, bianchi e non, belli e brutti, savi ed iniqui, ricchi e poveri… giungendovi a comprendere perfino le bestie” (cf. 3,18-21) ad accettare ed accogliere tutto ciò che fluisce ciclicamente “sotto il sole”. Ed è proprio in questa lucida riflessione che si afferma in tutta la sua potenza la celebre frase Vanitas Vanitatum, che Ceronetti preferisce tradurre con l’immagine evocativa “Tutto è fumo”. La maturità e la sapienza giunte a compimento, costringono il pellegrino inerme e stanco a trovare ristoro su di una ferrosa panchina del porto della vita, dove tutto sembra evaporare e   dove ineluttabilmente ci si scontra con l’inquietudine e l’ansia del mistero dei misteri: la paura dell’ignoto, del procedere inesorabile verso il luogo del non ritorno, dell’oblio e dell’eterna mancanza. Il tutto sotto l’incedere implacabile della livella del Tempo che regge ogni azione e la sua negazione, rendendo per ciò grave e pesante il non senso dell’affannarsi quotidiano dell’uomo. Questo è il c.d. tempo ciclico o Kronos, che inscrive l’esistenza umana in un unico ed identico corso, senza fine né principio, che dalla vita procede alla morte e da questa alla prima, bruciando i ponti alle domande esistenziali.  Come dice Eraclito: “Una stessa è la via: “all’insù e all‘ingiù”

Diviene perciò principio cardine il tema del Tempo, il cui scorrere recita ad ognuno di noi, come una nenia irriverente e dispettosa, di nulla potere contro ciò che è al di fuori della propria portata e del proprio controllo: ciò che accade è inafferrabile e comunque deve accadere perché niente può essere stabilito da colui che è finito! Ragion per cui, tutto ciò che l’uomo compie, di positivo e di negativo, tende a ripetersi uguale in ogni epoca “ciò che fu è, e ciò che è sarà, e ciò che sarà è già stato”. E l’esistenza è dunque solo un lampo nel cielo infinito? I primi versetti del capitolo terzo del Qoelet irrompono come grimaldello nello già stabilito, gettando sulla tela della vicenda umana pennellate parallele di azioni contrapposte in cui la relatività di Einstein o il più angosciante ‘Eterno Ritorno dell’Eguale’ di Nietzsche viene fecondata/o da un Tempo lineare denominato Kairos, grazie al quale il “senso del proprio tempo” diviene “giusta misura”. Alla tentazione fatalistica di pensare che “tutto ciò che avviene sotto il cielo” (passato, presente e futuro) proceda senza ordine, sotto l’egida del caos più assoluto, il Qoelet riafferma a gran voce che invece “c’è un tempo per ogni cosa” ed “ogni cosa è stata fatta bella a suo tempo”, e “non c’è nulla da aggiungervi e nulla da togliervi”.

La lettura si apre e si chiude con 14 coppie antitetiche, di cui la prima “nascere-morire” segna l’invalicabile orizzonte della vita umana, entro cui le restanti azioni contrapposte si determinano come articolazioni interne, seguendo un’elencazione in cui gli estremi non si danno mai contemporaneamente: o si fa una cosa o l’altra. Qoelet impiega il termine ‘chefez’ per indicare tutte le possibilità di quanto accade sotto il cielo, termine che in italiano viene tradotto anche con la parola Amore. Quest’ultima secondo un‘ulteriore interpretazione deriverebbe dal latino a-mors e significherebbe senza morte. In questo gioco etimologico il tempo dell’Amore diviene il senso del tempo di ogni uomo e dialettica delle relazioni con gli altri: “io ti amo, io ho tempo per te”. In definitiva, la lettura del tempo del Qoelet tesse su di noi la trama di un derma psichico di amplificazioni gnostiche: non conta la lunghezza o brevità della vita, bensì l’intensità e la qualità dei giorni, a fronte dell’impotenza a mutare il corso della storia. L’Amore è dono del giusto tempo, quella cura del “troppo che è per poco e non basta ancora ed è una volta sola”. Ed anche io, come i vecchi stanchi e gli alberghi tristi, ora finalmente lo so e via il nodo ed il “fumo”.  Concludo con una citazione di Thomas S. Eliot tratta da’ Quattro Quartetti’: “Quanto ad afferrare il punto di intersezione tra l’eterno e il tempo, si tratta non di un’occupazione ma di qualcosa che è donato e ricevuto, in un morire d’amore durante la vita, nell‘ardore, nell’abnegazione e nell’abbandono di sé”.

 

 

 

L'autore

Annalisa Bartolotta
Sono Annalisa Bartolotta, laureata in Giurisprudenza. Sostanzialmente vivo, amo, continuo a studiare e mi entusiasmo per tutto ciò che sa di Fisica Quantistica e Filosofia. E se Dio giocasse veramente a dadi con il mondo? Sarebbe la straordinaria bellezza della vincita del controintuitivo ed io vorrei essere contemporaneamente un po' onda e un po' particella, qui e là con un ventaglio di possibilità di determinazioni dell'essere...però per favore non rinchiudetemi in una scatola come il gatto di Schrödinger: soffro di claustrofobia. Amo sognare e scrutare nel cielo quella che per me è la più bella tra le stelle, Gaspare, il mio amato papà, che un giorno mi disse:" Due cose mi riempiono il cuore di felicità: il cielo stellato sopra di me e tu dentro di me". Beh, Papà era un filosofo e quindi Kant saprà capire.