In copertina: Caja de las Letras, Instituto Cervantes,
Calle de Alcala, Madrid
Nel panorama culturale contemporaneo, le biblioteche stanno attraversando una metamorfosi senza precedenti, ridefinendo il proprio ruolo di custodi del sapere per trasformarsi in organismi pensanti, pulsanti di interazioni umane e pervasi da innovazioni tecnologiche. Lungi dall’essere mausolei polverosi consacrati alla venerazione di volumi inerti e autori defunti, questi spazi si configurano oggi quali epicentri di un rinnovamento epistemologico che coniuga la razionalità degli algoritmi con la dimensione umana della conoscenza.
L’avvento dell’intelligenza artificiale ha inaugurato una rivoluzione copernicana nella gestione dei patrimoni documentali. Attraverso sofisticati sistemi di catalogazione automatizzata e algoritmi di apprendimento automatico, le biblioteche contemporanee riescono a processare quantità colossali di dati bibliografici, suggerendo percorsi di lettura personalizzati e individuando correlazioni interdisciplinari che sfuggirebbero all’occhio umano. La tecnologia semantica consente di mappare le connessioni tra opere apparentemente disomogenee, mentre i chatbot offrono assistenza bibliografica ventiquattr’ore su ventiquattro, democratizzando l’accesso all’informazione specialistica.
Eppure, parallelamente a una digitalizzazione pervasiva, emerge un movimento apparentemente antitetico ma profondamente complementare: la riscoperta della dimensione carnale, dell’incontro de visu, della narrazione orale. È in questo contesto che si inscrive il fenomeno dei «libri umani» su Human Library, un’iniziativa nata in Danimarca e ormai diffusa in oltre ottanta nazioni. Questo progetto rivoluzionario inverte il paradigma tradizionale. Non più volumi da sfogliare ma persone con cui dialogare, individui che offrono narrazioni vive, che condividono esperienze esistenziali, testimonianze biografiche, competenze professionali. Un rifugiato, un disabile, un ex tossicodipendente, un monaco buddhista diventano tomi da prendere in prestito per una conversazione di trenta minuti, abbattendo pregiudizi e stigmatizzazioni attraverso il dialogo diretto.
Analogamente, proliferano iniziative di lettura silenziosa condivisa, dove i bibliofili si riuniscono per immergersi nelle proprie letture individuali, condividendo lo spazio e l’atmosfera contemplativa. Questi «circoli di silenzio» rievocano le atmosfere descritte da Umberto Eco ne Il nome della rosa, dove la biblioteca costituiva il sancta sanctorum del monastero medievale, luogo di ascesi intellettuale e meditazione solitaria, eppure collettiva. Ma se nel capolavoro italiano la biblioteca era labirinto proibito e fortezza dell’ortodossia, oggi si configura quale agorà inclusiva, dove il silenzio è scelta volontaria e condivisa.
«L’universo» immaginato da Jorge Luis Borges («che altri chiamano la Biblioteca») nel celeberrimo racconto «La biblioteca di Babele», infinita, vertiginosa, contenente tutti i libri possibili, trova oggi una parziale realizzazione nelle biblioteche digitali interconnesse. Ma è nella dimensione fisica e comunitaria che si manifesta il suo superamento più fecondo. L’Istituto Cervantes, con circa novanta sedi disseminate nel mondo, rappresenta un paradigma esemplare della sintesi tra tradizione e innovazione. Accanto alle risorse digitali per l’apprendimento linguistico e ai database specialistici, promuove club di lettura, presentazioni di autori e conversazioni con madrelingua, trasformando la biblioteca in crocevia di culture e generatore di capitale sociale.
Particolarmente illuminante risulta il Lab2025 – Bibliotecas del Instituto Cervantes, parte del progetto triennale (2024-2026) intitolato «Humanizar los datos, gestionar el conocimiento», che fa parte delle linee strategiche del Piano d’Azione della Direzione Cultura, Biblioteche e Cultura Digitale. Francisco Moreno Fernández, professore di lingua spagnola all’università di Alcalá, illustre linguista che si occupa di ricerche in sociolinguistica, dialettologia e linguistica applicata, direttore del Observatorio Global del Español e già direttore accademico dell’Istituto Cervantes (2005-2006; 2008-2013), ha contribuito all’elaborazione teorica di quest’iniziativa che concepisce la biblioteca quale laboratorio cittadino per la prototipazione collaborativa che sarà implementato nelle biblioteche di Dublino, Berlino, Lisbona e Varsavia. La struttura del Lab2025 Del dato al acceso: sostenibilidad y gestión del conocimiento di fine novembre a Madrid ruotava attorno al principio secondo cui i dati bibliografici devono essere «umanizzati» attraverso processi di partecipazione e collaborazione di bibliotecari, utenti, tecnologi e creativi nella co-creazione di soluzioni innovative per la gestione della conoscenza e l’accessibilità delle risorse.
