È possibile instaurare un rapporto tra comunicazione, politica ed economia contemporanea? È quello che si è provato a fare nell’incontro tenutosi mercoledì, 19 novembre, presso il Dipartimento di Lettere, Lingue, Letterature e Civiltà antiche e moderne dell’Università degli Studi di Perugia. L’evento aveva infatti lo scopo di far dialogare dei “letterati” con gli autori del libro Le sirene dell’economia (Milano, Il Sole 24 Ore, 2025), Danio Maldussi e Francesco Mercadante, entrambi docenti e linguisti esperti di analisi del discorso, traduzione e comunicazione settoriale.

Nel mondo dell’economia si fa spesso uso di un linguaggio economico complesso e sofisticato, che può nascondere più un intento persuasivo che informativo. Come rileva infatti nella sua recensione Diana Peppoloni «il discorso economico-finanziario funziona come liturgia, codice iniziatico, dispositivo di fascinazione più che di informazione», mettendo in luce il potere performativo della lingua dell’economia. Le parole rischiano di incantare come le sirene mitologiche, inducendo a credere in promesse o visioni non del tutto chiare o comprensibili. Dietro la ricercatezza del linguaggio economico possono celarsi interessi di potere o posizioni che mirano più a convincere che a spiegare. Gli autori sottolineano che la consapevolezza di questi meccanismi è il primo passo per non lasciarsi ingannare e per valutare attentamente le informazioni economiche che ci vengono proposte. È quindi fondamentale sviluppare e mantenere un approccio critico, evitando di farsi intimorire solo dalla forma o dalla complessità terminologica, ma cercando di comprendere i contenuti reali e le implicazioni pratiche del discorso economico.
Partendo dagli spunti del libro, la discussione ha affrontato il tema della scoperta delle trappole semantiche nel linguaggio economico, dove termini apparentemente familiari come debito o crescita assumono valenze polisemiche, costruendo visioni del mondo che appaiono come dati di fatto inevitabili e naturali. Inoltre, l’antropomorfizzazione del discorso fa sì che il mercato “punisca” o la Borsa “cada”, mentre i veri protagonisti — governi e banche, per esempio — restino invisibili. Non a caso nella già menzionata recensione Peppoloni afferma che la lingua dell’economia tende a cancellare «la volontà umana e istituzionale, trasformando scelte politiche in movimenti naturali e inevitabili». Gli attori della scena economica, inoltre, sembrano intenti a costruire una comunicazione poco trasparente, utilizzando espressioni eufemistiche o iperboliche a seconda delle necessità, per neutralizzare formule conflittuali o enfatizzare successi.
Questa realtà penalizza l’interlocutore meno esperto, favorendo l’analfabetismo economico, con conseguenze negative sulla comprensione dei dati macroeconomici e dei comuni prodotti finanziari, la cui natura immateriale si manifesta quasi solo nelle perdite. Contemporaneamente, formule ormai entrate nella storia come “whatever it takes” di Draghi testimoniano la potenza delle parole come atto linguistico capace di influenzare l’andamento dei mercati, basandosi sulla fiducia nelle istituzioni. Così, il linguaggio economico non si limita a descrivere la realtà, ma la plasma, condizionando gli esiti economici quotidiani.
In questa prospettiva, gli autori mettono in rilievo l’importanza dell’educazione linguistica, che assume un ruolo cruciale come forma di cittadinanza critica e attiva: saper leggere e comprendere consapevolmente il linguaggio economico, spesso oscuro e poco accessibile, è essenziale per districarsi nelle sue ambiguità e per capire come queste influenzino le scelte economiche e sociali che ne derivano.
L’incontro ha visto un’importante partecipazione di docenti e studenti di svariati Dipartimenti, a sottolineare la trasversalità dell’evento. Gli studenti, in particolare, hanno posto numerose domande sul modo in cui il linguaggio economico ordina ed esercita potere più che informare, sulla funzione seduttiva delle metafore e sulla pragmatica dell’ambiguità nel discorso economico, nonché sulle strategie per difendersi. Hanno dimostrato così di aver compreso l’importanza dello studio e dell’analisi critica della lingua economica, sottolineando la necessità di superare l’apparente complessità del suo meccanismo discorsivo per disinnescare le trappole che potrebbero distorcere la realtà e il dibattito pubblico.
L'autore

- Marco Paone è docente di lingua spagnola e traduzione presso l'Università degli Studi di Perugia, dove ricopre anche il ruolo di condirettore del Centro di Studi Galeghi. I suoi principali interessi di ricerca comprendono la didattica e la storia della lingua spagnola, oltre a questioni di traduzione, storiografia letteraria e letteratura comparata relative ai contesti iberico, ispanoamericano e italiano. Come traduttore, ha curato l'edizione italiana di opere di Santiago Ramón y Cajal, Lois Pereiro, Uxío Novoneyra, Berta Dávila, Ismael Ramos e Teresa Colom.
Ultimi articoli
In primo piano15 Giugno 2026Perugia e il Siglo de Oro: un nuovo testimone delle comedias sueltas
In primo piano15 Giugno 2026Perugia y el Siglo de Oro: un nuevo testimonio de las comedias sueltas
avvenimenti15 Dicembre 2025L’economia e il potere delle parole giuste
conversando con...17 Febbraio 2019Marco Paone intervista Daniel Fernández Rodríguez
