In copertina:
La corte e i testimoni del Processo Barrés,
con l’accusato in forma di manichino
Verso le ore diciannove del 13 maggio 1921 Ungaretti uscì di casa – in rue Campagne Première a Parigi – e si recò in rue Danton 8, all’angolo con rue Serpente. Viveva nella capitale dal 1918, e quelli furono per lui anni sostanziali: nel 1919 uscirono i versi francesi La guerre e, a fine anno, da Vallecchi, Allegria di naufragi; lavorò come corrispondente per «Il Popolo d’Italia», attività che presto lasciò per entrare nell’Ufficio Stampa dell’Ambasciata d’Italia; contrasse anche matrimonio con Jeanne Dupoix. Lasciò la capitale nel 1921, ma il fatto che quella sera di maggio il suo nome restò registrato in certi documenti prova che si trovava ancora a Parigi.
Dovette fare una bella passeggiata: casa sua era sulla Rive Gauche, nei pressi del cimitero di Montparnasse, mentre rue Danton è sempre su quella riva ma vicino alla Senna: per arrivarci bisogna contornare il parco del Luxembourg e attraversare tutti gli isolati dell’Odéon. Una bella scarpinata, che forse Ungaretti faceva spesso: Parigi – la metropoli della flânerie – reclama che si vada a piedi, e lui era ben in forze, poco più che trentenne. Camminò di buona lena: in rue Danton 8 si apriva la Salle des Sociétés Savantes, dove alle 21,30 precise avrebbe preso vita un evento di rilievo, e lui doveva arrivare prima dell’inizio.
Ci si recava un po’ inquieto: quel che stava per accadere era il dibattimento di un processo organizzato dagli ambienti dell’avanguardia parigina, e lui era stato convocato come testimone. Mai s’era visto che un processo si tenesse in orario tardo-serale, ma così fu, e in un luogo – come il nome di Sociétés Savantes suggerisce – in cui serpeggiava cultura. Si fatica oggi a percepire quella atmosfera: se ci si reca davanti a quel numero civico, si trova la libreria PUPS (Presses de l’Université Paris-Sorbonne), là collocata per avveduta strategia: un numero civico oltre si spalanca infatti una delle sedi della facoltà di Lettere.
La sala era ampia, con un basso palco su uno dei lati. Si era già riempita di pubblico, il cui brusio sembrava esigente: alle 21 esatte s’affacciò un usciere e chiese di portare pazienza, di attendere ancora un poco. Chissà se Ungaretti era consapevole del valore storico che avrebbe assunto quella serata: forse nessuno dei convenuti lo era. Sta di fatto che, pur trattandosi di un processo letterario che si avvalse di testimoni-scrittori – una sorta di primigenio happening, un atto provocatorio condotto mediante un’ironica retorica giudiziaria – l’evento assurse a tappa di rilievo della transizione da Dada al Surrealismo.
Il singolare episodio prese vita da un gruppo di persone apparentate al movimento d’avanguardia, al quale Ungaretti era contiguo, come testimonia la sua collaborazione alla rivista «Littérature» diretta da Breton, Aragon e Soupault. In uno dei primi numeri (il quarto, del giugno 1919) vi pubblicò una nota alle prose Giorni di festa di Papini, e lo fece con un flusso di immagini para-surrealiste, in linea col programma del movimento di gettare le basi per un nuovo modo di fare letteratura. Nel gennaio 1920 ancora la sua firma in calce a una sintetica replica data all’inchiesta Pourquoi écrivez-vous?, lanciata dalla rivista a un ampio ventaglio di scrittori.
Ora, se la partecipazione ungarettiana a «Littérature» sembra definire dei confini programmatici, l’episodio del processo letterario in certo modo li sfalda: fu quello infatti a segnare la rottura tra Dadaismo e nascente Surrealismo, e Ungaretti sembrava inclinare per il primo. Lo si poteva del resto arguire dall’idea narrativa del 1917 intitolata Le avventure di Turlurù, idea che restò incompiuta ma la cui materia doveva porsi sulla lunghezza d’onda del Perelà dadaista di Palazzeschi. Fu insomma un episodio non secondario nella biografia di Ungaretti, e nemmeno per la storia delle avanguardie.
L’evento, le conseguenze e gli scritti che ne derivarono furono battezzati nel complesso L’affaire Barrès, perché si trattò di una parodia di processo intentato contro lo scrittore Maurice Barrès, in una serata pomposamente intitolata Mise en accusation et jugement de M. Maurice Barrès par Dada, ma che fu presa sul serio dagli spiriti confluiti quel 13 maggio nel fittizio tribunale.
***
Tutto era sorto durante una delle tante discussioni da caffè, quando si discuteva di arte, letteratura e attualità: sorse l’idea di giudicare – valutando il passaggio dall’anarchismo al nazionalismo – la figura e l’opera di Barrès. Per Breton la questione era molto seria: si trattava di valutare la responsabilità di uno scrittore, e in ciò ragionava già da surrealista più che da dadaista. La domanda che si poneva era: «Come ha potuto l’autore di Un homme libre diventare il propagandista di giornali reazionari? Se c’è stato un tradimento, quale ne può essere il motivo? E come poter reagire?».
Modello di scrittore anticonformista, Barrès aveva successivamente «attentato contro la sicurezza dello spirito» e tradito il proprio pubblico facendosi portavoce del giornale reazionario «Écho de Paris». L’atto di accusa suonava: «I libri di Barrès sono illeggibili, la sua frase soddisfa soltanto l’orecchio. Maurice Barrès ha dunque usurpato la reputazione di pensatore».