Tra gli specialisti del Lab2025, che mirava a ripensare il futuro delle biblioteche nell’era digitale, è stato convocato Agustí Canals i Parera, professore ordinario della Universitat Oberta de Catalunya e studioso della gestione strategica della conoscenza nelle organizzazioni che, con la sua competenza nel KIMO Research Group (UOC), ha dimostrato come i principi della scienza organizzativa possano fecondarе la pratica bibliotecaria. Jaime Gómez Obregón, ingegnere specializzato in big data e attivista per la trasparenza del settore pubblico, ha contribuito alla conclusione del laboratorio con la sua esperienza nell’analisi di dati e nella creazione di strumenti digitali che democratizzano l’accesso all’informazione pubblica, inaugurando prospettive inedite sull’apertura e l’accessibilità dei patrimoni documentali.
Virginia Bazán Gil, direttrice dell’Archivo de RTVE e presidente della International Federation of Television Archives (FIAT/IFTA), rappresenta l’avanguardia della trasformazione digitale. Sotto la sua direzione, l’Archivio ha implementato sistemi di intelligenza artificiale per la generazione automatica di metadati, migliorando sedicimila ore di contenuti mediante tecnologie avanzate. Il progetto di automatizzazione dei metadati incarna il principio fondamentale dell’umanizzazione dei dati: la tecnologia può e deve amplificare il giudizio e la sensibilità dell’archivista professionista.
Luis Enrique Lescano Borrego, bibliotecario e autore di «Crónicas Bibliotecarias» su LinkedIn, incarna perfettamente la nuova generazione di professionisti che contemplano le intersezioni tra tecnologia e biblioteca. Nel suo blog e nelle sue pubblicazioni, Lescano Borrego argomenta la necessità di una biblioteca che si configuri quale «espacio vivo, lleno de valor para la comunidad» (spazio vivo, pieno di valore per la comunità) dove la curiosità, la creatività e l’innovazione costituiscano la triade fondamentale per scongiurare l’obsolescenza istituzionale. La sua esperienza presso la Biblioteca dell’Università di Cuenca (Ecuador) testimonia come l’implementazione di sistemi integrati di gestione bibliotecaria, la creazione di biblioteche digitali e l’utilizzo strategico dei social media possano trasformare radicalmente la percezione pubblica di questi centri del sapere.
L’esperienza pionieristica di Fernando Juárez Urquijo, responsabile della biblioteca comunale di Muskiz (Vizcaya), rappresenta un caso emblematico di questa transizione. Dal 1988, quando assume la direzione della neonata biblioteca pubblica del piccolo municipio basco di settemila abitanti, Juárez trasforma quello spazio in un avamposto tecnologico, connettendo la biblioteca a Internet già nel 1995, quando la maggior parte dei grandi centri ancora non disponeva di presenza digitale, e creando una pagina web nel 2002, antecedente persino a quella del municipio stesso. La sua filosofia bibliotecaria, imperniata sull’integrazione delle tecnologie web per immaginare servizi di base radicalmente rinnovati, include la digitalizzazione del patrimonio documentale locale, la creazione di libri digitali autoctoni, l’implementazione di una realtà aumentata per la valorizzazione storica del territorio e l’utilizzo di WhatsApp quale «mostrador virtual», uno sportello per raccomandazioni bibliografiche e consulenze rapide. Durante la pandemia, la biblioteca di Muskiz si è distinta per la generazione intensiva di contenuti attraverso canali informatici, meritando un prezioso riconoscimento nella XX Campagna di Invito alla Lettura María Moliner 2020.
