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«La firma autentica di ogni scrittore». Dialogo con Piero Meldini

In occasione dell’uscita di tutti i racconti di Piero Meldini (In disparte, in silenzio, Vallecchi, 2025) ho ritenuto opportuno riprendere un’intervista che feci all’autore nel 2000 e che vide la luce nella rivista «Cartapesta» (n. 2, maggio-agosto 2000, pp. 2-3). L’utilità del recupero sta nel fatto che, oltre a farci entrare nella sua fucina, l’intervista contiene non pochi spunti sulla tecnica della scrittura e dell’invenzione narrativa.

All’epoca Meldini aveva già pubblicato i suoi grandi romanzi con Adelphi: L’avvocata delle vertigini (1994, Premio Bagutta Opera Prima), L’antidoto della malinconia (1996, Premio Selezione Campiello) e Lune (1999). Dopo quell’anno videro la luce La falce dell’ultimo quarto (Mondadori 2004) e Italia: una storia d’amore (Mondadori 2012).

Vale fare attenzione all’ultima risposta: chiesi a Meldini a cosa stava lavorando, ed egli dichiarò di aver iniziato il romanzo breve Italia, quando invece vide la luce prima La falce dell’ultimo quarto: episodio di relativa importanza, che tuttavia suggerisce quanto siano sfuggenti i percorsi dell’inventiva letteraria: si lavora su un testo e un bel giorno si presenta alla cattedra della fantasia un altro soggetto, un’altra trama…

Tutti i titoli citati rappresentano lo spicchio letterario della produzione di Meldini, che si è rivolta – con una lunga serie di saggi – anche alla storia e cultura alimentare della Romagna.

Già direttore della Biblioteca civica Gambalunga di Rimini, l’autore vive oggi in quella città.

Intervista

Professor Meldini, c’è una strada comune e segreta che attraversa i suoi romanzi?

Credo anch’io che gli scrittori non facciano che replicare lo stesso libro. Che tornino a raccontare, con parole diverse, la medesima storia. Cambiano i personaggi, gli avvenimenti, l’ambientazione: tutto ciò che costituisce, insomma, la trama invisibile. Non cambia, invece, la trama segreta: quel grumo di paure, ossessioni e domande senza risposta che costituisce l’impronta digitale, la firma autentica di ogni scrittore. Perciò, sì, anche i miei romanzi, che pure sembrano abbastanza diversi fra loro, sono sotterraneamente coincidenti. In tutt’e tre risuona il motivo della scrittura infelice: che nasce dall’infelicità e che produce ulteriore infelicità. Tutt’e tre le vicende, inoltre, sono catastrofi annunciate. Avvertiamo fin dalle prime righe che il protagonista non riuscirà a sottrarsi al proprio rovinoso destino. La cosa singolare è che io respingo nel modo più categorico una concezione fatalistica dell’esistenza. È per altro normale e starei per dire provvidenziale che uno scrittore non condivida le proprie idee.

Può donare al lettore una piccola chiave di ingresso, qualcosa che lo aiuti a percorrere, romanzo per romanzo, la sua narrativa?

L’avvocata delle vertigini e Lune sono due variazioni sul tema del male: la prima nel solco della tradizione ebraico-cristiana; la seconda, dei miti greci. L’antidoto della malinconia è un’opera autobiografica travestita da romanzo storico. Chi racconta, però, non maneggia concetti, ma fantasmi. La sua consapevolezza è quella del sonnambulo. Chiarito questo (e aggiunto doverosamente che la strada della cattiva letteratura è lastricata delle migliori intenzioni), le dirò che mi sforzo di seguire il precetto di André Weil, il grande matematico fratello di Simone: «Bisogna scrivere in modo tale che, dietro all’oggetto immediato, in primo piano, la mente del lettore sia guidata verso un secondo piano, e di qui verso altre prospettive, anche più remote». I miei libri, e forse tutti i libri, si compongono di più strati. Il primo strato dev’essere accessibile a chiunque. Il penultimo strato è destinato a colui – “mon semblable, mon frère” – che condivide, almeno parzialmente, le mie letture, le mie esperienze, il mio modo di vedere le cose. Dell’ultimo strato non so nulla, e quel poco o tanto che ne apprendo mi è rivelato dagli altri. Dev’essere proprio per questo che scrivo: non per insegnare, cioè, ma per imparare.

Da dove nascono i suoi libri? Accoglie nella compagine narrativa storie realmente accadute o si tratta di genuina invenzione?

La cellula germinale dei miei romanzi (e dei miei pochi e perlopiù trascurabili racconti) è molto piccola. Può essere un’immagine, uno stato d’animo, un chiodo fisso, o addirittura un colore, un suono, un profumo. Intorno a questa cellula si vanno accumulando nei mesi e negli anni volti, nomi, episodi, battute. Aspetto pazientemente che la creatura si formi. Comincio a scrivere solo quando ho in testa i personaggi principali e gli snodi fondamentali dell’intreccio. Non distinguo affatto tra realtà e finzione. Lo scrittore è un fior di cleptomane che rubacchia a se stesso e agli altri – ai propri ricordi, a una conversazione udita per strada, a una notizia di giornale, alla pagina di un libro, a un dipinto – e che tutto accozza e contamina, come il più pasticcione degli ingegneri genetici.

I suoi romanzi sono fondati su una scrittura asciutta e su un gusto inestinguibile del puro narrare. Come nasce la sua pagina? “di getto”, come si suol dire, o grazie a un’attenta costruzione tecnica?

Scrivo dalle quattro alle sette ore al giorno, e il risultato, se sono particolarmente in vena, è una mezza cartella di testo. Sulla quale, in seguito, tornerò innumerevoli volte, e più per sottrarre che per aggiungere. Non è raro che dedichi a un singolo passo quindici o venti giorni di lavoro accanito, e che poi lo cancelli in un istante. È indispensabile essere padri snaturati, capaci di sbarazzarsi dei propri figli senza batter ciglio. Nessuno, del resto, si pentirà mai di un inedito. La mia aspirazione (irrealizzabile, va da sé) sarebbe comporre opere tanto elaborate da sembrare scritte di getto.

Inevitabile la curiosità di sapere se, dopo il recente “Lune”, c’è qualcosa in gestazione…

Ho cominciato da poco un altro breve romanzo. Si intitolerà Italia e sarà, per quel che ne intravedo, sentimentale, manierato e rétro. Ma con il veleno nella coda.

 

 

L'autore

Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo è critico e traduttore. Scrive di cultura per la «Gazzetta di Parma» e per riviste di bibliofilia. I suoi ultimi lavori: Ossessione bibliofila (La nave di Teseo) e Dizionario del grafomane (Sellerio). Altri suoi saggi sono nei cataloghi Sellerio, Elliot, Quodlibet, Rubbettino, Pendragon.