Una testimonianza di Breton allude al fatto che furono lui e Aragon a prendere l’iniziativa del processo: «Questa iniziativa appartiene in solido ad Aragon e a me. Il problema sollevato, che è in definitiva di natura etica, può senza dubbio interessare molti altri di noi, presi singolarmente, ma Dada, con la sua dichiarata tendenza all’indifferenza, non ha assolutamente nulla a che fare. Il problema è sapere fino a che punto può essere ritenuto colpevole un uomo la cui volontà di potenza lo porta a farsi il campione di idee conformiste le più contrarie a quelle della sua giovinezza» (André Breton, Entretiens, 1952, Paris, Gallimard, «Idées», p. 73).
La discussione su Barrès era iniziata di punto in bianco, e nessuno era d’accordo. Non è irrilevante notare che il processo, organizzato per ritualizzare la discussione iniziata, facesse seguito a un dibattito in cui aveva dominato la violenza. Le domande – si può facilmente immaginare – avevano ripercussioni forti per uomini che erano appena usciti da una guerra e volevano spazzare via una cultura, e forse anche una civiltà, che sapevano essere deperibile, anche prossima alla fine. Il processo, che può sembrare una pantomima, aveva implicazioni più serie di quanto sembrasse. Per il gruppo Dada in fase di mutazione era anche questione, in certo modo, di affermarsi.
Per quanto posticcia, la corte di quella sera ebbe costituzione solenne, con una sequenza di bei nomi, tutti abbigliati in modo bizzarro: presidente fu Breton, giudici a latere Théodore Fraenkel e Paul Deval; la pubblica accusa fu tenuta da Georges Ribemont-Dessaignes; avvocati difensori furono Aragon e Soupault. Altisonante il drappello dei testimoni: Tzara, Rigaut, Péret, Marguerite Buffet, Serge Romoff, Drieu la Rochelle, Renée Dunan e – unico italiano – Ungaretti. In base ai diversi ruoli, ma anche nella libertà di parola, tutti concionarono a favore o contro Barrès, presente in sala sotto forma di manichino.
Le arringhe furono comunque troppo lunghe e noiose: l’evento si salvò grazie alla comicità che emerse dalle battute, alle canzoni dada di Tzara, all’apparizione di Péret vestito da soldato tedesco. Le prese di posizione e i modi dei convenuti furono assai diversi: Péret, molto legato a Breton, prese la questione molto seriamente, mentre Tzara assunse un atteggiamento burlesco e dadaista. Anzi: tutto inclinò al dadaismo e «quell’incontro – come ricorda Soupault – fu importante perché annunciò lo strappo tra André Breton e Tzara» (Philippe Soupault, «La Nouvelle Revue Française», n. 172, aprile 1967, p. 668).
Tutte le testimonianze furono pubblicate in «Littérature» n. 20 dell’agosto 1921: quella di Ungaretti corrispose all’ultimo suo scritto pubblicato in quelle pagine. Ma tutto l’evento segnò una sorta di demarcazione: fu anche l’ultima volta in cui Ungaretti comparve di persona accanto ai protagonisti dell’avanguardia; così come quello fu anche l’ultimo numero della rivista, che riprese le pubblicazioni l’anno seguente in un secondo e rinnovato ciclo.
Pur essendo la testimonianza processuale qualcosa di secondario nell’opera di Ungaretti, per i non pochi punti di interesse vale rileggerlo. All’inizio Ungaretti oppone il “caso” alla “volontà”, inclinando verso il primo: «Ognuno è in balia del proprio destino, e nessuno ignora quanto il caso sia coinvolto quando si parla di destino: non abbiamo deciso di nascere, non abbiamo scelto i nostri genitori, non abbiamo scelto la forma del nostro naso, non abbiamo previsto l’incontro con l’uomo che è diventato nostro amico e ha esercitato su di noi un’influenza decisiva, ecc. Voglio dire che la parola volontà ha un significato piuttosto ironico nella vita» (Giuseppe Ungaretti, L’affaire Barrès/Temoignage, in Vita d’un uomo. Saggi e interventi, Milano, Mondadori, 1974, pp. 36-37).
Ma dopo l’esordio, Ungaretti prese le distanze dalla polemica, dichiarò la propria indifferenza e l’interrogatorio si trasformò in una difesa di Barrès:
D. Pensa che Maurice Barrès abbia in qualche modo attentato alla sicurezza dello spirito?
R. Sì, ma questo era il suo ruolo.
D. Pensa quindi che Barrès avesse un ruolo particolare da ricoprire?
R. L’intera vita costituisce sempre un ruolo che non è stato prestabilito. È alla fine che si manifesta nella sua unità.
D. Non trovate che Maurice Barrès sia apparso come il simbolo di uno stato di cose assolutamente inaccettabile?
R. Per niente, perché queste cose mi sono indifferenti.
Fu quello di Ungaretti un cedimento alla restaurazione? Forse un cedimento fatale, al seguito della conversione religiosa, non clamorosa come quella di un Papini ma intimamente sofferta, e comunque divergente dalla prassi dissacratoria dell’avanguardia parigina.
E di Barrès, invece, che ne fu? Nelle stesse ore in cui il processo-farsa prendeva vita, l’accusato teneva una conferenza ad Aix-en-Provence su L’anima francese durante la guerra. I due mondi – Barrès e l’avanguardia – erano distanti anni luce, senza nemmeno la possibilità di un dialogo.
L'autore
- Antonio Castronuovo è critico e traduttore. Scrive di cultura per la «Gazzetta di Parma» e per riviste di bibliofilia. I suoi ultimi lavori: Ossessione bibliofila (La nave di Teseo) e Dizionario del grafomane (Sellerio). Altri suoi saggi sono nei cataloghi Sellerio, Elliot, Quodlibet, Rubbettino, Pendragon.
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