Questa rivoluzione non è meramente organizzativa o tecnologica ma ontologica. Come osserva Ray Bradbury in Fahrenheit 451, dove i «libri umani», ovvero le persone che memorizzano intere opere per preservarle dalla distruzione, costituiscono l’ultima resistenza contro l’oblio culturale, anche nelle biblioteche odierne l’elemento antropico si rivela imprescindibile. L’intelligenza artificiale può catalogare, raccomandare, preservare, ma non può sostituire la scintilla del dialogo, l’empatia dell’ascolto, la serendipità dell’incontro casuale tra gli scaffali o le capsule del tempo della Caja de las Letras nell’edificio delle Cariatidi a Madrid.
Le biblioteche dell’Istituto Cervantes stanno riscrivendo il proprio statuto epistemologico: non più esclusivi depositi di sapere cristallizzato, ma incubatori di conoscenza viva, spazi interstiziali dove algoritmi e abbracci, codici binari e conversazioni umane si intrecciano in un’orchestrazione polifonica, laboratori di una «umanistica aumentata» dove la tecnologia amplifica le possibilità cognitive senza eliminare la dimensione relazionale, emotiva e corporea dell’apprendimento. Come sottolinea Lescano Borrego nella sua analisi delle competenze biblioteconomiche contemporanee, «la curiosidad suele ir de la mano con la creatividad, porque conocer solo por conocer tiene poco sentido si no pensamos en cómo aplicar ese conocimiento» (la curiosità suole andare di pari passo con la creatività, poiché conoscere solo per conoscere possiede scarso senso se non si contempla come applicare tale conoscenza). Questa prospettiva pragmatica, che concepisce il bibliotecario non quale custode passivo bensì mediatore attivo tra tradizione e avanguardia, incarna perfettamente lo spirito della biblioteca del ventunesimo secolo.
In questa prospettiva, la biblioteca dell’Istituto Cervantes in Spagna incarna una terza via, proponendo un modello di innovazione antropocentrica dove il progresso tecnico arricchisce le connessioni umane, anziché sostituirle. Gli spazi si ripensano architettonicamente; accanto alle sale di lettura tradizionali sorgono aree di coworking, aule di podcasting, sale di conversazione, creando ecosistemi culturali multifunzionali. Fernando Juárez definisce eloquentemente il nuovo paradigma affermando che la biblioteca deve configurarsi quale «fuente constante de estímulos» (fonte costante di stimoli), superando l’immagine del luogo destinato esclusivamente allo studio scolastico per trasformarsi in «espacio de socialización intergeneracional» (spazio di socializzazione intergenerazionale) dove convergono esposizioni, laboratori, conferenze e, naturalmente, la lettura quale pietra angolare. Virginia Bazán Gil riassume magistralmente l’umanità ritrovata quando sottolinea l’importanza di una comunicazione trasparente, della formazione continua del personale e della supervisione umana dell’intelligenza artificiale. A lungo termine, la combinazione di IA e strategie collaborative può migliorare la preservazione e l’accessibilità di preziosi contenuti storici, ma solo se tale tecnologia rimane strumento al servizio della collettività.

Se Borges si interrogava sulla vertiginosa infinità della biblioteca totale, forse oggi la domanda più pertinente sarebbe: può una biblioteca dirsi completa se non ospita, accanto ai volumi rilegati, anche le voci narranti di coloro che la attraversano, trasformandola da archivio del pensiero altrui in fucina di pensiero collettivo? O, riformulando con le parole dello stesso Eco, non è forse vero che la biblioteca smette di essere mero «segno di contraddizione» per divenire «segno di comunione» quando inizia a generarlo collaborativamente? Tutti i collaboratori del Lab2025 non vedono l’ora di vedere i risultati del prototipo a giugno.

L'autore

- Ermira Shurdha è nata in Albania. Si è trasferita in Italia appena adolescente. Oggi vive con la sua famiglia in Abruzzo, regione eletta per crescere le sue due figlie. Dopo una formazione scientifica si è dedicata alla sua vera passione, le lingue straniere, laureandosi all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara con una tesi sull’opera teatrale di Antonio Buero Vallejo. Nel 2017 ha conseguito una laurea magistrale con una tesi dal titolo “Últimas tardes con Teresa, més que una història”, romanzo eversivo ambientato nella Barcellona degli anni cinquanta di Juan Marsé, Premio Cervantes nel 2008 e prolifico scrittore di testi in castigliano. Ha pubblicato articoli nella rivista sapereambiente.it.
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